Fuori dal folklore, questo Natale è una festa eversiva

Fuori dal folklore, questo Natale è una festa eversiva

Il racconto della Natività, normalmente, è ambientato e spiegato e vissuto nel “clima natalizio”, con il rischio di vedere anestetizzata la sua carica di ironia avveduta e raffinata verso il potere e il dominio. Il significato del Natale va perciò riscattato da quell’atmosfera che, se pure giusta, rischia di essere un po’ folkloristica, a scapito della carica eversiva che c’è nel Vangelo. 

La scena che leggeremo è il centro della storia del mondo, che noi dividiamo tra prima e dopo Cristo. È un fatto piccolo, minuscolo che nessun testo dell’epoca, nessuna cronaca registra. Eppure è il fatto che ha cambiato il mondo. Dio è diventato re di questa terra facendosi bambino: è il Signore della storia ma in un modo diverso da come noi pensiamo.

Dio si coinvolge perciò nella nostra storia, tramite circostanze più circoscritte o più ampie, casuali, provvidenziali. Possono essere addirittura circostanze negative, allora come oggi. Dio ha questo di particolare: che a lui quel che fanno gli uomini piace sempre, perché si adatta. E poi tira fuori la sua storia da quello che noi facciamo, con molta fiducia in ciò che facciamo. 

Vangelo secondo Luca (2, 1-7)
Ora avvenne in quei giorni, uscì da Cesare Augusto un decreto di iscrivere tutta l’ecumene. Quell’iscrizione prima avvenne mentre Quirino governava la Siria e andavano tutti per iscriversi, ciascuno nella propria città. Ora salì anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazaret verso la Giudea, verso una città di Davide la quale è chiamata Betlem, essendo lui della casa e della famiglia di Davide, per essere iscritto con Maria, la sua promessa sposa che era incinta. Ora avvenne che essendo essi là, si compirono i giorni del suo partorire e partorì il figlio suo, il primogenito, e lo fasciò e lo sdraiò in una mangiatoia, poiché non c’era posto per loro nel luogo di riposo.

Il racconto si articola in tre parti. La descrizione del fatto nei versetti 1-7: Maria genera il primogenito, lo fascia, lo adagia nella mangiatoia. L’annuncio del fatto da parte degli angeli ai pastori, la sua interpretazione («Fu partorito per voi oggi un salvatore, che è Cristo Signore), e il segno («troverete un bambino fasciato e adagiato in una mangiatoia»), vv. 8-12. La verifica del fatto: i pastori vanno e trovano la donna e il bambino («E andarono in fretta e scoprirono e Maria e Giuseppe e il bambino adagiato nella mangiatoia. Ora, avendo visto, notificarono la parola che fu loro detta su questo bambino»), vv. 13-20.  Questi tre elementi – un fatto, la conoscenza attraverso la parola e la verifica personale – sono fondamentali in ogni conoscenza. Tu conosci una cosa perché c’è, se non c’è non la conosci. Perché ti è diventata nota? Perché un altro te ne ha parlato, se non l’hai sotto gli occhi tu. E quand’anche tu l’avessi sotto gli occhi, come sotto gli occhi abbiamo tanti fenomeni, se non ho studiato certe scienze, è necessario che me le spieghi chi le ha studiate: cioè è la parola che me le fa capire.
E poi c’è l’esperienza che quella parola è vera. 

C’è questo ritornello del bambino fasciato e adagiato nella mangiatoia che è il grande mistero da capire. Quel fatto storico avvenuto 2000 anni fa, quel fatto di cui gli angeli dicono: questo è il Kyrios,  il Signore, è il Salvatore, la gioia dell’uomo. Si vuole far vedere e portare all’esperienza – sarà il senso di tutto il Vangelo – che questo bambino è l’unico Dio, è l’unico che può salvare l’uomo. Vediamo allora il fatto concreto: è da qui che bisogna partire, perché se non c’è nulla di concreto, la fede non è fede, è creduloneria e ce n’è già troppa al mondo. Prima la realtà, poi l’interpretazione adeguata della realtà, che va poi verificata con l’esperienza. 

