La lentezza della giustizia civile ci costa un punto di Pil all’anno

La lentezza della giustizia civile ci costa un punto di Pil all’anno

Nel clima elettrico di un mese fa, tra la fine del Cavaliere e la nascita del governo tecnico di Monti sotto l’incalzare dei mercati, è passata pressoché sotto silenzio una notizia oltremodo istruttiva.

Ovvero che il Consiglio Superiore della Magistratura aveva deciso la radiazione dall’ordine giudiziario della dottoressa Rosanna Pucci, consigliere alla Corte d’Appello di Roma, a causa dei “reiterati, gravi e ingiustificati ritardi” commessi nell’esercizio delle sue funzioni. La radiazione dalla magistratura è il provvedimento più duro: è stato applicato non più di sette volte. L’ultima nel 2008, quando fu messo alla porta il giudice milanese Edi Pinatto che aveva impiegato otto anni per scrivere una sentenza sul clan Madonia, determinando con la sua lentezza numerose scarcerazioni di condannati per mafia. Il magistrato adesso rimosso, Rosanna Pucci, invece si occupava di civile. E, come era accaduto a Pinatto, era già stata sottoposta a procedimenti disciplinari per fatti analoghi.

I numeri riportati nel capo di imputazione sono impietosi. Come quelli che rivelano che tra il primo gennaio del 2007 e il 30 giugno del 2010 il consigliere della Corte d’appello di Roma avrebbe depositato in ritardo la motivazione di 256 decreti su un totale di 273 decisi: in due casi  erano passati più di 1800 giorni, in 8 più di 1500 giorni; e la beffa è che si trattava proprio dei giudizi per l’applicazione della legge Pinto, cioè del diritto all’equa riparazione per chi ha subito un processo troppo lento.

Fin qui la notizia, che riguarda un caso estremo. Il ritardo nello scrivere (e depositare) la motivazione di una sentenza blocca l’iter successivo: infatti solo dopo il deposito è possibile interporre appello oppure rendere esecutiva la decisione presa in sede giudiziaria. Non è un caso infatti che la legge in vigore prescriva senza eccezioni che il deposito avvenga entro il termine di “giorni 15” successivi alla sentenza pronunciata dal magistrato (o dal collegio) giudicante.

Tra i “giorni 15” e i duemila o tremila giorni (ovvero dai sei agli otto anni) c’è una certa differenza. E se pure si ha conoscenza delle vicende più scandalose, è forse lecito chiedersi quale sia la fisiologica normalità. Anche perché non è impossibile all’organo di autogoverno della magistratura monitorare l’andamento dei procedimenti e pure nel pieno rispetto della sua costituzionale autonomia e indipendenza comunicare alla pubblica opinione il quadro complessivo dell’amministrazione del “servizio giustizia”, in ordine magari al rispetto della legge da parte dei medesimi magistrati.

D’altronde che la giustizia civile sia la “grande malata” del sistema Paese non è una sorpresa. Con cinque milioni di cause pendenti e i tempi imperscrutabili dei contenziosi il ricasco sull’economia nazionale è drammatico. Lo stesso vice-presidente del Csm, Michele Vietti (certo non prevenuto verso l’ordine giudiziario), ammette tranquillamente che le disfunzioni della giustizia costano all’Italia più di un punto di Pil all’anno. E sono almeno tre decenni che il degrado d’inefficienza dei tribunali si ripercuote sull’andamento generale dell’Italia. Nel tempo almeno un quarto del debito pubblico accumulato.

Non solo: ma tutti gli studi e le ricerche sulla scarsità di investimenti esteri nel nostro Paese (che pure sarebbero attirati dal clima, dall’appeal del Paese e dalla grande creatività tipica della cultura del lavoro italiana) segnalano concordemente che le ragioni che sconsigliano ogni iniziativa all’ingresso produttivo di capitali stranieri sono sostanzialmente due. E cioè l’eccesso di vincoli burocratici e di adempimenti amministrativi in gran parte superflui, e i tempi biblici della giustizia civile che fermano in completo stand-by le risorse e le esigenze imprenditoriali.

Al costo complessivo sull’andamento dell’economia si aggiunge la beffa per i cittadini italiani. I quali, con le loro tasse, sopportano il peso non indifferente delle sanzioni e delle multe che piovono dalle Corti europee con sempre maggiore frequenza per “ritardata giustizia”. E paradossalmente anche di recente (nella ratifica parlamentare sulla legge comunitaria 2010) è stata espunta dall’Italia la normativa europea sulla “responsabilità civile dei magistrati”. Principio affermato peraltro in un referendum popolare approvato quindici anni fa a stragrande maggioranza e poi svuotato nella sostanza e pure nella forma dagli abilissimi Azzeccagarbugli della lobby togata.

Molta parte del contenzioso di entità minore è già stato scaricato nel corso degli anni su figure accessorie e su una specie di volontariato, come i giudici onorari e quelli “di pace”: e tuttavia il quadro d’insieme risulta desolante e indegno di un Paese civile. Quali crescita e sviluppo ci si possono aspettare nel futuro se uno degli snodi fondamentali della convivenza pubblica pretende in media un decennio per risolvere una causa, con tempi e costi primari e aggiuntivi così rilevanti e incomparabili con il resto del mondo?

Quello che infine stupisce è che non si abbia più la forza neppure di scandalizzarsi. Come in una lenta assuefazione a un veleno micidiale, si è diffusa la rassegnazione impotente a una calamità esterna che “non ha responsabili”. E la sordità ricorrente del sistema dell’informazione è complice interessata di una concreta impunità che “non è elegante” portare in primo piano. Certo, non si è mai parlato così tanto, e con furiose polemiche, di giustizia: ma sempre in relazione ai processi con imputato il Cavaliere, alle leggi ad personam, alle vicende giudiziarie di bunga bunga e di corruzione. Come se i guai della indecente amministrazione della giustizia fossero solo quelli.

Si avvalora invece il sospetto che gli annosi casi giudiziari di Berlusconi abbiano costituito in realtà lo splendido alibi per non affrontare né nel dibattito pubblico né nelle occasioni parlamentari la questione di riforme urgenti e, nell’ambito naturale dei “pesi e contrappesi”, di far emergere le responsabilità dell’inefficienza e le relative correzioni e sanzioni.

Mai una volta i sussiegosi paladini della “legalità”, pronti a tuonare contro qualsiasi voce appena appena differente, si sono accorti che i primi custodi di legalità sono quelli chiamati ad applicarla. E che se “la legge vale per tutti”, comincia a valere per le loro eccellenze in toga. Se invece dei 15 giorni previsti dalla legge per depositare le motivazioni di decreti e sentenze, ne passano di più (appunto fino a duemila), chi paga? Perché sempre e solo gli incolpevoli cittadini, le imprese, l’economia?

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