Unicredit e Intesa si scambiano i ruoli: chi ha sbagliato strada?

Unicredit e Intesa si scambiano i ruoli: chi ha sbagliato strada?

Negli ultimi dieci giorni c’è stata una rivoluzione nei due principali istituti di credito italiani. Le pesanti vendite che continuano a investire i titoli di Stato sul mercato secondario e la loro scarsa appetibilità nelle aste del Tesoro stanno accelerando un vero e proprio cambio di paradigma sia in Unicredit che in Intesa Sanpaolo, iniziato con la progressiva razionalizzazione di costi e strutture. Ancora non è possibile parlare di vero e proprio rinnovamento culturale, e forse non lo sarà fino alla prossima primavera, quando scadranno i cda di entrambe le banche.

Ieri, dopo l’ufficializzazione di Cucchiani, il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa ha spiegato: «la nostra è una banca di grandi dimensioni e complessità, presente soprattutto in Italia mentre all’estero non è ancora molto sviluppata. Nel piano industriale abbiamo considerato l’opportunità di estendere all’estero la nostra presenza e questa è un’indicazione precisa della qualità della persona che cercavamo». Dieci giorni prima l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, era andato nella direzione esattamente opposta: «La banca universale è un modello tramontato», aveva spiegato, osservando: «se non ci sono capitali la banca va focalizzata sul modello commerciale, che è nel nostro Dna».

Guardando ai numeri, il peso e il significato della parola “estero” è profondamente diverso tra i due istituti. Intesa ha responsabilità “di sistema”, come andava ripetendo Corrado Passera, ora ministro allo Sviluppo e Infrastrutture, l’altro è un gruppo “paneuropeo” come lo definiva l’ex a.d. Alessandro Profumo. A distanza di quasi un anno dal mancato matrimonio tra Pioneer ed Eurizon per creare un polo italiano del risparmio gestito, i principali istituti di credito italiani sono pronti a scambiarsi i ruoli.

Ghizzoni, nell’ultima trimestrale, ha tolto un bel po’ di polvere accumulatasi negli anni sotto il tappeto, iscrivendo a bilancio svalutazioni lorde pari a 10,6 miliardi di euro, due terzi della capitalizzazione di borsa della banca, dei quali 8,6 miliardi derivano dalle svalutazioni totali delle partecipazioni in Ucraina e Kazakhstan e parziali – oltre a oneri fiscali – nelle quote di Hvb e Bank Austria. «Pensare a una vendita di Hvb è insensato» diceva Ghizzoni nell’estate 2010, ma la sesta banca tedesca necessita di una riorganizzazione. Il motivo è facilmente riscontrabile nella dinamica dei crediti netti verso la clientela, pari a 562,4 miliardi di euro (+1,2% sul 2010), un risultato a cui «contribuiscono in particolare i Paesi della Cee, trainati da Turchia, Russia e Repubblica Ceca, mentre nell’Europa occidentale la dinamica è pressoché stabile, con la sola Germania in leggera contrazione»., come si legge nel bilancio.

Polonia, Repubblica Ceca e Turchia sono i Paesi in cui Piazza Cordusio ha puntato molte delle sue fiches, come si evince dal piano strategico 2011-2015, che prevede una crescita del Pil aggregato dei Paesi dell’Europa centrale e orientale del 4,1% (media 2013-2015) rispetto all’1,6% dell’Europa occidentale (sempre 2013-2015). In termini di gestione della liquidità, il peso di Polonia, Austria e Germania sul totale degli attivi è al 65 per cento: un peso non indifferente soprattutto nella raccolta, scesa lo scorso settembre a quota 559,2 miliardi (-4,6% rispetto a giugno 2011 e -4% rispetto al 2010). La nota di bilancio recita: «Il calo in particolare si concentra sulla componente depositi e carta commerciale con controparti istituzionali, che hanno progressivamente ridotto il loro apporto con l’acuirsi della crisi del debito sovrano in Europa, in particolare in Italia».