La descrizione è costruita su un contrappunto tra il potere di Cesare Augusto e il potere di Dio. Quello di Cesare Augusto è il primo potere globale che ci sia stato: tutto il mondo allora conosciuto e abitato, l’ecumène, era sotto un unico padrone e questo padrone si faceva chiamare il dio Cesare Augusto. Il censimento consisteva nell’iscrivere tutte le persone in modo che pagassero le tasse e prestassero i servizi, compreso eventualmente quello militare. Quindi, il censimento è la consumazione del potere: c’è uno che finalmente ha tutto nelle mani e quello è il divin Cesare Augusto.

Mentre il potere si autoesalta, si dilata, diventa globale, ha le mani su tutti e su tutto, c’è il potere di Dio che si presenta in umiltà. Invece di autoesaltarsi, si fa addirittura humus, uomo, invece che dilatarsi si restringe, si fa piccolissimo. La sua globalità, il suo valore per tutti è nell’essere concreto e singolo; e invece di avere in mano tutti, si mette nella mani di tutti come un bambino.

La differenza tra l’uomo e le immagini che l’uomo si fa Dio (e i vari imperatori che l’uomo si crea su una falsa immagine di Dio) e il vero Dio è descritta nel libro di Daniele (2,31), quando in sogno a Nabucodonosor appare una statua enorme, grande, affascinante e tremenda. Sono le caratteristiche del potere: per averlo, devi essere grande, più grande di tutti, devi espanderti e soffocare tutti, devi essere affascinante e poi tremendo, perché chi non ci sta gli salta la testa, se no, che potere è? È un potere di morte. Dio, invece, si presenta come piccolo: la sua grandezza è essere piccolo, affascinante sì ma fasciato, avvolto in fasce, tremendo sì, perché tremante in una mangiatoia.

È un racconto tutto costruito su questo contrappunto tra il potere dell’uomo che si esalta e scoppia, come la rana che si gonfia, e Dio che si fa piccolo, piccolo come una punta di spillo, per pungere questo pallone gonfiato del male e proprio così salva l’uomo dal male.

Ora avvenne in quei giorni, uscì da Cesare Augusto un decreto di iscrivere tutta l’ecumene. Quell’iscrizione prima avvenne mentre Quirino governava la Siria e andavano tutti per iscriversi, ciascuno nella propria città.

Il Vangelo presenta dei fatti storici avvenuti in giorni precisi. La storia della salvezza, della fede, non è qualcosa campato per aria, illuminazione di uno che ha inventato il sistema per essere felici e te lo propone e te lo vende, e così ti imbroglia. Non è una tecnica particolare. La salvezza è storia, avviene nella storia e si inserisce nella storia, perché la stessa storia è il luogo della salvezza. 

Avvenne in quei giorni… quando? Quando Cesare Augusto, il primo grande imperatore di Roma, fece il decreto di “iscrivere tutta l’ecumene”, ossia di ordinare il censimento della popolazione. Da notare la parola “iscrivere”, in greco è “scriver giù”, che richiama la parola graphè, la scrittura, che a sua volta richiama l’epigrafe (“scritto sopra”) sulla Croce. C’è un gioco che poi si capisce all’interno dell’evangelo. Cesare ha la sua scrittura che è quella di buttar giù i nomi di tutti per conoscere tutti, per avere in mano tutti e tutti disponibili. La scrittura di Dio, invece, è scritta sopra la Croce. Lì Gesù è re, non perché domina qualcuno, ma perché si fa servo di tutti.

