Le ricette anti-crisi degli “imprenditori indignati”

Le ricette anti-crisi degli “imprenditori indignati”

Imprenditori buoni. Tanto che la rivista Forbes, famosa per le classifiche su ricchezza e potere ha stilato, per la prima volta in 94 anni di vita, una lista in cui ne scova ben 30. Sono “gli imprenditori sociali”, cioè coloro che utilizzano l’impresa per risolvere “problemi sociali”, il tutto dà, come risultato, per alcuni di loro un business che vacilla sul confine con il non-profit. Dei 30 imprenditori – ammettono – sono stati compresi casi di aziende senza scopo di lucro, ma pazienza. In rigoroso ordine alfabetico, vengono raccontate storie di illuminazioni imprenditoriali, intuizioni e semplici idee che sanno creare una fortuna e che, al tempo stesso, aiutano il prossimo.

La lista va da innovazioni tecnologiche a basso costo, a nuove strategie organizzative che fanno gli interessi di più persone. Il tutto, il più delle volte viene monetizzato. Sembra quasi un incentivo, in tempi di crisi, a ripensare alla figura dell’imprenditore, in cui il beneficio sulla società non si esaurisce nella creazione di nuove opportunità di lavoro ma comprende anche la possibilità di risolvere problemi, o attenuarli. Un esempio: il Genesys Project di Rafael Alvarez, offre corsi di informatica estivi a giovani liceali, con in più uno stage (pagato) in grandi aziende. I primi hanno il vantaggio di una esperienza di lavoro importante, gli altri la possibilità di utilizzare risorse poco costose. Ad Alvaréz il progetto ha fruttato un guadagno netto, solo nel 2010, di 3 milioni di dollari. Un altro esempio? Jane Chen, che con la sua non-profit Embrace ha inventato il Thermpod, un sacco termico per i bambini appena nati: permette di tenerli al caldo anche in situazioni in cui l’elettricità manca o è intermittente. Cioè, nei paesi più disagiati. O nelle periferie delle grandi, grandissime città.

Ancora altri esempi: Sarah Horowitz, avvocato praticante americano che, a causa di un errore burocratico non è riuscita a ottenere la copertura sanitaria. Figurava free lance anziché impiegata a tempo pieno. L’esperienza l’ha segnata, si è iscritta alla Harvard’s Kennedy School of Government per le unioni sindacali moderne, e poi ha fondato, nel 2003, la FreeLancer Union. Che fa? Fornisce assicurazioni sulla salute a prezzi ragionevoli per i free lance, e che ora, come business, ripaga tutte le spese, e reinveste nell’azienda. Che ora va sulle sue gambe. Oppure Alvaro Rodriguez Arregui, che con le sue società ha attivi fino a 120 milioni di dollari. Il tutto attraverso social housing prima e telefonini a basso costo dopo, destinati a chi non poteva permettersi una carta di credito. E non sarà male includere anche Jordan Kassalow, che con la sua esperienza da optometrista ha fondato la VisionSpring e ha sviluppato un commercio di occhiali nei paesi del terzo mondo, anche grazie alle organizzazioni di microcredito, che avevano già reti di distribuzione consolidate.

Insomma, la lista è varia, come lo sono i problemi affrontati e le soluzioni proposte. Basta pensare che la lista di Forbes comprende programmi di giardinaggio, invenzioni di lampade a basso costo, programmi scolastici o di coaching per presidi. Si va incontro alle esigenze nascoste nelle pieghe della società, si risolvono piccoli problemi e si scoprono orizzonti più vasti. Si fanno soldi e sono tutti contenti. Come spiega la rivista, «come noi, vedono i problemi nel mondo, e si indignano». Però «invece che dispiacersi e poi scrollare le spalle», fanno qualcosa. Come, ad esempio, risolverli. Sarà lo spirito del Natale, sarà la crisi, sarà che forse una nuova etica è nata e si sta aggirando nel mondo economico e imprenditorale, ma leggere la lista fa pensare positivo. La cosa è importante. Anche piacevole. E, perché no, profittevole. 

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