Per il dopo Silvio, Comunione e liberazione valuta il divorzio

Per il dopo Silvio, Comunione e liberazione valuta il divorzio

La caduta del governo Berlusconi ha aperto ufficialmente la stagione delle scelte per il composito mondo di Comunione e Liberazione. Lo smarcamento sentimentale dal Cavaliere era già iniziato. Pur tenendosi fuori dalla campagna di indignazione contro i costumi privati di Silvio Berlusconi, il movimento fondato da don Luigi Giussani e le sue molteplici filiazioni si pone da tempo il problema. Partendo da una consapevolezza. Cl c’era prima di Silvio, e ci sarà anche dopo. Con Forza Italia prima e con il Pdl poi, è stato percorso un pezzo di strada: ma con l’animo di sa di cogliere un’opportunità propizia, non certo con quello di chi ha firmato un patto di sangue.

È toccato a Giorgio Vittadini, storico leader della Compagnia delle opere e oggi presidente della Fondazione per la sussidiarietà, preparare il terreno alle grandi manovre. A suonare il fischietto è stato Maurizio Lupi, ciellino e deputato Pdl non sospettabile di tiepidezza verso il Cavaliere. All’indomani del voto sul Rendiconto dello Stato alla Camera che ha segnato la fine parlamentare del quarto governo Berlusconi, Lupi è uscito allo scoperto. «Sarebbe irresponsabile non dire che tutte le opzioni sono sul tavolo», ha detto. Due giorni dopo, il tedesco Bernard Scholz, presidente della Compagnia delle opere, è stato più netto: «No ad elezioni, serve un governo che unisca». Parole che, non rompono l’alleanza con il Pdl, ma di certo marcano l’autonomia tanto del movimento Cl quanto della Cdo. Proprio quest’ultima, domani, terrà la sua assemblea annuale alla Fiera vecchia di Milano. «Sulla strada della libertà» è lo slogan di quest’edizione: ed è un classico del Cl-pensiero. Ma, proprio il titolo dato all’appuntamento solleva una domanda: la strada della libertà è ancora nel Popolo delle Libertà o porta altrove?

Un passo indietro. Nel ventennio di “amicizia operativa” con il centrodestra, il movimento fondato da don Luigi Giussani e le sue filiazioni sono riusciti ad attuare la loro visione della società a livelli mai sperimentati prima. Una terza via a metà fra Stato e mercato, mai totalmente con l’uno o con l’altro. Antistatalisti e insieme alternativi rispetto alla vulgata del pensiero liberista, nella loro autorappresentazione. Affaristi con lo Stato e gli enti pubblici e antimercatisti con i concorrenti, secondo i critici. La Lombardia è stata il laboratorio, i frutti sono stati raccolti anche in altre regioni, a cominciare dall’Emilia Romagna, un tempo feudo rosso. 

Opere e affari. «Non confondeteci con Cl», è la premessa che ti fa qualunque esponente della Cdo. Lo ripetono come un mantra. Non mancano dirigenti o imprenditori associati, in effetti, che non sono né ciellini né credenti, ma che condividono con la Cdo una visione dell’agire economico:  la cooperazione fra persone e fra imprese, declinata in una versione aggiornata e riveduta dello spirito cooperativistico di matrice socialista o cattolica. Tutto questo, nel linguaggio della Cdo, si traduce in «collaborazione a tutti i livelli della vita sociale ed imprenditoriale» con l’obiettivo di promuovere la «centralità della persona in qualsiasi contesto sociale e lavorativo». La concezione del mercato e dello Stato è «ispirata ai principi di libertà responsabile, solidarietà e sussidiarietà». Nel pensiero economico-aziendale contemporaneo, l’approccio della Cdo ha il suo punto di caduta nei network sociali. Per sua natura, si legge sul sito ufficiale, la Cdo promuove la cultura delle reti di imprese. «Un criterio ideale», dicono, «una amicizia operativa». In concreto, agli associati vengono offerti servizi per la formazione, l’innovazione, l’internazionalizzazione, convenzioni bancarie, spesso attraverso imprese partecipate da esponenti della stessa Cdo.

