Napolitano e Monti vogliono la politica, Pdl e Pd no

Napolitano e Monti vogliono la politica, Pdl e Pd no

Da una parte Giorgio Napolitano e Mario Monti. Dall’altra un inedito asse tra Pd e Pdl. Da una parte il Colle e il tecnico, presidente del Consiglio in pectore, che vedrebbero bene un governo con forti venature politiche e che possa ambire ragionevolmente a concludere la legislatura. Dall’altra i reduci dall’ultima esperienza governativa, allineati in una nuovissima alleanza coi loro avversari di sempre: i vertici del Pd. Sarebbe difficile da spiegare, fuori, la giornata di oggi: la massima istituzione dello Stato e un tecnico chiamato a governare invocano la politica; ma la politica insiste a volerne stare fuori. La politica delle “mani libere”, altra immagine arrivata dritta dritta dalla Prima Repubblica, torna dunque di grande attualità.

Le preoccupazioni di Napolitano e Monti naturalmente coincidono. E sono riassumibili così: senza un coinvolgimento diretto e in prima persona dei partiti, che vedano esponenti importanti di entrambi gli schieramenti nel governo-Monti, il rischio che il cammino dell’esecutivo si incastri alle prime difficoltà è troppo elevato. Alla prima decisione impopolare, al primo interesso costituito rappresentato rappresentabile dai partiti, insomma, uno o entrambi gli attori protagonisti potrebbero chiamarsi fuori. Le elezioni, in una situazione del genere, sono sempre per definizione troppo vicine. E quindi sostenere scelte amare per la propria base – una patrimoniale per il Pdl, una riforma delle pensioni per il Pd forte dei voti della Cgil – sarebbe troppo rischioso in termini di consenso. Tanto più che fuori dalla “grande coalizione” ci sarà sicuramente le Lega, che su entrambi i fronti minaccia di scatenare l’inferno alla prima occasione.

“Non possiamo cedere” spiegano dai vertici del partito di Bersani, “non possiamo assolutamente entrare direttamente in questa “Dopo tutto” racconta un dirigente nazionale “il Pdl ha ancora meno interesse di noi a sporcarsi le mani. E quindi, perchè dovremmo farlo noi?”. Il Pd, ovviamente, pensa anche alla battaglia interna, alla sfida lanciata da Renzi, alle primarie: gestirte il tutto mentre si fa parte strutturale di un governo di un governo del rigore, magari perdendo per strada pezzi di elettorato storico come quello della Cgil, potrebbe essere una complicazione non da poco. Il Pdl il suo disappunto del resto apertamente per bocca di Fabrizio Cicchitto: “Non daremo sostegni gratis, se lo scordino”. E quindi, come se ne uscirà? Per la fiducia la politica italiana si è data tempo fino a venerdì. Giorni lunghi, di trattative. In cui – dice qualche navigatore di lungo corso in Transatlantico – a un certo punto spunteranno e si rafforzeranno nomi che fanno da cerniera tra la politica e l’accademia: “Gente che è stata in parlamento o al governo, ma con un curriculum accademico importante”. Così, assieme a Giuliano Amato, c’è chi pensa all’ex ministro e Forzista della prima ora Giuliano Urbani. Un passo più in là, starebbe ipotesi di politici ancora “in attività”, come il senatore del Pdl Gaetano Quagliariello e docente alla Luiss, Antonio Martino.

Né il Pdl né il Pd, in ogni caso, hanno voglia di cedere per primi. Sarebbe troppo rischioso in termini di immagine scoprirsi alle polemiche, agli avversari, agli attacchi interni e al fuoco amico. In tanti, oggi, hanno interpretato il nuovo invito alla coesione del Presidente Giorgio Napolitano come l’antipasto a un nuovo “piatto forte” servito dal Colle. “Napolitano ha mosso la scena, Napolitano saprà chiudere anche questa delicata vicenda” è il ragionamento condiviso. Chi se ne fa portavoce giura che, alla fine, un paio di figure politiche per ogni lato ci saranno. Il governo nascerà così, sull’onda di una nuova moral suasion del Presidente della Repubblica. Che può permettersi di avere a cuore solo il “meglio per l’Italia” mentre i politici – si sa – devono farsi rielleggere. E – si sa anche questo – tengono famiglia.  

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