Trenta italiani all’anno vanno a morire in Svizzera

Trenta italiani all’anno vanno a morire in Svizzera

Ci ha pensato la cronaca, ogni volta, a tornare a interrogare la coscienza e la politica sui destini della vita umana e l’autodeterminazione. Perché la legge non arriva, e perché anche se arrivasse nella forma del ddl in discussione al Senato sarebbero in molti a non essere d’accordo.

La cronaca o l’autorganizzazione. In questi giorni sono ormai più di un’ottantina su e giù per lo Stivale i registri per depositare il proprio testamento biologico, e i comuni che li ospitano fanno fronte comune unendosi nella “Lega degli enti locali per il registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento”. L’obiettivo è “proteggere” le Dat espresse dai cittadini nei municipi, affinché abbiano valore giuridico anche se il ddl sul fine-vita passasse così com’è. La politica è oggi altrimenti affaccendata, certo. Ma non si sa mai.

Ci ha pensato la cronaca, ogni volta, a tornare a interrogare la coscienza. È successo oggi, con la notizia del suicidio scelto da Lucio Magri che è andato in Svizzera per morire.

Come quest’estate, con Anna, 48 anni, testimone di Geova. Affetta da una gravissima malattia degenerativa, ha chiesto al giudice il permesso di non essere sottoposta, in caso di necessità, a trattamenti salvavita. Mentre l’Italia si barcamenava nell’afa di agosto, il giudice tutelare di Treviso, Clarice Di Tullio, ha detto sì. Anna voleva poter non utilizzare farmaci e trattamenti salvavita. «Non voglio che la mia vita venga prolungata se i medici sono ragionevolmente certi che le mie condizioni sono senza speranza». E così sia. Mentre sono passati ormai quasi tre anni da quel 5 novembre 2008 quando a Modena, per la prima volta in Italia, un altro tribunale aveva emesso un decreto di nomina di amministratore di sostegno in favore di un paziente qualora questo, in futuro, fosse stato incapace di intendere e di volere. Applicando la legge italiana, la legge Cendon.

Eutanasia e suicidio assistito. Non è l’Italia, ma la vicina Svizzera. Qui la legge permette – dal 1941 – il suicidio assistito, se prestato “senza motivi egoistici” e solo in modo passivo. Un referendum, a maggio, chiedeva agli abitanti del cantone di Zurigo – con due quesiti – di vietare o limitare il ricorso all’assistenza al suicidio per i non residenti. La risposta degli svizzeri è stata di un doppio no. L’anno prossimo, ad esprimersi su temi analoghi, sarà il cantone di Vaud. Nei giorni del referendum di Zurigo, in Italia si commentavano i dati di un Rapporto Eurispes secondo il quale sei italiani su dieci dicono sì all’eutanasia. Una quota, quella di chi è favorevole, inferiore dell’1,2% rispetto all’anno scorso. I contrari, nel 2011, sono passati al 24,2% a fronte del 21,7% del 2010.

Gli italiani che attraversano il confine ogni anno per non fare più ritorno sono una trentina. E il trend è in crescita. Affrontano una spesa di non più di 3mila euro. 200 è il totale delle persone che in Svizzera ricorre al suicidio assistito, e due sono le associazioni che praticano il suicidio assistito: la Dignitas di Zurigo e la ExInternazional di Berna. 1138 le persone, secondo i dati di Dignitas, che nel 2010 hanno chiesto di essere “accompagnati” alla morte. La maggior parte viene dalla vicina Germania (592), e in genere la percentuale di stranieri che sceglie la Svizzera per il suo ultimo viaggio sale con il passare degli anni.

EX International si presenta come “un’équipe di professionisti laureati e altamente motivati, specializzati in varie discipline, tra cui teologia, giurisprudenza e pubblicistica”. L’associazione offre consulenza ai soci e li accompagna “a livello umano e non burocratico fino alla loro eventuale pratica della libera morte”. Tanti sono i documenti necessari per una “libera morte autodeterminata” assistita da EX International. Prima di tutto il certificato medico, naturalmente, con diagnosi e decorso della malattia. Poi la tessera dell’associazione e, in caso di non accompagnamento in Svizzera da parte dei familiari, di una relazione medica che riporti le caratteristiche fisiche o una panoramica dei denti e la prova calligrafica. Non manca la richiesta – facoltativa – di una dichiarazione di approvazione di un familiare o di una persona di riferimento e, naturalmente (obbligatorio) del testamento biologico.

Emilio Coveri è il presidente di Exit Italia, Centro di studi e documentazione sull’eutanasia. L’associazione è nata a Torino nel 1996: da allora lotta perché anche in Italia venga regolamentata l’eutanasia. E fornisce informazioni a chi decide di andare in Svizzera. «Abbiamo fatto un accordo con le due associazioni svizzere che riconoscono il nostro testamento biologico», spiega. Il trend è in aumento, soprattutto dall’Italia. «Me ne accorgo anche dalle iscrizioni, aumentate in sei mesi del 100%. La maggior parte degli iscritti ha l’intento di fare domanda per il suicidio assistito con Dignitas o Ex International».

Il suicidio assistito esiste oggi in Svizzera, Lussemburgo e Belgio. In Olanda c’è l’eutanasia attiva. E negli Usa? In Oregon – segnala Coveri – «Stanno facendo quello che fa Dignitas. Stanno aiutando i messicani e i nordamericani ad avere se vogliono una morte dignitosa. E meno male che lo fanno». 