Come sempre, le buoni intenzioni sono messe a dura prova dalla realtà. Specialmente in Lombardia, terra dove Roberto Formigoni, il politico più in vista della galassia Cl, governa da vent’anni alla presidenza della Regione. Da un lato, è innegabile che le scelte di Formigoni hanno portato la Lombardia a essere il laboratorio più avanzato nelle politiche di supporto alle Pmi come in quelle di sostegno  all’impresa sociale, orientata ai bisogni delle persone e non al profitto. Dall’altro lato, Formigoni, che di Cl è un pezzo importante ma non ne esaurisce la totalità, si è esposto a parecchie critiche, alimentando la diffidenza di chi sospetta che l’idealità della Cdo sia un paravento sotto cui nascondere il business.

A Cl si imputa di essere una lobby d’affari, in grado di occupare i punti nevralgici delle istituzioni, capace di dettare le regole, accordare favori, garantire appalti. «La lobby di Dio», il libro-inchiesta di Ferruccio Pinotti su “fede, affari e politica” di Cl e della Cdo, ne fornisce una rappresentazione a tinte fosche, specialmente per quanto riguarda il mondo della sanità nella Regione di Formigoni. La casistica dei rapporti poco chiari fra pubblico e privato abbonda: niente che non accada già in Italia. Sia che si tratti di una grande impresa a suo agio nei corridoi di Confindustria o di Montecitorio o di un piccolo imprendotre in buoni rapporti con l’assessore di turno. Ma questa constazione, ovviamente, non può essere un’attenuante per chi «fa leva sul senso di responsabilità e sul desiderio di contribuire al bene comune».

Dentro Cl e fra i dirigenti della Cdo se ne parla con serenità: respingono l’etichetta di lobby, perché, sostengono, il sistema di sussidiarietà costruito fra pubblica amministrazione, imprese e famiglie è per tutti. Non negano che ci possano essere state degenerazioni. La cronaca, del resto, li smentirebbe. Di pochi giorni fa è l’arresto di Piero Daccò per il crac della Fondazione San Raffaele di don Verzè. Un finanziere, ha scritto il Corriere della Sera, «nato come imprenditore di servizi ospedalieri (lavanderie), cresciuto nel territorio d’affari di Comunione e Liberazione». E da sempre appartenente «al circolo esclusivo degli uomini della sanità più vicini» a Formigoni.

Vero è che il “sistema Formigoni” non coincide né con la Cdo né con Cl. Ma le intersezioni abbondano. Un dirigente della Compagnia non si nasconde: «La storia tutta, e anche la nostra, è sempre piena di difetti, di gente che cerca di approfittarne». Servono anticorpi forti. L’approdo del tedesco Scholz alla guida della Cdo può essere letto anche in questa chiave: come la volontà di rinnovare e di correggere le criticità con energie nuove, fresche. 

Resta aperta la domanda: nell’Italia che si avvia ad archiviare l’era berlusconiana, dove andrà la Cdo e tutta la galassia ciellini? Scholz un messaggio l’ha già mandato in un’intervista ad Avvenire: «Il sistema di voto deve fare sì che le realtà sociali abbiano una rappresentanza politica. L’attuale legge elettorale favorisce l’oligarchia all’interno dei partiti. Meglio cambiarla, ma noi andiamo avanti lo stesso». C’è voglia di contarsi e di avere più margini di manovra. Verso quale direzione? L’alternativa più a portata di mano è, per così dire, un luogo familiare: il centro democristiano o quello che sarà la grande alleanza moderata.

Non è da escludere però che un dialogo possa avviarsi anche con il centrosinistra. Tuttavia, l’impostazione dirigista e, nello stesso tempo, la fiducia verso l’alta finanza che ha caratterizzato il centrosinistra negli ultimi venti anni sono due ostacoli insormontabili. O quasi. Un dialogo con una parte della sinistra esiste già: l’«amicizia operativa» con la Lega Coop e con Confcooperative è rodata. Nel campo dell’edilizia sanitaria e residenziale e nei servizi gli esempi non mancano.

