Cari imprenditori, ma chi pensavate che fosse Silvio?

Cari imprenditori, ma chi pensavate che fosse Silvio?

Ogni giorno una coltellata sottile, non mortale, inferta con un ghigno per allungargli il supplizio, dolorosa ma non definitiva, modesta vendetta di “suiveurs” un tempo accaniti tifosi del Cavaliere e oggi distaccati, quando non rancorosi avversari sino all’ingratitudine. Sono gli imprenditori italiani. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche e per restare alla fioritura odierna, abbiamo un bel Preziosi sul Corriere della Sera, sì, quello dei Giochi che portano il suo nome, un tempo persino socio del nostro negli anni Novanta, che oggi ripropone, dimezzandolo prudentemente perché i tempi sono grami, quel sogno berlusconiano del milioncino di posti di lavoro e che si dice «deluso da questa destra» in cui aveva creduto. Neppure qui a Linkiesta ci facciamo mancare il companatico con l’ottimo Snaidero che ci racconta come «il filo del dialogo tra il mondo dell’impresa e questo governo sia prossimo alla rottura». Ma naturalmente, ogni giornale porta la sua pena e dalla Settimana Enigmistica sino a Tutto Uncinetto non è improbabile ritrovare un imprenditore che molto si lamenta. 

Domanda secca: ne hanno titolo? Se prendiamo per buono l’assunto secondo cui l’avvento di un imprenditore in politica garantirà soprattutto i suoi consimili, la questione potrebbe anche chiudersi qui. Per quanto ci riguarda, allora, noi poveri cronisti dovremmo aspirare a un governo de Bortoli (o anche a un esecutivo Scalfari nel pieno della sua spiritualità), mentre ai faccendieri d’ogni latitudine toccherebbe felicemente un buon premier come Valter Lavitola. Molto in tensione i commercialisti, ai quali sfugge completamente il motivo secondo cui il leader di riferimento, al secolo Giulio Tremonti, per il momento ha rappresentato soltanto se stesso. Ma fuor da ogni ironia, ha davvero il fiato corto l’idea che ci si debba tranquillizzare per il solo fatto di sentirsi rappresentati da «uno di noi».

E qui torniamo ai nostri imprenditori. Che cosa pensavano, vent’anni fa, di Silvio Berlusconi, di così straordinario da sentirsi in diritto – oggi – di mostrare per intero una cocente delusione? Introducendo la parola cultura, non vorremo essere tacciati addirittura di razzismo, dovendo per forza di cose selezionare una specie che, francamente, è in via di estinzione. E i tempi di Adriano Olivetti, di quello «stare nel mondo» con una visione lucida e solidale, sembrano preistoria.

Quando si è aperto il credito nei confronti di Silvio Berlusconi, lo si è fatto unicamente in nome di una baldanza persino fisica dell’uomo-imprenditore, che proprio sulla parola «battaglia» senza confini (e con poche regole) si stava affermando nel Paese. A lui dobbiamo un cinismo straordinario, nella cavalcata che lo ha portato al successo, e basterebbe riprendere la storia di Italia Uno e Retequattro per farsene un’idea più compiuta. A lui dobbiamo, però, anche il gesto più artistico e geniale degli ultimi anni, che fu quello di immaginare di rompere il monopolio Rai. Quell’immaginare, rimane il suo primo e ultimo momento di cultura di tutta una vita di imprenditore. Onestamente troppo poco per essere considerato dai suoi consimili un possibile faro per l’Italia.

Possiamo dirlo, cari uomini d’impresa? Lo avete valutato solo per i muscoli, «i suoi muscoli sono muscoli eccezionali», cantava Dalla di Nuvolari, e naturalmente per un successo, una storia di successi, che erano evidentemente sotto gli occhi di tutti. Avete firmato quella cambiale assolutamente in bianco, senza peritarvi di inserire, all’interno di un impeccabile quadretto aziendale, quei piccoli sentimenti che accompagnano il nostro percorso della vita e che uomini saggi chiamerebbero attitudini.

Fuori dal recinto strettamente lavorativo, le attitudini del Cavaliere, comprendendo frequentazioni, iscrizioni, disinvolture (già allora, sia chiaro), avrebbero potuto (avrebbero dovuto) almeno consigliarvi un minimo di prudenza. Invece, vi siete sbarazzati senza incertezze dell’orripilante visione culturale dell’impresa per imboccare quel viale della felicità a buon mercato che vi ha portato a dire orgogliosamente che «uno su mille ce la fa». E lui ce l’aveva fatta.

Quella vostra disinvoltura, stavolta tutta vostra, oggi vi sta tornando indietro con tanto di interessi.

Abbiamo scritto tutto questo, cari imprenditori, mica per scacciare l’idea che un vostro fratello possa tornare, un giorno, a (ri)governare l’Italia. Oh no. Ma, fossimo in voi, ci daremmo un turno di riposo, giusto per ripensare con più serenità, e magari un filo di visione, cos’è fare impresa. Imprenditori staccati dalla società, dalla storia, dallo sviluppo intellettuale dei mondi, non servono a un buon Paese.  

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