“Politica e imprese colluse, così è morta la Grecia”

"Politica e imprese colluse, così è morta la Grecia"

Come la Grecia. Un timore che diventa ogni giorno più concreto, con gli spread che crescono e la politica che sprofonda nel caos. E “Come la Grecia” è anche il titolo di un libro uscito a fine settembre per Fandango. Un libro-reportage duro, pieno di numeri e date, che scava nel presente (e nel passato) della Grecia. 

L’autore, Dimitri Deliolanes, è greco, ma ha scritto il libro in italiano. Corrispondente della Tv pubblica ellenica Ert, vive in Italia dal 1967, l’anno del golpe dei colonnelli. “Mia madre era comunista e avrebbe avuto problemi con il regime. Preferì portarmi in Italia in tenera età, perché qui studiava mio fratello, e lavorava mia sorella.”
Nel suo libro Deliolanes racconta una storia di cattiva politica. Corruzione. Palazzinari. Clientele. Parassitismo burocratico. Evasione fiscale. Media compiacenti. Ma anche la storia di un antico popolo orgoglioso, “una nazione senza fratelli” che crede ancora nella democrazia e nel lavoro. Nella speranza che la Grecia, in qualche modo, risorga.

Deliolanes ha concesso a Linkiesta un’ intervista che, come il suo libro, scava nelle viscere della politica e della società greche. E si sa, scavare non è mai indolore: nel corso dell’intervista Deliolanes si arrabbia e si indigna, racconta aneddoti incredibili e sfata luoghi comuni. Parla soprattutto della Grecia. Ma è come se parlasse quasi sempre dell’Italia.

Il suo libro si intitola “Come la Grecia”. Ma cosa accomuna l’Italia alla Grecia ?
I punti in comuni sono diversi. Il primo è la scarsa qualità della classe politica. Nel confronto, ci tengo a sottolinearlo, la variante greca è peggiore di quella italiana. Tuttavia anche la classe politica italiana non brilla per lungimiranza e capacità di risolvere i problemi reali dello Stato, e della società. In Grecia abbiamo, non dico un ritardo, ma addirittura una cronicizzazione dei problemi di costruzione di uno Stato moderno ed europeo, proprio perchè i politici hanno tuttora enormi difficoltà a sganciarsi dal modello clientelare costruito dai loro predecessori. In Italia c’è qualcosa di simile, pur con dimensioni meno estese che in Grecia, ma certo è un punto in comune. 

La seconda somiglianza è quest’atteggiamento di grave negligenza e noncuranza nei confronti delle casse dello Stato. Voglio dire, i politici dovrebbero essere prima di tutto dei buoni amministratori, ma vediamo che a livello nazionale di buoni amministratori ce ne sono stati veramente pochi. A livello locale forse qualcosa di meglio c’è stato, però a livello nazionale i soldi dello Stato sono sempre stati gestiti con totale noncuranza.

La Grecia è stata dominata dai turchi per quattro secoli: gli storici l’hanno definita turcocrazia. Nel suo libro lei parla di una pratica ottomana, il rusvet, che sopravvive ancora in Grecia. Di cosa si tratta?
Questa pratica era il favore che un pascià o un bey concedeva al suddito. Una pratica per certi versi simile a quella degli antichi Romani, grazie alla quale il patrizio si circondava di clienti, gente del popolo che costituiva la sua base di sostegno, di consenso, dato che nessun potere può basarsi solo sulla forza o sull’intimidazione. Nel caso ottomano il pascià o il bey elargiva graziosamente dei favori, che potevano essere soldi, un impiego pubblico e così via, e questa pratica è continuata anche dopo l’indipendenza della Grecia, che è più antica di quella dell’Italia. Fino a oggi i politici hanno ottenuto il consenso (e quindi il voto) offrendo in cambio al cittadino un posto nella pubblica amministrazione e un’ampia tolleranza a piccole e grandi illegalità come l’evasione fiscale, la costruzione di edifici abusivi ecc…

Un sistema clientelare, dunque, che noi italiani conosciamo bene.
Certo. Sono i politici, non i cittadini, ad avere la grossa responsabilità di questo sistema.

Però i cittadini li hanno eletti, questi politici.
Osservazione molto giusta. Difatti a causa del mio libro sono stato accusato, anche da alcuni amici, di essere stato troppo critico verso i cittadini greci. Io però credo che una società che tollera certe storture si renda in qualche maniera complice del malcostume. Voglio dire: all’epoca della primavera di Palermo i palermitani si sono ribellati contro il pizzo, contro la connivenza con la mafia, e lo hanno fatto per ragioni di dignità. Avrebbero dovuto farlo anche i greci: non adesso, ma qualche anno fa.

