Evasione e lotta agli sprechi: serve lo stesso rigore

Evasione e lotta agli sprechi: serve lo stesso rigore

L’audizione alla Camera del presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, non poteva essere più opportuna e tempestiva. L’alto magistrato contabile ha messo in fila alcuni concetti assolutamente fondamentali che in queste ultime settimane erano già stati portati all’attenzione dei media e dell’opinione pubblica: la corruzione, gli sprechi e le ruberie nel settore pubblico sono in preoccupante crescita e costano alla collettività qualcosa come 60 miliardi di euro all’anno, cui si aggiungono i costi impliciti derivanti dalla minore attrattività del Paese per gli investitori esteri a causa del fenomeno; la Corte dei Conti, organo preposto a contrastare questo fenomeno, è assolutamente priva di risorse e mezzi legislativi adeguati, tanto che nel 2010 il totale delle somme recuperate è stato di appena 293 milioni di euro; manca, infine, un’Authority indipendente braccio operativo della Corte dei Conti.

Fino a qualche anno fa, questo Paese ha vissuto su un equilibrio degli squilibri che lo ha portato alla tragica situazione in cui oggi si trova: da un lato, scarsa efficienza e determinazione nel contrastare l’evasione fiscale del settore privato; dall’altro, scarsa efficienza e determinazione nel contrastare ruberie e indebita percezione di risorse pubbliche nel settore pubblico.

Sotto i colpi di una crisi sempre più drammatica, la quadratura del cerchio è stata tentata a senso unico: concentrando tutta l’attenzione e tutte le risorse sulla lotta all’evasione fiscale; stratificando norme sempre più draconiane in materia di accertamento e riscossione che, dal prossimo gennaio 2012, attribuiscono poteri di indagine all’Agenzia delle entrate quasi senza riscontri in altri Paesi; moltiplicando adempimenti e soprattutto presunzioni che, nel rapporto con il fisco, spostano sul contribuente l’onere di provare la sua innocenza e trasformano così il cittadino, l’imprenditore e il libero professionista in evasore fino a prova contraria.

Se tutto questo fosse stato fatto agendo in parallelo anche sull’altro fronte, staremmo forse passando, seppur con molti mal di pancia, da una finta coesione sociale basata su un equilibrio al ribasso, giocato tutto sulla testa delle future generazioni, ad una vera coesione sociale basata su equilibrio al rialzo, fatto di responsabilità civile e consapevolezza dei propri doveri di cittadinanza.

Invece no: si sono creati i presupposti per uno squilibrio pericolosissimo, dal quale può discendere tutt’al più il convincimento di una parte del Paese di essere vittima di una coercizione sociale alla quale, è solo questione di tempo, si ribellerà, con esiti che potrebbero essere drammatici e che devono essere scongiurati.

Non bisogna recedere di un metro dalla lotta all’evasione fiscale, ma non ci si può neppure stupire o indignare se, di fronte a un simile ricorso a due pesi e due misure, tra la ricerca e la punizione di chi ruba alla collettività non versando e di chi lo fa sperperando o percependo indebitamente risorse pubbliche, il privato che si vede sottoposto a verifiche e questionari con rilevanza penale delle sue risposte, che si vede raggiunto da accertamenti esecutivi anche se fa ricorso, che si vede quantificare redditi presunti su base statistica, non vede nell’azione dello Stato alcuna salutare efficienza a favore di tutti, bensì soltanto ferocia per consentire ad alcuni di proseguire quella festa che per lui è finita.

Numeri alla mano, il presidente della Corte dei Conti ha lanciato l’allarme sulla inadeguatezza di una struttura che, ai “bei tempi”, faceva il paio con Uffici delle Imposte “lenti”, ma che oggi non può certo competere con una Agenzia delle entrate “rock”, dotata di poteri eccezionali e finanziata dal bilancio dello Stato per poco meno di 3 miliardi di euro. Diamo adeguate risorse anche alla Corte dei Conti, di modo che possa strutturare in Authority indipendente un proprio braccio operativo: l’Agenzia delle uscite.

E diamole il potere di emettere atti di contestazione del danno erariale, imputato al politico, al dirigente o al dipendente pubblico, che siano immediatamente esecutivi anche in pendenza di ricorso, per il 30% delle somme contestate, come avviene per i cittadini, le imprese ed i liberi professionisti che si vedono contestare imposte evase dall’Agenzia delle entrate. Se troviamo naturale compiere questo atto di fiducia nei confronti dell’Agenzia delle entrate, perché dovremmo essere diffidenti nei confronti della Corte dei conti potenziata in Agenzia delle uscite?

Se, pur di debellare la piaga dell’evasione fiscale, riteniamo accettabile lasciare i contribuenti esposti ai rischi di errore di un apparato pubblico che può pur sempre sbagliare (e le statistiche sul contenzioso parlano di circa il 40% dei ricorsi vinti dai contribuenti), perché, pur di debellare corruzione, ruberie e sprechi di denaro pubblico, non dovremmo ritenere accettabile lasciare i politici i dirigenti e i dipendenti pubblici esposti ad analoghi rischi di errori da un’altro ente meritevole di pari stima e considerazione? È sull’equilibrio che si fonda la coesione sociale. Tanto meglio se al rialzo, invece che al ribasso, ma deve essere un equilibrio. Altrimenti, tanti saluti.

*direttore di Eutekne.info

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Per eliminare gli sprechi ci vorrebbe l’Agenzia delle Uscite

La lotta all’evasione è una priorità per il Paese. Ma, sostiene Enrico Zanetti di Eutekne.info, anche la lotta agli sprechi è fondamentale. I due concetti però non ricevono eguale trattamento nei media, che preferiscono concentrarsi su chi non paga le tasse. Ci vorrebbe un’autorità che controlli gli sprechi: l’Agenzia delle Uscite.

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