Post SilvioBerlusconi è troppo vivo per rassicurare i mercati

Berlusconi è troppo vivo per rassicurare i mercati

Il day after dei mercati è un incubo. Il peggiore da quando l’Italia è entrata nel mirino. Gli spread volano, la borsa crolla, e l’ansia è il sentimento dominante e unificante. La domanda del dopo la giriamo a banchieri, manager, traders, imprenditori, insomma a chi sul mercato ci vive: “Ma dopo l’annuncio di un prossimo addio da parte di Berlusconi non dovevamo stare più tranquilli? Non doveva alleggerirsi lo spread?”

Le reazioni sono molteplici, ma tutte in fondo riassumibili in due gruppi. La prima, è del genere “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”: fino a quando lui non sarà davvero out, insomma, non sarà possibile un diverso trattamento del nostro paese e l’inizio del recupero della sua nostra credibilità internazionale.

La seconda interpretazione parte da presupposti analoghi: ma aggiunge la convinzione che un’Italia poco credibile sia in fondo una buona occasione, per qualcuno lontano da qui. “È chiaro che andando avanti così i nostri asset varranno poco, ogni giorno di meno: e quando arriveranno i salvatori dall’estero a comprarci per due euro dovremo pure dire grazie. Lo dico senza ironia: saremo tutti contenti perché non avremo alternative se non quelle di svenderci” ragiona un banchiere esperto mentre i grafici degli spread e della borsa obbligano tutti a scuotere il capo.

Ai mercati che parlano una lingua politicamente elementare, insomma, questo Berlusconi che annuncia che se ne va, ma intanto resta, sembra solo un altro bluff: a qualcuno fa tanta paura, a qualcuno mette invece appetito.

Già. Ma nel breve periodo corre l’obbligo di prendere le misure chieste dall’Europa. Quelle chieste prima nella famosa “lettera”, quelle chieste dopo con il richiamo arrivato tra capo e collo proprio ieri in giornata, quelle che dovrebbero finire nel “Maxi-emendamento” alla “legge di stabilità”: ormai la stessa ragione di esistere del Berlusconi di governo. Noi a Linkiesta abbiamo avuto modo di visionare una copia (ipotetica) del maxi-emendamento: 60 pagine in giuridichese stretto, tutto commi e sottocommi, che non si capisce bene chi e come potrebbero soddisfare. Soprattutto, una volta approvato davvero cambierà tutto, davvero la Bce e i mercati saranno tranquilli?

Ovviamente no, spiegano i nostri interlocutori. Perché il punto non è una pillola indorata per accontentare qualche bizantinismo europeo: “il punto è dare l’idea che il paese prenda sul serio i propri bisogni strutturali, una spesa pubblica e un debito pubblico che crescono mentre il paese stesso non cresce di un decimale”. E qui, il segnale forse più forte di quale scenario potrebbe starci di fronte l’ha mandato stamane proprio Silvio Berlusconi, in una dettagliata intervista rilasciata al direttore de La Stampa di Torino. Un’intervista che rivela una persistente comprensione dei meccanismi di potere politico e del consenso, da parte del Cavaliere, che si è sempre trovato meglio quando c’era da capire dove va il vento che non quando tocca – ed è il compito di chi governa – arginarlo e provare a canalizzarlo.

Perché non c’è dubbio che in certe condizioni Alfano sia un buon candidato; e non c’è dubbio che pensare a una vittoria scontata di una coalizione che vada da Casini a Vendola passando per Di Pietro è, per i suoi oppositori, quantomeno un azzardo, che sarebbe facile mettere in dubbio in forza di un passato non lontano. Ma nell’intervista – ed è la cosa che segna la giornata di oggi – c’è anche la radice della preoccupazione dei mercati: il passo indietro di Berlusconi è davvero timido, tutto ancora da confermare. Perché Berlusconi vuole decidere il “subito dopo”: niente governo tecnico, niente riforme condivise, solo un’immediata, durissima campagna elettorale, in cui lui “darà una mano” perché “gli è sempre riuscito bene”.

“E immaginate voi come sono tranquilli, i mercati” dice un banchiere d’affari italiano molto attivo in Francia e Inghilterra “se pensano a tre mesi di inattività amministrativa e politica assoluta, accompagnati da una campagna elettorale in cui lui dà una mano – cioè usa il cannone al fianco di Alfano – e di fronte c’è una grande coalizione dalle idee confuse e dalle premesse e promesse semplicimente incomprensibili”.
E così, tanti anni dopo, l’Italia si ritrova da dov’era cominciato tutto, di fronte a se stessa. Col bisogno di un commissario benedetto da fuori, perché noi da soli non siamo capaci. Con l’ombra del fallimento che si allunga di minuto in minuto, di record in record, sugli spread.

E con un vecchio leader, al tramonto, che potrà anche andarsene: ma non ha nessuno intenzione di farlo ammettendo le proprie sconfitte. “E pensare” conclude la conversazione il primo banchiere “che abbiamo fondamentali solidissimi. Non lo dico io, lo dice il fondo monetario internazionale: la nostra situazione fiscale è la migliore del mondo, da qui al 2030”. Già, arrivarci vivi, al 2030: in giornate come questa è difficile pensare anche solo a domani.  

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