La Bce è troppo “meridionale“ e i nordici puntano i piedi

La Bce è troppo “meridionale“ e i nordici puntano i piedi

BRUXELLES – Mentre la Bce è sempre più al centro dell’attenzione nella tempesta dell’eurozona, tra i paesi della moneta unica si profila all’orizzonte una nuova lite sulla spartizione dei posti di potere nell’Eurotower. Superato l’impasse di Lorenzo Bini Smaghi, ormai dimessosi per far posto al francese Benoit Coeuré, il prossimo campo di battaglia riguarda un altra poltrona di rilievo: quella al momento detenuta dallo spagnolo José Manuel González-Páramo, fino a pochi giorni fa considerato tra i principali candidati al posto di ministro dell’Economia del neopremier spagnolo Mariano Rajoy. González-Páramo è membro del consiglio direttivo della Bce ed è colui che coordina l’acquisto di titoli sovrani. L’uomo, insomma, che all’Eurotower, al di sotto di Mario Draghi, ha tra le responsabilità più delicate del momento.

Ebbene, sfumata la possibilità – che avrebbe accelerato decisamente le tensioni – che lo spagnolo torni a Madrid immediatamente per fare il ministro (Rajoy gli ha preferito l’ex manager Lehman Brothers Luis de Guindos), resta comunque che il suo mandato scade a giugno. Madrid vuole mantenere uno spagnolo in quella posizione ma è qui, stando soprattutto alla stampa tedesca, che si è creata una levata di scudi da parte dei paesi a tripla A minori, come Austria, Finlandia e soprattutto l’Olanda, con il beneplacito della Germania. González-Páramo, in realtà, non è certo l’icona del meridionale lassista, tutt’altro – dalle sue interviste emerge un rigorista degno della Bundesbank. Il punto, però, è che i “nordici”, per chiamarli così, chiedono un “riequilibrio” geografico contro quello che considerano una sproporzione a favore di paesi del sud o comunque tra quelli a rischio per l’alto debito. E soprattutto in quel delicatissimo incarico, mentre aumentano a dismisura le pressioni sulla Bce per più massicci acquisti di titoli sovrani.

A guardare l’organigramma del consiglio direttivo, tra i sei membri (senza considerare i governatori delle 17 banche centrali dei membri dell’eurozona, componenti “automatici” del board), si osserva in effetti un presidente italiano (Mario Draghi), un vicepresidente portoghese (Vitor Constâncio), uno spagnolo (lo stesso González-Páramo), un belga (Peter Praet). Per la tripla A rimangono un tedesco in uscita, Jürgen Stark (dal primo gennaio sostituito dal connazionale Jörg Asmussen), e, in entrata, il francese Benoit Coeuré che sostituisce, lo ricordavamo, Bini Smaghi. Mancano dunque olandesi, finlandesi, olandesi e lussemburghesi, tutti (un po’ meno i cittadini del Granducato) schierati su posizioni molto vicine alla Germania. E tutti hanno mal digerito il duo italo-portoghese al vertice – quando, nel 2010, fu nominato il portoghese AntonioVitorino vicepresidente, ciò avvenne nell’idea che il successore di Jean-Claude Trichet sarebbe stato il tedesco Axel Weber. Qualcuno addirittura pensò che la scelta di Vitorino fosse un siluro, proprio per ragioni geografiche, contro Draghi.

La Spagna ha dalla sua una legge non scritta: che ciascuna delle quattro maggiori economie dell’eurozona abbia un posto nel board. E Rajoy ha tutte le intenzioni a vedere confermata questa consuetudine. Le cose, visti i tempi, potrebbero cambiare, peraltro a questa situazione si aggiunge che altri due paesi – l’Irlanda in crisi ma anche il ricchissimo Lussemburgo – non hanno mai visto un loro cittadino nel board. La partita si preannuncia intensa, anche perché – salvo clamorose dimissioni come quelle di Stark – il prossimo posto nel consiglio direttivo si libera nel 2018.

In tutto questo irrisolto è ancora un altro conflitto: quello del potente posto di capo analista della Bce, finora detenuto dal dimissionario Stark. Berlino dava per scontato che sarebbe stato assegnato ad Asmussen. Parigi, però, continua a puntare i piedi, e insiste che questo incarico sia affidato a Coeuré. Un’altra complicata partita che impegnerà i vertici della Bce nel bel mezzo della bufera. 

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