Chiudere la porta alla Serbia è un pericolo per l’Europa

Chiudere la porta alla Serbia è un pericolo per l'Europa

I ministri degli esteri dell’Ue hanno dimostrato non poco ottimismo lunedì scorso, quando hanno incoraggiato i Paesi che desiderano aderire all’Unione ad accelerare le riforme strutturali e il riequilibrio dei loro conti pubblici per stimolare la crescita economica e «prepararsi alle nuove procedure di sorveglianza dell’Unione economica e monetaria»: esisterà ancora l’euro, quando questi paesi aderiranno all’Ue? A che genere di unione aderiranno? E sarà un’unione aperta anche a loro?

Domani il Consiglio Europeo discuterà sia la proposta franco-tedesca per rafforzare e rendere più credibili le regole sul debito, il pareggio di bilancio e la sorveglianza dei conti pubblici della zona euro, sia la politica di allargamento dell’Ue. La prima questione non è solo più urgente e importante della seconda, ma ne è anche l’antecedente logico.
Oltre alla recente manovra finanziaria italiana, è noto che per risolvere la crisi del debito sovrano occorre sia una nuova architettura per l’area dell’euro sia l’urgente intervento della Bce sul mercato dei titoli di stato. Per agire con la necessaria incisività, tuttavia, la Bce ha bisogno di chiarezza sulla futura unione fiscale, come il suo presidente ha piuttosto esplicitamente dichiarato venerdì scorso.

Di conseguenza la rapidità è essenziale anche nel concordare tale nuova architettura, e ciò contrasta con la necessità di riscuotere il consenso di tutti i ventisette stati membri: ad esempio, il governo inglese ha già minacciato il veto qualora gli interessi della City non saranno salvaguardati. È per questa ragione che Francia e Germania hanno dichiarato che se non vi sarà consenso, il nuovo trattato sarà concordato tra i soli diciassette membri della zona euro: rimouvere il veto degli altri Stati membri era necessario perché i mercati e la Bce richiedono, nell’arco di brevissimo tempo, non solo una soluzione adeguata ma anche la garanzia che essa sarà poi integralmente realizzata.Questo balzo in avanti verso un’unione fiscale, che sarà probabilmente regolata da un trattato circoscritto all’area dell’euro, riapre la questione dell’Europa a due velocità, o a geometria variabile.

Tale dibattito – assieme alla questione se far progredire l’Ue nel senso dell’integrazione politica ed economica ovvero dell’estensione geografica, due alternative ritenute incompatibili soprattutto dai fautori della prima – era stato risolto nel decennio passato, quando dodici nuovi Stati membri furono accolti nell’Unione in base a trattati (quelli di Nizza e Amsterdam) che avevano approfondito l’integrazione dell’Ue ma avevano lasciato essenzialmente intatto il suo carattere unitario. In queste condizioni, l’allargamento dell’Unione produsse ovvi benefici politici ed economici – ricordo che il commercio tra i quindici Stati membri originari e i nuovi dodici è aumentato di quasi sei volte da quando il processo di adesione prese avvio, nel 1995 – ma complicò gravemente i processi decisionali, rendendo più difficile sia risolvere il dissenso sulle politiche dell’Unione sia riformarne le regole di funzionamento.

Fu in queste condizioni – solo marginalmente migliorate nel 2007 dal trattato di Lisbona – che nel giugno 2003 l’Ue, alla vigilia dell’adesione dei dodici nuovi Stati membri, promise una “prospettiva europea” anche agli Stati dei Balcani, una regione che si avviava a diventare un’enclave chiusa tra e l’Adriatico e le frontiere dell’Ue, e nel decennio precedente aveva prodotto quattro guerre e quasi un milione di rifugiati. Da allora solo la Croazia ha soddisfatto le condizioni per accedere all’Unione, e firmerà il trattato di adesione domani 9 dicembre, a margine del Consiglio Europeo. Per gli altri Stati occorreranno almeno altri cinque se non dieci anni. Ciò non deve sorprendere, poiché in Europa il sostegno per l’allargamento dell’Unione si è gradualmente raffreddato sia tra le élites sia nell’opinione pubblica, soprattutto a seguito della crisi economica, con l’effetto di incrinare tanto la credibilità della promessa fatta nel 2003 ai Paesi balcanici quanto la disponibilità dei loro governi a compiere le profonde e spesso dolorose riforme che sono necessarie per aderire all’Ue. La Croazia si è mossa meglio e più rapidamente perché la sua economia era più forte, ma forse anche perché – come in Slovenia e diversamente dal resto dei Balcani – la sua popolazione è cattolica ed etnicamente omogenea.