Chi sono i responsabili della crisi greca?
Guardi, in Grecia c’è questo politico, il vicepresidente del consiglio [sotto Papandreou] Theodoros Pangalos, che è un personaggio provocatorio perché spesso le spara grosse, e altrettanto spesso dice delle verità scomode. L’anno scorso Pangalos ha detto una cosa che ho provocato una grande discussione, e che infatti cito nel libro. In un dibattito televisivo ha detto: «Mi chiedono chi si sia mangiato tutti questi soldi, e io rispondo: li abbiamo mangiati tutti insieme, voi eleggendoci e noi amministrando lo Stato». 

Questa frase in Grecia ha scatenato enormi polemiche, e io la giudico una mezza verità: è vero che c’è stato questo voto di scambio, come dicevo prima, ma ciò che Pangalos non ha detto è che non tutti hanno partecipato a questa spartizione, e che la spartizione non è avvenuta in termini equi. Una cosa è avere un posto di lavoro nella pubblica amministrazione o in un’azienda pubblica, un’altra è mettere le mani nelle casse dello Stato e appropriarsi del denaro pubblico in maniera più o meno incontrollata.

Aggiungo poi un’altra cosa sconvolgente, che ho scoperto scrivendo il libro: il sistema mediatico greco, che definisco complice e concausa della crisi, non informò in alcun modo l’opinione pubblica greca al momento dell’adesione all’euro; eravamo molto felici, e tutte le forze politiche (con l’esclusione del partito comunista greco che è da sempre anti-europeista) elogiavano questo grande risultato, ma nessuno, tantomeno il governo, si preoccupò di informare l’opinione pubblica su quali fossero le condizioni comportate dall’adesione. Questa è un’enorme responsabilità del governo socialista dell’epoca, che pur di farci aderire all’euro falsificò i conti.

È interessante scoprire che anche la Chiesa ortodossa abbia deciso di contribuire al risanamento dei conti. 
La Chiesa greca ha accettato di sottoporre alla fiscalità ordinaria tutte le sue proprietà, per la maggior parte immobili, usate a scopi commerciali. Sono esenti dalle imposte i luoghi di culto, non solo quelli ortodossi ma di tutti i culti riconosciuti dallo Stato greco (perché in Grecia c’è un riconoscimento da parte delle autorità giudiziarie). A me sembra una soluzione molto dignitosa, perché far pagare le imposte alle chiese, alle sinagoghe o alle moschee sarebbe una grande ingiustizia.

Lei ha scritto, in greco però, un libro sul Presidente del Consiglio che nel suo Paese ha riscosso molto successo.
Ho cercato di informare i greci su questo personaggio di cui all’estero si conoscono solo le avventure romantiche e giudiziarie, le barzellette ecc… La sua biografia però è sconosciuta, e io ho cercato di colmare questo vuoto informativo.

Secondo lei la poca credibilità internazionale del Presidente del Consiglio contribuisce alla crisi italiana ?
Se la sua presenza a capo del governo aggrava la crisi ? Venerdì [4 novembre] ho seguito allibito la sua conferenza stampa da Cannes in cui diceva che non c’è crisi, che i ristoranti sono pieni. Questo non è l’atteggiamento che aiuta un Paese a superare la crisi. Uno inizia a guarire da una malattia quando capisce di essere malato. Se non prende coscienza di essere malato non guarirà mai.

La Grecia, scrive nel suo libro, è un Paese di statali e di affittuari di stanze per turisti. In effetti molti degli statali greci hanno fama di fare poco o niente. 
Non solo fanno poco o niente, ma spesso non sono in grado di fare nulla. Lavorando nella tv pubblica mi sono imbattuto in questi personaggi cresciuti all’ombra delle varie clientele politiche… molto spesso ci sono stati imposti anche come direttori. E ho scoperto un sottobosco di personaggi di immensa ignoranza e immensa incapacità, che però riescono a stare sempre a galla perché sono fedeli esecutori di ordini politici altrui. Poi ci sono i poveracci, assunti nella pubblica amministrazione senza saper fare nulla. Tanto tempo fa abbiamo avuto, all’ambasciata greca di Roma, un’impiegata che si occupava di questioni culturali e diceva “C’è una mostra sull’architettura greca nel secolo iks iks” [pronunciava secolo XX come se fosse un’unica parola]. Una dattilografa mi confidò di avere paura di essere contagiata dal virus del computer… Ne parlo molto nel libro perché si tratta di cose veramente assurde.