Di molto inferiore il peso di attivi e filiali fuori dai confini nazionali per Intesa Sanpaolo. Sebbene nel piano industriale 2011-2013 Ca de’ Sass preveda di investire circa 100 milioni di euro nel rafforzamento delle filiali estere, soprattutto sul fronte investment banking, con un incremento dei ricavi dagli attuali 697 a 956 milioni di euro nel 2013, che corrisponde a un’incidenza dal 2 al 2,3% dei ricavi della divisione d’investimento. Presenti in 13 Paesi, soprattutto nell’area balcanica, le filiali di Intesa amministrano 42 miliardi di euro e hanno erogato crediti per 32 miliardi. Un’incidenza minimale se raffrontata ai dati complessivi al 30 settembre scorso: 385 miliardi di euro, di cui 288 (il 73%) derivante dalla clientela retail, anche se – come si legge sul comunicato –
i crediti «raggiungono i 381 miliardi di euro, in aumento dello 0,8% rispetto al 30 settembre 2010 (del 2,1% se si considerano i volumi medi anziché quelli di fine periodo) e dello 0,6% rispetto al dicembre 2010, a seguito di una riduzione dei crediti alle grandi e grandissime imprese e di un aumento di quelli alle piccole e medie imprese». 

Come per Unicredit, ci si limita a gestire l’esistente, erogando nuovi finanziamenti con il contagocce. Oltre alle crescenti tensioni sul mercato interbancario, con i depositi overnight presso la Bce in crescita costante (+13% a novembre sullo scorso ottobre, ieri a quota 247 miliardi di euro), aumentano le difficoltà per famiglie e imprese di onorare i propri impegni nei confronti degli istituti di credito. Un punto dolente per tutte le banche italiane. Il complesso dei crediti deteriorati della banca presieduta da Giovanni Bazoli nei primi nove mesi del 2011 le rettifiche nette su crediti si sono attestate a 2,200 miliardi (-3,3% sul III trim. 2010), ma le posizioni in sofferenza hanno richiesto complessivamente rettifiche nette per 1,359 miliardi (+8,8% sul III trim. 2010), con un livello di copertura media pari al 64,3 per cento. Le rettifiche nette sulle posizioni incagliate, pari a 702 milioni, sono invece calate del 9,8%, con una copertura del 20,8 per cento.

La qualità del credito è un osservato speciale anche per Unicredit: i crediti deteriorati al 30 settembre scorso hanno toccato i 39 miliardi, con un’incidenza del 6,94% sul totale (rispetto al 6,89% del 2010) e un tasso di copertura in miglioramento al 45,5% (43,9% nel 2010) «grazie al calo dello stock di sofferenze in Germania ed Austria e ad una stabilizzazione della relativa dinamica in Italia e nei paesi della CE», recita l’ultimo bilancio presentato da Ghizzoni ai suoi azionisti, chiamati a sottoscrivere un aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro. Il terzo in tre anni. 

Eurotower come unico canale di finanziamento, erogazioni ferme e peggioramento della qualità del credito sono elementi comuni a tutte le banche italiane, ma le due principali banche del Paese si aggiungono i costi di strutture riconosciute come ridondanti dallo stesso top management. Il 60% circa dei ricavi se ne va per mantenere la struttura operativa, tanto per Ca de’ Sass quanto per Piazza Cordusio: un balzo indietro ai livelli di dieci anni fa, un po’ come la crescita italiana.

Un costo aggiuntivo, oltre a un capitolo dolente, riguarda le operazioni “di sistema”. Se Ghizzoni, da un lato, ha portato alla luce le minusvalenze dello sviluppo turbo verso l’estero del suo predecessore, dall’altro ha difeso a spada tratta l’operazione FonSai, dove la banca ha già svalutato la sua quota per 40 milioni di euro. Ancora più rilevante, qualora Tommaso Cucchiani decida di valutare alle quotazioni di mercato le partecipazioni in Telco (la holding che controlla la maggioranza di Telecom Italia), la holding Carlo Tassara, Alitalia e Risanamento, il loro impatto sui conti di Intesa. Sebbene il top management non abbia ancora fornito indicazioni precise a riguardo, la minusvalenza in Telco (di cui detiene il 22,4% con Generali e Mediobanca) pare si aggiri sui 130 milioni di euro, 600 milioni quella su Tassara, mentre di Risanamento si sa solo che la banca è salita al 36% del capitale.
In attesa delle scadenze primaverili e con le fondazioni impegnate a sottoscrivere pesanti aumenti di capitale, la clientela rimane l’unica bombola d’ossigeno per reperire le risorse necessarie a sopravvivere, poco importa che si trovi in Italia o all’estero.

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