E in Italia? La fotografia del fine vita, da noi, è in bianco e nero. I dati sono pochi, e parlano di un mondo sommerso che tale rimane nel tempo, nonostante le necessità di pianificazione delle politiche sanitarie. Il ministero della Salute fa riferimento ai dati del gruppo di lavoro – composto da neurologi, rianimatori e altri specialisti – istituito alla fine del 2008 e presieduto dall’ex sottosegretario Eugenia Roccella. Il testo è stato utilizzato per l’accordo sugli stati vegetativi e di minima coscienza, stipulato in conferenza unificata tra Governo, Regioni, Province e autonomie locali. Secondo la ricerca, nel quinquennio 2002‐2006 sono stati dimessi 5344 pazienti con diagnosi di stato vegetativo persistente. Ma i dati ottenuti – avverte lo stesso gruppo di lavoro – possono «sottostimare la numerosità dei pazienti in stato vegetativo e in stato di minima coscienza». E ad oggi non sono disponibili altri dati dettagliati, al netto di iniziative di gruppi di studio di società scientifiche o di singoli ricercatori.

E poi c’è il Libro Bianco, che dà voce alle associazioni che rappresentano i familiari. E nel quale l’ex sottosegretario Roccella ribadisce che, dal punto di vista scientifico, «sappiamo ancora troppo poco di questi stati e proprio per questo diventa imprescindibile il principio di cautela». Non si è, in definitiva, «in grado di misurare il grado di coscienza nell’uomo», né «siamo mai approdati a una definizione condivisa di “coscienza”». Quel che è noto e condiviso dalla comunità scientifica tutta, laica e cattolica, è che il «40% delle diagnosi si rivela sbagliato». Che «in alcuni casi si sono riscontrati episodi di coscienza» e che «alcune persone in stato vegetativo sentono dolore». Parole – quelle della Roccella e in genere della politica – che però, secondo una parte della comunità scientifica e medica, risentono di un certo “sapore ideologico”.

La realtà con cui quotidianamente, in Italia, fanno i conti i medici impegnati in prima linea, in terapia intensiva, si chiama “desistenza terapeutica”. A scattare la fotografia, in questo caso, è uno studio del 2005 condotto in 84 reparti di rianimazione e terapia intensiva in tutta Italia. Lo studio è firmato da un’équipe di medici epidemiologici dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, diretta da Guido Bertolini. Una ricerca durata allora un anno e che oggi l’epidemiologo ha tutta l’intenzione di condurre nuovamente. «Probabilmente l’anno prossimo. A richiedercela sono gli stessi intensivisti», spiega.

Lo studio del 2005 parla chiaro: ogni anno, nei reparti di rianimazione della penisola, circa 18mila decessi avvengono dopo che i medici hanno sospeso le terapie inutili. È il 62% delle morti, insomma. Lo studio, condotto con il GiViTI (Gruppo italiano per la valutazione degli interventi in terapia intensiva), ha esaminato 3.800 decessi avvenuti nel 2005. Bertolini aiuta a fare chiarezza in un mondo troppo spesso raccontato con confusione. «I casi di desistenza terapeutica in terapia intensiva sono molto diversi dal caso Welby», dice il medico. «Ed è scorretto dire che quei pazienti sono stati aiutati a morire dal medico». In terapia intensiva, infatti, «il 70% dei pazienti arriva con una o più insufficienza d’organo». Senza le terapie intensive, morirebbero nel giro di poche ore.

«Quello che si fa in questi reparti è “rubare tempo alla morte” – io lo definisco così – sostituendo la funzione persa con all’ausilio delle macchine», spiega ancora Bertolini. E quel “tempo rubato alla morte” viene sfruttato per curare la condizione del paziente o dar tempo all’organismo di recuperare, con la possibilità in alcuni casi che il recupero sia completo. «Questa è una strategia che funziona nell’80% dei pazienti», prosegue il medico milanese. «Nella restante percentuale, purtroppo, questa strategia non funziona». Il processo del morire viene insomma rallentato grazie alla scienza, ma i parametri peggiorano. «In questi casi, mantenere le terapie intensive diventa solo un prolungamento delle sofferenze del paziente, magari per qualche giorno o per qualche settimana», spiega ancora Bertolini. Certo, ci sono situazioni in cui il quadro è chiaro, altre in cui lo è meno. Altre ancora “in cui il rischio è di entrare in stato vegetativo”: quello in cui Eluana Englaro ha vissuto per 17 anni, da quando di anni ne aveva 20.

Quando l’intensivista decide di desistere, «lo fa in base a due presupposti», dice Bertolini. Il primo: quando il paziente sta comunque morendo. «È un atto dovuto al paziente quello di sospendere i trattamenti», dice Bertolini. L’altro è quello di evitare situazioni tipo, appunto, quella di Eluana. «E qui naturalmente la decisione diventa difficile», dice il medico. Ma si ricorre a quella che è la «base di ogni codice deontologico: l’autodeterminazione del paziente. Che sia cosciente o che non lo sia».

Ed ecco che si arriva ai dati della ricerca: il 62% dei decessi in terapia intensiva è preceduto da una qualche forma di desistenza terapeutica. Ovvero dalla sospensione delle terapie intensive. Su circa 150mila pazienti che ogni anno entrano in questi centri un quinto – circa 30mila persone – non sopravvive. E nel 10% circa dei casi la scelta viene operata «ricostruendo la volontà del paziente, attraverso il confronto con la sua storia e con i familiari», conclude Guido Bertolini. Non certo “dolce morte”, insomma, ma gestione della quotidianità che accomuna tutti i medici. Anche quelli cattolici o che lavorano in strutture cattoliche.