Il regalo dell’Europa alle banche italiane vale 120 miliardi

Il regalo dell’Europa alle banche italiane vale 120 miliardi

Una manna. Se così fosse, le ricapitalizzazioni che l’authority comunitaria Eba ha chiesto alle banche italiane sarebbero del tutto superflue. L’indiscrezione è passata sottotraccia, e nemmeno tra gli sherpa di Bruxelles c’è chiarezza sul punto in questione, ma se fosse confermata al vertice europeo di dopodomani cambierebbe di fatto la forma stessa dell’Eurozona. Secondo il Financial Times, infatti, Angela Merkel sarebbe d’accordo nel non chiedere più ai privati di accollarsi le perdite «in qualsiasi futura ristrutturazione del debito sovrano» di uno Stato europeo. Un cambiamento di rotta repentino e inaspettato, che Berlino potrebbe concedere in cambio dell’integrazione fiscale tra i Paesi che adottano la moneta unica.

Premesso che si tratta di un esercizio puramente teorico basato sui pochi rumors che trapelano da Bruxelles, è possibile calcolare – utilizzando la stessa metodologia dell’Eba, il regolatore guidato dall’italiano Andrea Enria – il risparmio per le banche italiane dato dalla garanzia che l’Europa pare apporre su eventuali perdite in caso di default. L’autorità di vigilanza calcola con una formula complessa il taglio al valore nominale applicato ai titoli di Stato italiani nel caso dello “scenario peggiore” (che include vari fattori fra cui inflazione, disoccupazione, mercato immobiliare e crescita del Pil), che l’Eba stima in 137 punti base per i bond decennali italiani (il calcolo è basato su un aumento del 40% della media dei valori dei Cds – derivati che fungono da assicurazione contro il rischio fallimento di un’emittente – in Europa). Tradotto in termini percentuali, la valutazione dell’haircut per i Btp con scadenza nel 2021 è del 13,1 per cento. Numero che deriva da due elementi: un incremento tasso risk free del 3,4% e uno spread tra Btp e Bund del 9,7 per cento (adesso è sceso al 3,89 per cento).

Un esempio pratico: se una banca iscrive a bilancio un Btp decennale senza hedging, cioè senza aver effettuato operazioni di copertura sull’investimento (utilizzando i Cds), per un valore nominale di 1.000 euro, e il suo valore di mercato è oggi a 846 euro – come ad esempio questo Btp con scadenza al 2021 e una cedola del 3,75% – per l’Eba la perdita nel worst case scenario sarà di 110,8 euro.

È sulla base di tali considerazioni che Unicredit e Monte dei Paschi di Siena sono state caldamente invitate a ricapitalizzarsi rispettivamente per 7,39 e 3,091 miliardi di euro.
Va specificato un ulteriore aspetto tecnico di fondamentale importanza: il grosso dei titoli di Stato italiani sono iscritti nel portafoglio delle attività disponibili per la vendita (Afs, sigla che sta per “available for sale”). Le Afs, come le attività Held to maturity (Htm) – cioè i titoli mantenuti fino alla scadenza – stanno nel portafoglio di proprietà della banca (banking book), mentre nel trading book sono inseriti i titoli oggetto di negoziazione sui mercati. In base a una circolare diramata da Bankitalia nel maggio del 2010, è consentito iscrivere i bond nel banking book al valore di acquisto e non a quello di mercato, sterilizzandone le perdite sul conto economico. Le eventuali svalutazioni, o rivalutazioni date dal prezzo di mercato dei bond (mark to market), in altre parole, si fanno trimestralmente, e vengono iscritte in un’apposita riserva del patrimonio netto, senza impattare sul conto economico.

L’Eba, al contrario, ha imposto che le variazioni (in positivo o in negativo) del valore dei titoli di Stato debbano essere conteggiate ai fini del calcolo del patrimonio di qualità (Tier 1 al 9%). Da qui la rischiosità delle banche italiane, che a differenza dei concorrenti europei non sono fortemente esposte alla Grecia, ma al contrario sono i principali sottoscrittori delle emissioni del Tesoro. Stando alle ultime trimestrali, Intesa Sanpaolo, Mps e Unicredit – le prime tre banche commerciali del Paese – detengono complessivamente bond italiani per 122 miliardi di euro. Ovviamente il calcolo esatto sulle possibili svalutazioni qualora si verificasse lo scenario peggiore individuato dai tecnici di Andrea Enria è impossibile, in quanto le informazioni sulla scadenza dei singoli titoli di Stato e sul loro valore di mercato sono price sensitive. 

È però facilmente intuibile che, qualora non venisse richiesto ai privati di accollarsi le perdite «in qualsiasi futura ristrutturazione del debito sovrano», è come se i 122 miliardi di cui sopra fossero emessi dal Tesoro tedesco, e non dal dicastero guidato ad interim da Mario Monti. Nell’esempio di cui sopra, il valore di mercato non sarà più di 864 euro ma si avvicinerà a 1.000 euro, quindi al valore nominale. A meno che, contemporaneamente, non risalgano i tassi della Bce. Tanto, a garantire il debito italiano non sarebbero più gli italiani, ma tutti i cittadini europei.  

Twitter: @antoniovanuzzo

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