Mentre avviene il censimento – il censimento è la consumazione del male – avviene la salvezza. E avviene in questa storia di male, non in una storia migliore. Noi diciamo: verranno tempi migliori e allora vedrai che Dio interviene. No. Viene come la luce viene nel fondo della notte e prima che cominci la prima luce è il momento più buio. Così la salvezza avviene in questa storia, anche quando il male raggiunge la sua consumazione: non quando verranno tempi migliori. E Dio entra in questa storia con uno spirito opposto a quello dell’imperatore. Cesare Augusto entra con l’iscrizione, iscrivendo i nomi per averli in mano; Dio entrerà con la sovrascritta sulla Croce. Addirittura nell’orto, Gesù dirà ai suoi nemici «questa è la vostra ora, il potere delle tenebre»; e proprio l’ora delle tenebre è il momento opportuno della salvezza. 

I titoli di Kyrios, Signore e di Soter, Salvatore sono i titoli dell’imperatore e vengono conferiti a Gesù. Il contrasto è netto: lui invece di possedere come Cesare, si dona. Invece di accumulare ed essere ricco, dà via tutto, addirittura dà via la sua divinità per essere solidale con gli uomini. Invece di dominare gli altri, pone la sua vita a servizio; invece della superbia e dell’autoesaltazione che è la stupidità più assoluta dell’uomo che vive nel delirio e vuole essere ciò che non è, ha l’umiltà di essere uomo, humus, umano, addirittura si fa uomo.

Quindi Gesù entra nella storia con criteri opposti a quelli dominanti. E questo il testo lo afferma in modo abbastanza ironico: alla fine tutto il male non fa altro che eseguire un piccolo dettaglio del bene. Cesare Augusto, infatti, mette in moto per la prima volta al mondo un censimento universale, cioè la più grossa macchina che sia stata inventata nell’umanità per nominare il mondo, quindi potentissima e dettagliatissima: che nessuno sfugga, che tutto venga registrato e poi riportato ai vari centri di potere e infine a Roma. Tutta questa macchina fa sì che Giuseppe e sua moglie Maria vadano a Betlemme, perché bisognava iscriversi nel proprio paese d’origine e lui era originario di Betlemme. Così si compie la promessa che Dio aveva fatto a re Davide: nel tuo paese farò nascere il Messia. «Tu Betlem città di Giuda, non sarai la più piccola, ma da te nascerà il Messia», dice il profeta Michea. L’ironia sta nel fatto che il censimento diventa un dettaglio minimo del disegno di salvezza di Dio. Non è che Dio voglia il male, ma entra in una storia di male, lo vince e addirittura beffa il male e cambia la storia. Tant’è vero che oggi non si dice prima o dopo Augusto, ma prima o dopo Cristo.

Ora salì anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazaret verso la Giudea, verso una città di Davide la quale è chiamata Betlem, essendo lui della casa e della famiglia di Davide, per essere iscritto con Maria, la sua promessa sposa che era incinta.

Giuseppe e Maria non sono dei ribelli, obbediscono al decreto di Cesare Augusto. Obbediscono a queste leggi di questo stato, di questa storia: e proprio obbedendo alle leggi della storia si compie la promessa di Dio. 

Ma bisogna sempre obbedire alle leggi? Dipende. Se non sono necessariamente disoneste, sei leale; se sono disoneste, ti opponi. Qual è il rapporto del cristiano con le leggi e con lo stato? È un rapporto molto leale e onesto, vero e non opportunistico. È un rapporto che accetta totalmente tutto ciò che è per il bene comune e rifiuta chiaramente ciò che è contro il bene comune. Quindi il cristiano non è succube dello stato. Non è che lo stato crei l’etica dicendo che adesso bisogna ammazzare tutti questi, e noi lo facciamo perché siamo autorizzati; non è che si fanno leggi finanziarie che stacchino la testa a tutti i poveri, così stiamo meglio, e lo si accetta. Il cristiano non obbedisce a queste leggi. Obbedisce a quelle giuste. Ubbidienza secondo coscienza.

