Va’ pensiero«Anche noi turchi non sopportiamo più Merkel e Sarkozy»

«Anche noi turchi non sopportiamo più Merkel e Sarkozy»

Non siamo soltanto noi italiani a mal digerire i sorrisini e le battute di Monsieur Sarkozy e di Frau Merkel. Anche i turchi ne hanno le tasche piene. “We are too busy, abbiamo troppo da fare per perdere tempo con queste cose”, assicura Nursuna Memecan, parlamentare eletta nelle liste del Akp (il Partito per la Giustizia e Sviluppo del premier Recep Tayyip Erdogan) e capo della delegazione turca al Consiglio d’Europa. La incontriamo a Roma, dove ha partecipato alla conferenza “Le donne agenti di cambiamento nel Sud del Mediterraneo”, organizzato a Montecitorio dal Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa.

Nursuna Memecan, 57 anni, ingegnere con un master alle Temple University di Filadelfia, è stata eletta con l’Akp nel 2007 nel collegio di Istanbul e rieletta quest’anno nella regione di Sivas, nella Anataolia centrale. «Sono entrata in politica tardi», spiega, «e l’ho fatto soltanto perché mi ha convinto il programma del Partito per la Giustizia e Sviluppo. Farlo con le altre forze politiche sarebbe stato una perdita di tempo».

Signora Memecan, lei è appena tornata dalla Tunisia, dove ha seguito le prime elezioni dopo la caduta del presidente Ben Ali. Che clima ha trovato a Tunisi?
«Ho avuto sensazioni positive. La gente ha partecipato e tutto ha funzionato bene. Le procedure sono state rispettate senza intoppi e la gente ha partecipato con entusiasmo, facendo code lunghissime ma ordinate. C’erano in fila ai seggi anche tante donne, di ogni età, velate e non».

Come giudica la vittoria del partito islamico Ennhada? Pensa che i leader di questo partito possano ispirarsi al Akp per conciliare democrazia e Islam?
«I responsabili di Ennhada dicono che vogliono considerare il nostro partito come un modello. Mi sembra positivo, ne siamo orgogliosi e siamo disposti a cooperare con loro».

Il suo partito viene generalmente definito come islamico moderato, condivide questa definizione?
«A dire il vero mi irrita. Sia chiaro che non c’è nulla di male con l’Islam. Io non sono molto praticante ma riconosco che la nostra religione insegna la pace e la tolleranza. Il nostro partito non è mai stato religioso e non lo sarà mai. Non capisco perché abbiamo questa etichetta, se fossimo islamici lo avremo detto esplicitamente. Noi ci definiamo democratici conservatori. Non ci ispiriamo al Corano, ma ci fondiamo su valori come lo stato di diritto e la democrazia».

Nel suo intervento alla Conferenza organizzata a Roma dal Consiglio d’Europa lei ha detto che con oltre un milione e 600 mila militanti donne l’Akp è la più grande organizzazione politica femminile al mondo, ne è sicura?
«Io stessa sono rimasta stupita, ma i dati sono quelli che ho citato. Nell’Akp ci sono un milione e 600 mila donne iscritte, fra loro 300 mila partecipano attivamente alla vita del partito. Io ammiro questo entusiasmo e questa partecipazione. Molte di loro sarebbero rimaste a casa per cucinare, guardare la televisione, badare ai figli. Al massimo avrebbero visitato i vicini. Ora invece si alzano presto, vanno ai meeting, si attivano, diventano più consapevoli di quanto accade attorno a loro».

Qual è il segreto dell’attuale protagonismo politico e della prosperità economica della Turchia?
«Il segreto, se c’è, è molto semplice. Lavoriamo tanto, mettendo al primo posto del nostro agire gli interessi dei cittadini e tenendo conto della volontà popolare. Il primo a impegnarsi in questo senso è il primo ministro Erdogan. Lui è un vero workaholic, per questo motivo la maggioranza dei turchi lo apprezza e lo vota».

La crisi economica e finanziaria la state superando bene?
«Sì, per fortuna, anche perché noi l’abbiamo sofferta a lungo e prima di voi. Fino a dieci anni fa eravamo afflitti dalla corruzione, dall’inflazione e dal collasso del sistema bancario. Quel collasso ci costò 40 miliardi di dollari. Ma lo shock ci è servito, abbiamo imparato la lezione e siamo riusciti a mettere ordine nel nostro sistema finanziario».

L’ingresso della Turchia nell’Unione Europea non sembra più una priorità, ormai avete voltato le spalle all’Europa?
«Mi sembra esagerato. L’Europa è ancora nelle nostre vite e le indicazioni dell’Unione Europea ci hanno molto aiutato nel nostro processo di riforme verso una maggiore democrazia. Anche per la riforma della nostra costituzione ci faremo aiutare dalla Commissione di Venezia, l’organo consultivo del Consiglio d’Europa per le questioni costituzionali. Detto questo, non ci piace quello che pensa di noi Sarlozy, con i suoi commenti insultanti e la sua puzza sotto il naso. Anche la Germania non si comporta molto meglio. Ma sa che le dico? Siamo stanchi delle polemiche e non vogliamo perdere tempo in queste discussioni. We are too busy, abbiamo troppe cose importanti da fare».

Ad esempio?
«Abbiamo trascurato le nostre relazioni con molte regioni del mondo, come l’Africa, dove negli ultimi tempi abbiamo aperto quindici ambasciate. Questo non significa che ci stiamo allontanando dall’Occidente o che stiamo facendo i neo-ottomani, stiamo solo facendo una cosa che avremo dovuto fare molto tempo prima».

Che cosa pensa del peggioramento dei vostri rapporti con Israele?
«Con Israele abbiamo sempre avuto ottimi rapporti e io resto convinta che Israele sia un asset per l’intera regione. Ma Israele non può vivere e comportarsi come se il mondo fosse rimasto fermo a quaranta anni fa. Tutto sta cambiando e gli israeliani ne devono prendere atto. Non possono pensare di fare i bulli del Medio Oriente e per loro normalizzare i rapporti con i Paesi vicini deve diventare una priorità». 

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