Purtroppo il clientelismo colpisce anche l’Italia, specialmente il nostro Mezzogiorno.
Io penso che un italiano del sud o che comunque conosce il Meridione riesca a capire la situazione greca molto meglio. Perché il Meridione italiano ha il problema che ha la Grecia: lo Stato è il principale datore di lavoro e il principale cliente del settore privato, quindi tutto gira attorno allo Stato, e attorno al potere politico che controlla la pubblica amministrazione.

In Grecia c’è però anche una borghesia di grande cultura, cosmopolita. Una “borghesia mediterranea” che si ritrova pure a Bari, a Palermo, a Napoli, a Salerno, a Lecce…
Sì, la Grecia è un Paese povero con un alto indice di cultura. Il numero di laureati greci è maggiore di quello italiano. Ciò che manca alla Grecia è, per ragioni storiche, una classe imprenditoriale lungimirante, seria e capace. Ciò si spiega con il fatto che noi pagammo la guerra fredda con una devastante guerra civile. Una guerra civile che fece emergere come nuova classe imprenditoriale i profittatori di guerra, i criminali… Gente poco raccomandabile, legittimata dal conflitto tra gli alleati e i comunisti. Con la dittatura dei colonnelli arrivò il loro dominio definitivo, alimentato da prestiti e finanziamenti pubblici. Poiché la vecchia borghesia rimasta era ostile, i colonnelli vollero favorire questa classe imprenditoriale di avventurieri soprattutto in due settori: l’edilizia e il turismo. Purtroppo, dopo la fine della dittatura dei colonnelli, abbiamo avuto un dominio quasi assoluto di questa classe imprenditoriale, che ha cacciato i vecchi armatori, costringendoli ad andare a Londra e rendendoli subalterni, e si è appropriata dei mezzi di informazione, investendo pesantemente nelle televisioni private. 

E perché?
Perché? Perché in questa maniera si può perennemente ricattare il potere politico: io ti do visibilità con la mia tv e ti faccio vincere le elezioni, tu in cambio mi dai appalti, e mi fai mettere le mani nelle casse dello Stato. Questo è il problema della classe imprenditoriale greca. Bisogna riconoscere che il precedente premier, Kostas Karamanlis [del partito Nuova Democrazia] di centrodestra, nel 2004, subito dopo aver vinto le elezioni, propose di togliere di mezzo questa classe imprenditoriale, da lui testualmente definita di “papponi”, “lenoni”. Fece una legge che vietava a chiunque avesse a che fare con lo Stato di possedere mezzi di informazione. Scoppiò una guerra giuridica, un finimondo che arrivò alla Corte europea di giustizia. Ovviamente il potere politico dovette cedere di fronte alla potenza del potere economico, il centrodestra perse la battaglia e da allora anche qualsiasi velleità riformista. Fu una sconfitta che segnò tutto il comportamento del governo di centrodestra nei 5 anni di amministrazione.

E Samaras, l’attuale leader di Nuova Democrazia ? Molti lo definiscono un conservatore populista…
È vero, ha affrontato questa crisi con un forte piglio populista. Quando è scoppiata la crisi l’anno scorso, ha detto che con lui al governo la crisi sarebbe stata superata entro un anno. Ha anche contestato molte delle misure contro la crisi, scelte non dal governo ma imposte dalla troika che controlla le finanze greche… Devo però dire che negli ultimi giorni, per fortuna, è sembrato moderare molto la sua posizione, anche se poi traspare la smania del nuovo gruppo dirigente di Nuova Democrazia di vincere le elezioni, e prendere in mano il governo del Paese. Non c’è nessun problema che i conservatori vincano e governino, ma probabilmente queste elezioni, quando si faranno, saranno contrassegnate da un enorme voto di protesta, quindi astensioni, voti nulli, schede bianche ecc… 

Crescerà l’estrema destra?
Stanno crescendo tutti i partiti più piccoli, sia di estrema destra sia di estrema sinistra, perché sarà un voto di protesta. Voto di protesta giustificato, se vogliamo, perché i due maggiori partiti che hanno governato nell’ultimo decennio hanno entrambi enormi responsabilità in questa crisi.