Però il cristiano non è neanche ribelle. Cioè ha quella libertà che era di Gesù. Gesù non ha fatto come gli zeloti che si ribellavano comunque al potere romano perché volevano loro il potere e il dominio. Non si è alleato con gli zeloti, ma nemmeno con quei conservatori che volevano mantenere il potere romano. Gesù non voleva il dominio su nessuno, quindi sovranamente libero: accetta la legge quando la legge è giusta e non è negativa e non è un dominio sugli altri; la rifiuta con somma libertà quando non lo è. Volesse il cielo che facessimo così. È molto istruttiva l’Apocalisse (13,1-10) quando parla della Bestia a cui «fu dato potere sopra ogni razza, popolo, lingua o nazione». E allora, di fronte a questa bestia, «chi deve morire di spada, muoia di spada; chi deve andare in prigione, vada in prigione». Ma non si piegano le ginocchia a questo. Accanto alla citazione dell’Apocalisse, può essere ripresa quella degli Atti 5, 29, dove Pietro dice: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini».

Gesù è stato il primo perseguitato da tutti i vari poteri. C’è già sotto, nel racconto del Natale, una riflessione critica nel momento in cui si parla di questa obbedienza di Giuseppe e Maria, che di per sé – andare al proprio paese – era una cosa normale. Ubbidendo, Maria e Giuseppe hanno eseguito un disegno di Dio; però, sottinteso, per altri può valere l’affermazione contraria: non si può servire a due padroni, o Dio o mammona, ecc. Quindi vengono fuori anche i limiti all’obbedienza ai Cesari Augusti di turno, il cui male si vince attraverso la testimonianza a tutti i livelli di persone vere e libere. E non c’è altro mezzo: è la verità che vince l’errore ed è la forza della testimonianza che vince l’imbroglio, l’inganno che diventa vizio e schiavitù della volontà. Ognuno di noi è perciò chiamato a essere così per quello che può: siamo chiamati ad agire secondo la nostra coscienza retta e anche informata. E confrontata bene: sul bambino, sulle verità dell’uomo, non sul proprio interesse immediato (o mediatico).

È per questo che è sommamente eversivo questo Natale, dove un bambino è presentato in contrappunto a Cesare Augusto-Signore del mondo. Il Vangelo è davvero il grosso antidoto alla menzogna che ci domina. Queste pagine smascherano Cesare: il vangelo dice che il Signore del mondo è un bambino. Cesare diventa una comparsa, che se non ci fosse sarebbe meglio, ma dato che c’è Dio se ne serve per eseguire il suo disegno. È bello questo modo di leggere la Storia, che non è fatta dai Cesari Augusti di turno, è fatta da tutti i poveri di Cristo, dai poveri cristi di turno. Se noi guardiamo quelli come il Dio-bambino come valore assoluto, siamo salvi noi e il mondo. Se guardiamo come valori assoluti i Cesari di turno, siamo instupiditi noi, e distrutti noi e il mondo. La differenza è nel modello di signore e di Dio che abbiamo davanti.

«Madonna con bambino» (“Benson”). L’originale di Antonello da Messina e la riproduzione di Maurizio Fini
 

Ora avvenne che essendo essi là, si compirono i giorni del suo partorire e partorì il figlio suo, il primogenito e lo fasciò e lo sdraiò in una mangiatoia,

Questo testo, per chi ha già letto il Vangelo, richiama esattamente la scena della morte di Gesù. Una volta crocifisso e morto, Gesù verrà fasciato e bendato, e poi messo nel sepolcro. Di fatto quando uno nasce, nasce già mortale e c’è già quel lenzuolo che ti prende e che poi ti avvolgerà alla fine. 