I Balcani restano quindi una regione instabile, e sempre più esposta all’influenza di altre potenze: la Turchia, la cui politica estera neo-ottomana è percepibile anche oltre i confini dei paesi a maggioranza musulmana; la Russia, che guarda soprattutto alla Serbia, dove passerà il gasdotto South Stream; e gli Stati Uniti, che usarono le crisi balcaniche anche allo scopo di affermare il loro potere sull’Europa, ed ora hanno nell’Albania e soprattutto nel Kosovo e due amici estremamente leali.

Abbandonare i Balcani a questa deriva sarebbe un grave errore. Le guerre degli anni novanta hanno dimostrato quanto sia pericoloso permettere che l’instabilità prevalga in questa regione, senza la quale l’unificazione dello spazio europeo rimarrà comunque incompleta ed il peso dell’Ue nella politica mondiale continuerà a scontare la vulnerabilità del suo confine sud-orientale. Tuttavia, se anche i Paesi dei Balcani soddisfacessero le necessarie condizioni, la loro adesione all’Unione resta una prospettiva inverosimile proprio perché le attuali regole di funzionamento correrebbero il rischio d’incepparsi qualora l’Unione giungesse ad avere trentaquattro membri; trentacinque con l’Islanda, che sembra prossima ad aderire. La crisi della zona euro offre quindi un’opportunità: se la sua nuova architettura darà luogo a un’Unione composta di un nucleo quasi federale – costruito attorno al «pilier économique solide» che la lettera franco-tedesca diffusa ieri sera dichiara indispensabile alla moneta unica – ed una cerchia esterna, legati assieme dal mercato unico e da istituzioni comuni, allora sia le regole di funzionamento sia la profondità dell’integrazione politica nelle due cerchie potranno essere adattate per consentire l’ingresso dei paesi balcanici e, in linea di principio, anche della Turchia.

In questo scenario, mentre l’Ue tenta di calmare la crisi e salvare se stessa, è oggi sufficiente evitare di spezzare la fiducia dei Balcani nella loro “prospettiva europea” e allo stesso tempo legarli più saldamente all’Ue mediante l’integrazione economica. Domani il Consiglio Europeo discuterà le proposte formulate dalla Commissione Europea in merito a tre Stati balcanici, sulla base della sua valutazione dei progressi compiuti da ciascuno di essi: avviare il negoziato per l’adesione del Montenegro, che durerà almeno cinque anni; accettare la candidatura della Serbia ad entrare nell’Unione, senza tuttavia dare avvio ai negoziati per la sua adesione; e acconsentire all’idea di stringere un accordo commerciale con il Kosovo. Accettare queste proposte incoraggerebbe questi tre Paesi a continuare il loro programma di riforme, rafforzerebbe la stabilità dei Balcani ed aumenterebbe l’influenza che l’Ue vi esercita. Rifiutarle avrebbe il risultato opposto e indurrebbe l’intera regione a dubitare della volontà politica dell’Ue di aprirsi al resto dell’Europa.

Purtroppo, i disaccordi che dividono i ventisette Stati membri potrebbero condurli a rifiutare queste proposte, ed in particolare la più importante, quella sulla Serbia, a causa di divergenze riguardo al Kosovo e ad un piccolo territorio conteso tra esso e la Serbia. In virtù della sua posizione, delle sue dimensioni e del suo pouvoir de nuisance, la stabilità dei Balcani non può che poggiare sulla Serbia. Ma l’influenza russa cresce a Belgrado, e insieme aumenta il consenso delle opposizioni populiste e nazionaliste, in vista di elezioni previste per la prossima primavera: una decisione negativa rischia di spingere la Serbia verso un’alleanza con la Russia, il che potrebbe pregiudicare la stabilità della Bosnia e scuotere l’intera regione: molti analisti ritengono che la dissoluzione della Bosnia produrrebbe un nuovo conflitto. Questi non sono rischi che valga la pena di correre al fine di perseguire una politica riguardo al Kosovo che fu ispirata dagli Stati Uniti (e che io considero sbagliata e contraria agli interessi di lungo periodo del Kosovo).

Mi auguro invece che i ventisette metteranno da parte i loro dissensi sui dettagli della politica verso i Balcani, approveranno queste tre proposte e ribadiranno la loro intenzione di assorbire l’intera regione nell’Ue. Quindi, una volta che l’Unione sarà salva, si potrà lavorare agli accorgimenti istituzionali che renderanno possibile completare l’unificazione dell’Europa.

*Andrea Capussela ha diretto l’ufficio economico dell’International Civilian
Office, la missione che ha il compito di sorvegliare e consigliare le
autorità del Kosovo.

 

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