I tassisti difendono le licenze: «garantiscono gli utenti»

I tassisti difendono le licenze: «garantiscono gli utenti»

Vita da taxi driver. Una decisione arrivata con un emendamento depositato nelle commissioni Finanze e Bilancio della Camera modifica l’articolo 34 (Liberalizzazione delle attività economiche) della manovra del governo guidato da Mario Monti, inserendo «il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea» nell’elenco dei settori che restano al riparo dalla concorrenza. Motivo del contendere (ora cancellato) è il criterio della territorialità: soltanto chi ha la licenza per una città può portare i clienti su quel comune ed eventuali zone limitrofe.«La licenza è una forma di garanzia nei confronti dell’utenza – spiega Giovanni Maggioli, del sindacato Unica Filt-Cgil – ed è provato che dove è stato liberalizzato le tariffe si sono inesorabilmente alzate».

Di fatto però vengono esclusi i taxi dalle attese liberalizzazioni del settore e il valore delle licenze (che oscilla tra 50 e 200 mila euro) è ancora una volta salvo. I motivi della difesa ad oltranza di un diritto acquisito è semplice per la categoria: la liberalizzazione è un danno non solo per le categorie coinvolte e per gli utenti, ma anche per i Comuni. Un’eccessiva deregolamentazione del comparto, dicono i tassisti, aumenterebbe i fenomeni di abusivismo e di concorrenza sleale, che creano problemi gravi alle amministrazioni locali e in particolare alle casse comunali abbassando la qualità del servizio prestato.

Il problema è particolarmente sentito nelle grandi città come Roma e Milano dove si concentra quasi il 50% del mercato italiano: i taxi sono più di 5 mila 300 nel capoluogo lombardo e oltre 7 mila nella capitale rispetto al totale nazionale di 25-30 mila licenze. Polemiche, accuse e minacce di scioperi che hanno toccato anche il settore delle cooperative che attraverso Agci Servizi, Confcooperative e Legacoop Servizi hanno mostrato la loro contrarietà alle decisione del Governo: «Il settore taxi ha risentito del difficile momento che attraversa il Paese e oggi ancora più di ieri il settore è esposto a crescenti costi generali a fronte di tariffe verso l’utenza imposte e regolamentate dal potere pubblico».

Già perche sono i Comuni a decidere il numero delle licenze e le tariffe a chilometro. Più licenze concesse dalle singole amministrazioni, secondo i consumatori, significherebbero una diminuzione del valore della licenza ma anche della tariffa per effetto di una maggiore concorrenza. Un primo tentativo di liberalizzazione c’era stato nel 2006 (firmata dall’allora ministro Bersani) e in cinque anni il mercato dei taxi più che con la deregulation fa i conti con la crisi di domanda e la concorrenza agguerrita degli autonoleggiatori con conducente che, sottoposti a minori vincoli, stanno sottraendo fette crescenti di business alle auto bianche.

I quasi 10mila tassisti del Centro-Nord fanno i conti con margini scesi del 20%, un calo cui le associazioni di categoria contano di porre un freno attraverso aggregazioni tra imprese, diversificazione dei servizi e una maggior integrazione con gli enti locali. Congelato anche il mercato delle autorizzazioni: pochissime le compravendite e anche se gli aspiranti tassisti non mancano, sono poche le transazioni che si concludono, in parte perché i comuni rilasciano poche nuove licenze e in parte per i prezzi delle stesse: si arriva a 200 mila euro in città come Bologna, contro i 120 mila euro di Firenze, i 70 mila a Perugia e i 50 mila ad Ancona. A Milano e Roma il valore sale a quasi 200 mila euro anche se la concorrenza è più agguerrita.

A fronte di questi valori per le licenze i guadagni dichiarati sono bassi: secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate (novembre 2007) i tassisti italiani dichiarano al fisco 1.100 euro al mese, senza tredicesima. A Roma la media dichiarata è di 1.150, a Milano di 1.200 euro. Gli stipendi da allora non sono cresciuti di molto arrivando a 1300 euro. Il lordo però è di 3mila euro mensile ma a questa cifra occorre togliere il costo per Inps, Inail e assicurazioni (auto e personali), oltre al carburante e le spese per l’auto e così si arriva a 1300 euro.

«Buona parte dei tassisti di Milano – aggiunge Maggioli – sono ex operai che si sono rienventati comprando la licenza e oggi in tempi di vacche magre devono lavorare anche sette giorni su sette per 10-12 ore al giorno e il Tfr devono accantonarlo loro». Così al momento della pensione rimane il «tesoretto» della licenza: grazie alle legge del 1992 che regolamenta il mercato c’è la possibilità di cederla. E al momento del passaggio della licenza da un autista ad un altro si pagheranno il 23% di tasse.

michele.sasso@linkiesta.it

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