Bossi ha certificato l’inferiorità culturale della Lega

Bossi ha certificato l’inferiorità culturale della Lega

L’indisponibilità di Umberto Bossi ad appoggiare il prossimo governo Monti non è solo il furbo tentativo di recuperare quel feeling perso con la base attraverso un sano ritorno al conflitto, ma qualcosa di molto più profondo e inquietante: è la certificazione più clamorosa e definitiva dell’inferiorità culturale della Lega e dei leghisti.

Con la sua ferma volontà di mantenere il popolo della Padania fuori da un contesto di civiltà economica e sociale, neppure immaginando lontanamente la possibilità che la forza leghista possa contribuire alla crescita complessiva del Paese, Bossi in questo frangente si pone come autorevole portatore di razzismo al contrario. Cioè, contro la sua stessa gente.

La traduzione più diretta di questo sentimento sta nell’idea primaria che per governare ancora il suo elettorato, per poterne disporre a piacimento, il fondatore ha l’esigenza di non traghettarlo nella maturità sociale, ma tenerlo fermo in quella condizione subalterna che gli permette ancora (ma poi per quanto?) d’esserne il riconosciuto condottiero. In questo contesto, possiamo tranquillare considerare questa Lega come il passato. Una domanda sorge spontanea: Maroni avrebbe fatto altrettanto?

Ma è bastato osservare Umberto Bossi alle prese con la brevissima conferenza stampa al Quirinale dopo l’incontro con Napolitano per apprezzarne l’affanno. Ha buttato lì un concetto caro e antichissimo – «noi non facciamo parte dell’ammucchiata» – ma privo ormai anche della più timida modernità, salvo poi, in evidente penuria d’argomenti, dover ammettere che si valuteranno, caso per caso, i provvedimenti del nuovo governo. E ci aveva provato anche Antonio Di Pietro, il primo giorno dell’ipotesi di un esecutivo tecnico, a utilizzare lo stesso meccanismo, sotterrato, ahilui, da una rivolta interna e sul web che gli ha fatto poi riconsiderare l’appoggio al professor Monti. E per venire a un esempio giornalistico, medesima incertezza aleggiava nella redazione del Fatto Quotidiano, partito lancia in resta per elezioni subito, poi rimodellate a più miti consigli.

La morale parrebbe una e una sola: quando sono in gioco le sorti di un Paese, e questo è il caso senza ombra di dubbio, i personalismi sono niente di più che gesti di pura irresponsabilità.

Ma qui si parlava della Lega e del razzismo al contrario del suo fondatore. Un razzismo che può avere come obiettivo soltanto quei leghisti pervicaci e indistruttibili secondo cui il mito del Capo non è elemento in discussione. Secondo cui viene prima Bossi d’ogni altra entità. Bene, questi leghisti su marte li abbiamo conosciuti nel tempo, pur senza apprezzarli troppo. Ma nel corso di questi anni, altre categorie sociali si sono avvicinate alla Lega, molto più edotte, culturalmente attrezzate, professionisti, uomini d’impresa, impiegati, co.co.pro, persone insomma variamente distinte, ma tutte perfettamente consapevoli dell’esigenza primaria del bene di una nazione, della loro nazione.

Grazie a queste categorie, la Lega ha operato uno sfondamento ben oltre i suoi confini naturali, raccogliendo consenso (e molto) in Emilia, in Toscana, nelle Marche, facendo sospettare di una maturazione ormai irreversibile il cui passo successivo sarebbe stato l’essere considerata come una forza evidentemente nazionale. Con questo passo di Bossi verso lo strapiombo, tutto ritorna in discussione.

Se da una parte, infatti, il richiamo antico della foresta produrrà la cristallizzazione dei voti già sicuri, ci piacerebbe indagare la psicologia di questi nuovi professionisti che nel tempo si sono avvicinati al credo leghista. Persone che hanno creduto di intercettare persino un senso di responsabilità nell’operosa Lega, opposta scriteriatamente al sud «fannullone», persone alle quali non faceva difetto il senso delle istituzioni, persone sulle quali contare quando il Paese chiama.

Ebbene, questo «secondo» popolo leghista, cintura di collegamento con i meccanismi più civilizzati e intellettuali della società, come si comporterà in questo frangente? Abbandonerà quei compagni di viaggio che oggi sbagliano, o vorrà ancora proteggerli dall’infamia generale?  

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta