Pur di arginare la Cina gli Usa aprono alla Birmania

Pur di arginare la Cina gli Usa aprono alla Birmania

La visita di Hillary Clinton in Birmania, dove è arrivata oggi, ha un carattere storico visto che la prima volta di un Segretario di stato di Washington dal 1962, quando i generali presero il potere. La Clinton incontrerà il presidente Thein Sein e domani la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi.  L’importanza della visita la si capisce anche considerando che il Paese, considerato alla stregua di una colonia cinese, dagli anni Novanta è oggetto di sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, anche se ultimamente ha introdotto una serie di misure distensive verso l’opposizione. E questo è proprio il rischio. Se poi i generali dovessero continuare con i loro metodi brutali, l’apertura di credito degli Usa potrebbe diventare un boomerang. 

Il contesto della visita è molto significativo. Incontri di vertice tra i governi di Pechino e Washington non sono mai stati così intensi come nel corso dell’ultimo anno. Le delegazioni delle due superpotenze chiuderanno l’anno con l’ennesimo confronto in occasione della diciassettesima Conferenza delle Parti (COP17), che si tiene a Durban (Sudafrica) fino al 9 dicembre. Se quello di Durban sarà comunque un dialogo aperto anche ad altri 188 Paesi per trovare una soluzione riguardo la riduzione globale delle emissioni e la lotta ai cambiamenti climatici, è proprio nel mese in corso che i contrasti tra Cina e Stati uniti si sono fatti più concreti ed evidenti. In quella che si preannuncia essere una “lotta” di natura economico commerciale più che strategico militare.

Il 17 novembre scorso si sono tenuti i lavori del summit dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del sudest asiatico e dell’East Asia Summit (Eas): un forum di dialogo che si tiene annualmente dal 2005 e in cui partecipano, oltre ai dieci membri dell’Asean, anche Australia, Cina, Corea del Sud, Giappone, India e Nuova Zelanda. Quest’anno, per la prima volta, presenti anche Russia e Stati Uniti, rappresentati dal presidente Barack Obama, giunto a Bali al termine di un lungo tour nella regione Asia Pacifico.

Un impegno, quello della delegazione americana, che ha segnato il ritorno a gran voce di Washington in una regione per troppi anni dimenticata. Un’area in cui la Cina risponde con aggressività ai numerosi contenziosi irrisolti, dove i forum multilaterali sembrano per ora essere gli unici strumenti in grado di garantire agli Stati Uniti la possibilità di giocare alla pari con un Paese che non dovrebbe esser visto come un nemico, ma come un partner obbligato.

Quello di Barack Hussein Obama II è stato «un viaggio nella memoria», iniziato «al centro del Pacifico», ad Honolulu, nelle isole Hawaii, dove il presidente è nato. E’ qui che ha incontrato gli altri venti rappresentati dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec): un forum multilaterale costituito da “membri economici” e non Paesi, vista la presenza tra gli altri della Repubblica di Cina (Taiwan), non riconosciuta dalla madre Cina. Un forum nato in un’altra epoca, nel 1989, e con l’obiettivo di promuovere zone di libero scambio economico commerciali nell’area del Pacifico.

È nella sua città natale che il capo della Casa Bianca ha prima bacchettato la Cina obbligata a «giocare secondo le regole», per poi annunciare insieme alle controparti di Australia, Brunei, Cile, Malaysia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam, le linee guida di una negoziazione che dovrebbe concludersi in un tempo ancora da definire nella creazione di una zona di libero scambio trans-pacifica (Trans-Pacific Partnership – Tpp). Un accordo che lascerebbe fuori la Cina, ma non il Giappone, che a denti stretti e timoroso di dover abbattere le barriere del proprio mercato agricolo, ha annunciato di volersi unire al gruppo.

Una zona di libero scambio che dovrebbe quindi superare gli ostacoli dell’Apec coinvolgendo anche quattro membri dell’Asean. Tra questi, forse, solo Singapore potrebbe al momento adempiere alle richieste di un accordo che avrà ancora bisogno di tempo e la cui conclusione potrebbe non arrivare prima delle prossime elezioni presidenziali statunitensi. Nello specifico, però, «paesi come Malaysia e Vietnam, sebbene impegnati all’interno di una zona di libero scambio con la Cina (Asean-China Free Trade Area), hanno bisogno di poter importare prodotti “made in Usa”, visto che vantano da anni un ingente surplus commerciale», come ha spiegato a Linkiesta Carl Thayer, professore emerito dell’Università australiana di New South Wales. Solo nei primi nove mesi del 2011, infatti, il deficit commerciale americano nei confronti di Malaysia e Vietnam è di circa 8,3 e 9,7 miliardi di dollari rispettivamente.

Pertanto, più che minare la centralità dell’Asean o preferire Washington a Beijing, i governi di Kuala Lumpur e Hanoi sembrano aver fatto valutazioni prettamente commerciali e pragmatiche. Oltre alla comunione di intenti in termini economici la presenza americana sarebbe sinonimo di garanzia in acque dove i due Paesi asiatici si contendo con Filippine, Bunei, Taiwan e appunto la Cina alcune isole degli arcipelaghi Spratly e Paracel, situati nel mar cinese meridionale.

L’annuncio da parte di Obama e della primo ministro australiana Julia Gillard a Canberra, in occasione del sessantesimo anniversario dell’alleanza tra i due Paesi, e alla vigilia dei summit di Bali, di voler portare un numero di marines che potrebbe arrivare nei prossimi anni fino a 2500 unità ha suscitato timori e commenti che hanno offuscato il successo politico dell’Associazione delle Nazioni del sudest asiatico. Capace in soli sei anni di riunire intorno ad uno stesso tavolo i diciotto Paesi più influenti della regione. Decidendo non solo l’agenda del forum, ma aprendo la discussione a questioni fino ad ora off limits come sicurezza marittima e territoriale.

«Durante gli incontri informali tra i leader dell’Eas, Obama ha sottolineato la necessità di discutere riguardo la sicurezza marittima. È proprio durante il suo intervento che Wen Jiabao ha alzato la mano per sottolineare che invece l’Eas non è il forum adatto per certe questioni», ha spiegato a Linkiesta il professor Thayer. «A parte il silenzio di Myanmar e Cambogia – che l’anno prossimo ospiterà il forum – gli altri otto membri dell’Asean hanno appoggiato la linea statunitense», ha infine concluso l’esperto di sicurezza militare.

L’Associazione asiatica, nata nel 1967 a Bangkok, sta quindi obbligando la Cina a rispondere a questioni che vanno avanti da decenni, come la possibilità di arrivare ad un Codice di condotta vincolante nel Mar Cinese meridionale. Anche se la partita potrebbe avere l’apparenza dell’ennesimo gioco di contrapposizione strategico militare che ha portato alcuni osservatori a prevedere una nuova guerra fredda tra Washington e Pechino, il vero gioco si risolverà sul piano economico. E in questo senso, la posizione cinese sembra godere di un vantaggio non indifferente.
 

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