Il Tea Party reagisce: siamo il 53% che non chiede niente allo Stato

Il Tea Party reagisce: siamo il 53% che non chiede niente allo Stato

Autunno, è tempo di cominciare a rimettere ordine nella politica americana. Dopotutto è normale, vista la lunga campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno, che ormai si è messa in moto. Se Barack Obama gioca d’astuzia e di calcolo, ammettendo che il suo piano per il rilancio dell’economia non è andato a buon fine e, di conseguenza, parte in svantaggio per restare altri quattro anni alla Casa Bianca, sul fronte repubblicano si è all’opera per capire esattamente chi sarà lo sfidante.

Dopo l’exploit estivo del governatore del Texas Rick Perry, che ha perso colpi negli ultimi dibattiti, ha fatto il suo ingresso nella contesa l’outsider Herman Cain. Afroamericano con il senso per gli affari passato per Burger King, la Federal Reserve di Kansas City e il ruolo di amministratore delegato della catena Godfather’s Pizza È in forte crescita nei sondaggi dopo aver vinto lo straw pool (un voto non vincolante dove viene testata la direzione dei gruppi che partecipano ad un dibattito) della Florida. È finito anche nel mirino del comico David Letterman durante una recente puntata del programma “Late Show”, segno che di lui si parla, nel bene o nel male. Nel frattempo, Mitt Romney è tornato a guidare il gruppo degli aspiranti candidati repubblicani, assicurandosi l’endorsement di Chris Christie, il governatore del New Jersey che qualche settimana fa era dato come prossimo concorrente e che invece ha preferito sostenere da fuori l’ex collega dal Massachusetts.

In tutto questo, come si muovono i Tea Party? In modo separato. La cosa, comunque, non sorprende dal momento che non si tratta di un movimento organizzato fin su al vertice e all’interno del quale si ritrovano le diverse anime della destra americana. C’è chi sta con Ron Paul, il libertario duro e puro, congressman per il 14° distretto del Texas. Chi preferisce l’altro uomo del Sud, Perry – anche se con numeri inferiori. Chi ha optato per l’ultimo arrivato Cain. Chi ha deciso di non abbandonare l’agguerrita Michele Bachmann che sta smarrendo continuamente consensi dopo un’estate trascorsa sotto il fuoco della stampa democratica e liberal. Difficilmente appoggiano Romney, colpevole di aver ideato per il Massachusetts una riforma sanitaria simile al modello Obama.

Un fronte diviso all’interno, ma non contro i nemici che vengono da fuori. Come gli indignados a stelle e strisce che presidiano Wall Street per dare sfogo a tutta la loro rabbia nei confronti del sistema finanziario e di chi continua ad arricchirsi sulle spalle della gente comune. “We are the 99%” è infatti uno degli slogan dei cosiddetti occupanti: il 99% della popolazione americana obbligata a soddisfare i vizi dell’1% che ai loro occhi non sta pagando le conseguenze della crisi. C’è anche un blog sulla piattaforma tumblr che raccoglie i messaggi indignati. Ma i conservatori non ci stanno a finire nel calderone e così è partita la controffensiva, ad armi pari.

“We are the 53%”, ribattono. Il 53% degli americani che paga le imposte federali sul reddito, lasciando intendere che il restante 46 non lo fa. E sommando 53+46 si arriva a quota 99: ogni riferimento è esplicito e voluto. “We are the 53%” è anche il nome del blog che pubblica le testimonianze di chi racconta come è riuscito a fare quadrare i propri conti ed affrontare le difficoltà, dividendosi magari tra più lavori pur di assicurare alla propria famiglia una casa, una macchina e la copertura sanitaria e chiedendo nulla allo stato. A idearlo è stato Erick Erickson, autore di RedState.com (il cui logo compare nella home page dei Tea Party Patriots) e contributor, tra le altre testate, della CNN.

Basta una foto in primo piano dove i protagonisti mettono in bella mostra un foglio sul quale riassumono le proprie vite. Ci sono quelli che invece di andare all’università si sono buttati immediatamente alla ricerca di un’occupazione. Quelli che, al contrario, durante il college hanno pagato gli studi alternando libri e lavoro e risanato i debiti. Quelli che hanno deciso di tornare sui banchi per aumentare il loro stato sociale. Quelli che dopo aver servito la patria nelle file dell’esercito, si sono reinventati una vita. E non mancano nella lista i figli di immigrati che ringraziano gli Stati Uniti per aver avverato il loro sogno americano. Il senso è chiaro: meglio rimboccarsi le maniche che fare affidamento al paternalismo, distinguendo ciò che è necessario dai vizi.

Non è una coincidenza che dai blog repubblicani siano poi rimbalzate altrove – specie sui social network – le foto dei manifestanti a Wall Street vivisezionati da capo a piedi: dagli ultimi iPhone per scattare le foto ricordo, alle magliette di Abercrombie & Fitch e le scarpe Nike per non tradire la moda. Una strana maniera di contestare il capitalismo.