Si compirono i giorni del suo partorire: si accenna a tutta l’esperienza di Maria, di questa ragazza che aspettava il giorno del suo partorire, come le aveva detto l’angelo. Pensate al mistero di Maria – che in tutto il vangelo di Luca che è il prototipo del credente –, la sensazione di dire: Dio viene da me, dipende da me, lo metto al mondo io, è mio figlio… Questo figlio suo che è il Figlio dell’Altissimo: ed è suo, ed è di Dio. Il primogenito, si sottolinea, non perché ne abbia avuti altri, ma significa il primo parto, la prima esperienza. E lo fasciò… Maria ha nelle mani il suo figlio che è Dio; quel Dio che nessuno ha mai visto, è quel piccolo lì, che lei ha in mano. Dio è amore e l’amore è consegnarsi all’altro, mettersi nelle mani dell’altro. Dio si è messo nelle mani della prima persona che ha detto “sì”. E l’ha accolto. 

Chi è Dio? È uno che mi sta nelle mani, quei tre chili di carne, da fasciare, da adagiare … è un Dio che è ridotto al bisogno, perché Dio è amore e l’amore ha bisogno di essere amato. Se noi lo amiamo diventiamo come Dio. Chi è Dio? È quello lì, che è nelle mani, di Maria e nostre. Dio è questo corpo che sarà il protagonista di tutto il Vangelo, Dio sarà questo corpo in ciò che farà e in ciò che subirà fino a quando sarà consegnato: prendete e mangiate questo è il mio corpo, vivete di questo. Fino a quando, una volta deposto dalla Croce, Giuseppe d’Arimatea, come Maria, l’avrà tra le mani… nato in una grotta, finirà in una grotta. In questo modo, e solo in questo modo, Dio è Sovrano, Signore e Salvatore. Non c’è altro modo di esserlo. Gli altri modi sono diabolici e distruggono. Questo fa nascere Dio sulla terra e ci fa nascere come Dio.

poiché non c’era posto per loro nel luogo di riposo.

Il termine “luogo” richiama il Calvario. E “luogo” in ebraico è per eccellenza il tempio, il luogo della presenza di Dio. Ma lì, quella notte, per Dio non c’è posto: l’unico luogo, l’unico tempio è la carne di quel piccolo, in cui abita corporalmente la pienezza della divinità. “Quel Dio che nessuno ha mai visto, la sua carne ce l’ha rivelato”. È la carne di Gesù la rivelazione di Dio, di quel Dio che non pensavamo, che è esattamente l’opposto di quel dio che è Cesare Augusto e di tutti gli altri suoi successori. 

Dov’è il luogo del riposo? Il “luogo di riposo” vien fuori nell’ultima cena: nella stanza superiore troverete quel luogo chiamato anche albergo … è il luogo di riposo. Dio finalmente raggiunge il suo riposo qui: cioè è il settimo giorno, il giorno in cui riposa dalla sua fatica. Ossia la fatica nel cercare l’uomo, perché lo ama, fino a quando lo trova. E nel Natale, che prelude la Croce, finalmente lo trova e Dio riposa. E la creazione raggiunge il suo apice. Il riposo di Dio è essere accolto nelle mani dell’uomo. Qui finalmente Dio riposa, perché si trova nelle nostre mani. 

Questa scena della Natività è da contemplare ed è di valore infinito: più ci stai e più cogli questo mistero. È da leggere come segno massimo dell’amore, questo mettersi nelle mani. Quando uno mi dice che non ha fede – chi ce l’ha? – rispondo che è Dio che ha fede in te e in me: si mette nelle nostre mani, cosa vuoi più di così? Dio veramente è uno che ha fede: una fede incrollabile nell’uomo.

*biblista e scrittore

Il testo è la sintesi redazione della lectio divina tenuta dall’autore nella Chiesa di San Fedele in Milano. L’audio originale può essere ascoltato qui.

Nella foto, Maurizio Fini, «Madonna con bambino» (riproduzione da Antonello da Messina), elaborazione fotografica su ferro rugginoso, cm 85×130, 2007 –  per concessione della Galleria Blanchaert (Milano).

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