Qual è stato l’impatto della crisi sulla vita quotidiana dei greci? 
La crisi ha inciso molto. Ci sono famiglia rovinate, lavoratori disoccupati… In Grecia il sussidio di disoccupazione consiste in 500 euro per un anno, e quando è finito se non hai una rete familiare di sostegno sei veramente alla disperazione. E c’è molta gente che è alla disperazione, persone del ceto medio che ormai non hanno reddito e vanno a mangiare alle mense delle organizzazioni non governative o della Chiesa. C’è gente che lascia le grandi città e torna dai parenti, al paesello, perché lì ha un tetto e un piatto di minestra. Ci sono nonne, nonni che con la loro pensione di 400 euro mantengono famiglie intere. Abbiamo un milione di disoccupati in Grecia [su una popolazione totale di circa 11 milioni di abitanti].

Il quotidiano austriaco Die Presse ha parlato di genocidio finanziario. Lei cosa pensa a riguardo?
Non userei un’espressione così forte, però di certo la situazione è estremamente dolorosa, perché è un fenomeno a catena. Poiché ci sono molti disoccupati, si verifica una forte compressione dei salari, quindi non si spende, quindi il negoziante non vende, quindi il negozio chiude, quindi anche chi possiede immobili non ha soldi… Tutta una catena di grande depressione. Chi se la passa bene ? Se la passa bene l’evasore fiscale, chi specula in borsa e magari ha scommesso sul default della Grecia…

Negli ultimi tempi dalle banche greche si è verificata una cospicua fuga di capitali. 
È vero che uno dei rimproveri che l’opinione pubblica greca ha rivolto al governo di Papandreou è proprio non aver represso e punito questi comportamenti. Certo, vanno fatti dei sacrifici perché bisogna rimanere nell’eurozona, nessun greco sogna di abbandonare l’eurozona, però l’opinione pubblica avrebbe voluto sacrifici distribuiti un po’ più equamente nella società, e purtroppo questo non è avvenuto.

Lei ha appena detto che nessun greco sogna di lasciare l’euro. Davvero? Nessun greco sogna di tornare alla dracma? 
No, questa è una cosa che si è inventata la stampa italiana. Diciamocelo chiaramente: oggi l’unica forza politica anti-europeista è il Partito Comunista, ma se domani ci fossero le elezioni il Partito Comunista arriverebbe a malapena al dieci per cento. Tutte le altre forze politiche di destra, sinistra e centro sono a favore della nostra permanenza nella zona euro. 

Lei è ottimista sul futuro della Grecia ?
Sì, io sono ottimista. Voglio esserlo per ragioni di patriottismo, ma anche perché alla fine, in qualche maniera, si dovrà uscire da questa crisi. Soffriremo, bisognerà trovare la via per riformare questo sistema politico e lo Stato, e dare ossigeno all’economia. Non possiamo morire. 

E sull’Italia ? Lei è ottimista?
Sì, sono ottimista anche sull’Italia, perché conosco la forza dell’Italia. Ho parlato prima dei punti in comuni con l’Italia, ma vorrei anche parlare delle differenze. In quanto a classe imprenditoriale beh, non c’è paragone. L’Italia è un Paese che produce, è un Paese che ha idee, è un Paese capace di esportare. Ha bisogno di sostegno da parte del sistema politico, non c’è bisogno di fare tutto da capo. Forse nel Mezzogiorno la situazione è un po’ più grave, ma l’Italia nel suo complesso è in una posizione molto migliore della Grecia. 

È vero. In Italia ci sono imprenditori e territori evoluti, che scommettono sulla tecnologia, sull’innovazione, su prodotti e servizi di qualità per rimanere competitivi.
E questa è la smentita dei dogmi neoliberisti che purtroppo la troika sta applicando alla Grecia, ma che si cercano di applicare anche all’Italia. Non si aumenta la competitività comprimendo il costo del lavoro: eventualmente razionalizzandolo, ma l’insegnamento che ci viene dai Paesi virtuosi della zona euro è che la competitività la si acquista con la qualità, con l’innovazione tecnologica… In Europa non ci sarà mai una Cina, un’India. Il Fmi ha esperienza di interventi fuori dall’eurozona o addirittura fuori dall’Europa, come in Argentina o Uruguay. Dovendo intervenire all’interno dell’eurozona non si sono spremuti le meningi per trovare nuove soluzioni, ma hanno seguito le vecchie ricette, e questo è stato un errore.

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