La visione che la Cdo ha del mercato non è troppo distante da quella delle coop rosse o bianche, anche se rispetto a questi ultimi l’impostazione ciellina è più versatile in materia di assetti proprietari. Nella compagnia guidata da Scholz coesistono imprenditori individuali, società, cooperative, onlus, fondazioni e anche cooperative. Con la restante parte del mondo cattolico e con la sinistra la Cdo assegna un valore anche identitario alle attività socialmente rilevanti come il volontariato e l’assistenza sociale, ricerca scientifica e sanitaria, tutela dei beni storici e culturali, etc. Muovendo da questa comunanza, Comunione e Liberazione e la Compagnia delle opere sono stati il centravanti di sfondamento del terzo settore. 

Fisco per la sussidiarietà. Il “5 per mille”, previsto dalla legge Finanziaria per il 2006, ha dato un’importante e stabile fonte di finanziamenti anche molto diversi fra loro  – dalle associazioni sportive a Medici senza Frontiere ed Emergency, dall’associazione Radio Maria al Vidas, dall’Opera San Francesco per i poveri, dall’Associazione italiana celiachia all’Airc. In questa vicenda il ruolo giocato da Lupi, che tramite l’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà è riuscito a coinvolgere primari esponenti del centrosinistra, è innegabile. L’anno dopo, quando a Berlusconi era subentrato il governo Prodi, è stato necessario fare il tagliando all’iniziativa, che ha comportato una messa a punto dei criteri di accesso ai fondi. Il meccanismo ha garantito un flusso annuo di 400 milioni di euro verso quelle realtà. Poca cosa rispetto a una spesa pubblica di 700 miliardi. E versato dallo stato agli enti accreditati anche con notevoli ritardi. Ma se fino a quando si parla di cooperative o di onlus la convergenza è possibile, quando il confronto si allarga le distanze si allungano. Sui temi economici come su quelli etici.

Le ambizioni nazionali di Formigoni, da sempre lo portano invece a tentare di riformulare un patto con la Lega Nord. Subentrando a Berlusconi e facendosi catalizzatore di un nuovo centrodestra. Non sarà facile, quelli che pensano già al dopo-Formigoni impensieriscono non poco i dirigenti della Cdo. Per certi versi, Cl e Cdo sanno che i leghisti sono un avversario più temibile del Pd, che non ha messaggi forti da contrapporre alle politiche di solidarietà e di sussidiarietà. Salvo sventolare la bandiera del mercato, quello dello Stato o la questione morale, mentre la gente si aspetta soluzioni concrete ed efficaci. Nel passato, la Lega ha dimostrato di saper accettare compromessi non indolori e anche abbastanza imbarazzanti. Come il licenziamento di Alessandro Cè, assessore alla sanità della Regione Lombardia nel terzo mandato di Formigoni (ascolta intervista rilasciata a RadioRadicale il 20 aprile 2010). Scambiare la poltrona di governatore lombardo con l’appoggio leghista all’ascesa nazionale di Formigoni comporterebbe un azzardo politico. Probabilmente, lui accetterebbe, ma, ancora una volta, Cl e Cdo sono molto di più del “sistema Formigoni”. Non tutto quel che è bene per il governatur va necessariamente bene alla Cdo. Nello scenario va peraltro incluso l’ascesa al governo di Corrado Passera, un banchiere da sempre amico della Cdo, oggi ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture del governo Monti, domani magari candidato premier di una coalizione.

Domani Scholz indicherà la direzione in un’assemblea generale carica di significati simbolici e strategici. L’evento cade nel venticinquesimo della Compagnia delle opere, e avviene dopo la caduta di Berlusconi e la nascita del governo Monti. Il programma prevede anche l’intervento di don Juliàn Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione ed erede di don Giussani alla guida spirituale del movimento. Servirà a ribadire il criterio ideale, in attesa che Scholz e gli altri leader della Cdo facciano il tagliando all’amicizia operativa. 

lorenzo.dilena@linkiesta.it

Twitter: @lorenzodilena