«Liberale ed europeo, il Senato impari la lezione di Monti»

«Liberale ed europeo, il Senato impari la lezione di Monti»

«Più che un discorso, si è trattato di una splendida lezione di economia». È questo il commento “a caldo” di Giacomo Vaciago, ordinario di politica economica all’Università Cattolica di Milano, che spiega: «Monti parla in termini di economia sociale di mercato con un occhio alle best practices europee». Per l’economista piacentino l’aver insistito sulla mobilità sociale dei giovani come garanzia per il futuro del Paese e sulla spending review ne dimostra la caratura internazionale.

Quello di Monti, basato sui tre pilastri (rigore, crescita ed equità) è stato un discorso da cui trasuda un retroterra culturale ben preciso. Qual è il suo giudizio?
Più che un discorso, si è trattato di una splendida lezione di economia. È durata quanto una lezione universitaria, 45 minuti circa. Spero vivamente che i senatori abbiano preso appunti, perché Monti ha spiegato loro quello che Mario Draghi va dicendo ogni anno al 31 maggio (data in cui Bankitalia presenta le tradizionali “Considerazioni finali”, Ndr), cioè che l’Italia ha dormito non portando mai avanti le riforme necessarie ad agganciarla alla crescita per cui è nata la moneta unica. Non dimentichiamoci che chi ha sostenuto l’euro, tra cui Monti stesso, riteneva fosse una ricetta per crescere di più e in modo più integrato, con un mercato da 330 milioni di consumatori. La politica ha sempre ignorato gli appelli di Monti stesso sul Corriere preferendo parlare d’altro. Non solo: Berlusconi aveva inserito nel suo programma numerose riforme che poi non ha avuto la forza politica di portare avanti. Monti oggi ha giustamente ricordato che serve rigore per ridurre il deficit, che tradotto significa semplicemente “spendere bene i soldi dei contribuenti”.

Per farlo, Monti ha sottolineato la necessità di un rafforzamento della spending review. Cosa significa?
Monti parla in termini di economia sociale di mercato e vuole guardare le best practices europee. La spending review era stata iniziata cinque anni fa dalla Commissione Muraro voluta da Tommaso Padoa-Schioppa. Si tratta di valutare rigorosamente come i soldi vengono spesi dai singoli ministeri per individuare ed eliminare gli sprechi, un meccanismo abitudinario in Francia e Inghilterra. Quando Tremonti è tornato in via XX Settembre ha chiuso l’Isae (ente di ricerca a supporto delle decisioni di politica economica) per passare alla logica dei tagli lineari, che colpiscono tutti. Va da sé che la spending review, per funzionare presuppone una scelta politica.

Monti ha parlato di «province da riordinare per legge, poi valutare l’eliminazione per via costituzionale». Tramonta il federalismo caro a Bossi?
Nella concezione originale del federalismo era Roma a fare un passo indietro rispetto alle Regioni e agli enti locali, ma in questo Governo, sotto la bandiera del federalismo, di fatto decideva tutto Tremonti. Ritengo invece che le parole di Monti vadano interpretate come la volontà di creare un contesto che valorizzi l’autonomia degli enti locali facendo dimagrire lo Stato centrale sia in termini di cassa che di competenza, eliminando le sovrapposizioni. Lo spostamento di alcuni uffici da Roma a Monza è stata la cartina di tornasole di quanto confuse fossero le idee in merito.

L’assenza dell’Ici è stata definita «un’anomalia» italiana da Monti, che ha poi annunciato la revisione del prelievo sugli immobili e la progressiva riduzione di imposte e contributi sul lavoro. Un’anticamera della patrimoniale?
Da liberale cattolico Monti sa che il patrimonio non è merito tuo, e se lo erediti sei fortunato. Una patrimoniale una tantum o la reintroduzione dell’imposta di successione sono provvedimenti attenti all’equità e al riequilibrio di un Paese centralista che ha sempre preso i soldi dove politicamente è più facile, innalzando cioè il prelievo sul lavoro dipendente. Nella cultura anglosassone, i liberali americani auspicavano che i ricchi donassero i propri patrimoni alle università dove avevano studiato. L’esperienza di Monti gli consente di guardare agli altri Paesi europei, e l’aver insistito sui giovani e sulla loro mobilità sociale come garanzia per il futuro del Paese sta a dimostrarlo. 

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