Passera, il foglietto di Letta e Cucchiani: l’Italia senza più stile

Passera, il foglietto di Letta e Cucchiani: l’Italia senza più stile

Tre episodi molto diversi tra loro, ma riconducibili a un’unica sostanza (politica), raccontano di un’Italia che ha smarrito lo stile, che ha perso l’eleganza dei comportamenti, a cui interessa relativamente il rispetto delle forme. Direte voi: care anime belle, ve ne accorgete solo adesso? Sopportiamo volentieri il fardello d’essere considerati sin troppo ingenui su questo pianeta, per rilanciare l’attenzione – adesso che è iniziato un periodo di decantazione – sull’importanza del decoro, come vera e propria opzione futura.

Sarebbe stato troppo facile, persino maramaldo, scovare tre storie pre-governo Monti per certificare il nostro assunto. Non è sulla terra di Olgettina che si può misurare lo stato del decoro che verrà. No. Ciò che abbiamo scelto è fresco come ovetto di gallina, accaduto proprio sotto il cielo accademico di questo governo, e dunque meritevole di essere monitorato con la lente (ingenua) del marziano caduto su Roma.

Disponiamo gli episodi in ordine cronologico: 1) nomina di Corrado Passera a ministro dello Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti; 2) appunto segreto, sotto forma di letterina, che Enrico Letta fa pervenire in Aula al presidente del Consiglio, Mario Monti, nel corso del dibattito sulla fiducia; 3) scelta di Enrico Tommaso Cucchiani a Consigliere Delegato di Banca Intesa.

Sul primo episodio, di portata istituzionalmente più larga e pesante degli altri due, molto ha già scritto Linkiesta. Ciò che è ancora il caso di sottolineare, e che dal ’94 è stato rimarcato infinite volte per altri soggetti, è se un episodio del genere sarebbe potuto accadere in quei paesi che generarono la Democrazia. La risposta è incorporata nella domanda. E il punto centrale non è se il nuovo ministro Passera si comporterà in modo impeccabile, se permettete, questa è addirittura una pre-condizione. Ciò che a un governo “alto” non dovrebbe essere permesso è, esattamente, farsi strumento di sospetto, dove la colpa sta non tanto e non solo in una scelta sbagliata, ma proprio nella sua conseguenza, e cioè il generare (e di conseguenza moltiplicare) il dibattito sull’argomento.

Da un autorevole professionista del mercato e delle sue regole (ferree) come il professor Monti, questa caduta di stile non ce la saremmo aspettata.

Secondo episodio: la letterina di Enrico Letta spedita al presidente del Consiglio, Mario Monti, durante il dibattito sulla fiducia. E carpita da abilissimi fotografi, presenti sugli “spalti” (per la serie senza vergogna, adesso la Camera metterà una stretta su questi scatti che, secondo qualcuno, violerebbero la privacy). Ma torniamo a quell’appunto, che racchiude in sé una preoccupante mancanza di stile personale, politico e istituzionale. Rileggiamone il testo: «Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono! Enrico».

Intanto le forme, che il duca di Windsor non avrebbe sospiri per commentare. Cominciamo proprio dalla primissima parola: «Mario». Mario chi, un tuo amico, uno con cui giochi a biliardo, ma come ti permetti? Prima ancora del ruolo e di una storia personale, c’è un’età anagrafica da rispettare, gentile Enrico Letta. E dunque, Le costa così tanto rivolgersi al presidente del Consiglio in un modo vagamente più urbano: caro Mario, se vuole anche carissimo, facendo finta d’essergli amico, o se non caro o carissimo, almeno gentile? E poi perché il nome proprio, riducendo la cosa ad affar vostro, come privatissimo scambio di cose che in realtà sarebbero istituzionali, e riguarderebbero – se non le dispiace – anche noi cittadini?

Il secondo aspetto, non meno grave del primo, ci riporta al cuore della sostanza politica ed è il tentativo di intervenire sulle scelte di un presidente del Consiglio che non appartiene a una maggioranza specifica, ma sostanzialmente, con l’eccezione della Lega, all’intero consesso parlamentare. Che differenza c’è, caro Letta, giusto per restare al suo gentile appuntino, tra «ufficialmente» e «riservatamente», cosa direbbe al presidente Monti di così riservato che poi non potrebbe ripetere ufficialmente? Il suo è stato un tentativo molto, molto maldestro di mettere cappello su una persona appena arrivata e probabilmente anche un po’ smarrita sul piano dei rapporti politici con le forze che lo sostengono. E cos’è quel bigliettino così confidenziale, se non la certificazione più spudorata che voi del Pd lo considerate un Presidente molto più vostro di quanto possa fare il Pdl?

Terzo e ultimo episodio, che definisce compiutamente il racconto sulla Caporetto dell’eleganza, è la scelta del nuovo capo azienda di Intesa, nella persona di Enrico Tommaso Cucchiani. Non avendo titoli per giudicare, sulla carriera e sulla professionalità facciamo un opportuno passo indietro, ma se l’hanno identificato Bazoli e i suoi sarà senz’altro fichissimo. Ciò che lascia perplessi è che si sia cercato e trovato un signore che aveva una consuetudine non banale con certo Bisignani, che con il medesimo trattava al telefono l’uscita di Profumo da Unicredit, essendone peraltro consigliere, che chiamava spregiativamente «ciccione» Palenzona, insomma che da manager acclarato e stimato di questo povero Paese non aveva davvero niente di meglio da fare che elucubrare con equivoci faccendieri.

La domandina che maliziosamente rivolgiamo al presidente Bazoli è la seguente: che nomignolo pensa Le riserverà il medesimo il giorno in cui non doveste più andare d’accordo?