Nessuno può chiamarsi fuori dal disastro Ligresti in Fon-Sai

Nessuno può chiamarsi fuori dal disastro Ligresti in Fon-Sai

Il castello di carte del capitalismo di relazione italiano, fatto di rapporti incrociati, cortesie reciproche e pochi capitali, vive in questi giorni la sua nemesi. Pressate dalla crisi che ha travolto l’Europa, le autorità finanziarie nostrane si sono finalmente svegliate. L’Isvap, l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni, sta marcando stretto la Fondiaria-Sai, la compagnia assicurativa della famiglia Ligresti, affinché proceda a ricostituire il proprio patrimonio. Ne va di mezzo la tutela di 8 milioni fra imprese e famiglie: ed è una beffa perché uno normalmente si rivolge a un assicuratore per proteggersi dai rischi, non per correrli.

Nella sera di lunedì 12 il consiglio di amministrazione della compagnia ha dato mandato all’amministratore delegato Emanuele Erbetta e al direttore generale Piergiorgio Peluso di «approfondire le possibili iniziative in ordine a interventi di ricapitalizzazione, anche strutturali, nel breve periodo». E allo scopo è stato ingaggiato «un primario advisor finanziario indipendente, individutato in Goldman Sachs». Parlando oggi con i cronisti, Peluso non si è sbilanciato sulle misure che potrebbero essere prese. Sul tavolo c’è anche l’opzione di un prestito convertendo e la vendita della quota in Igli, controllante di Impregilo, al gruppo Gavio. «Sono domande premature – ha risposto – Per il 21 (giorno in cui è previsto un nuovo cda, ndr) avremo fatto i compiti a casa e valuteremo». Nel frattempo, l’agenzia di rating Fitch ha ulteriormente abbassato il rating della compagnia da BB+ a BB- (che vuol dire che la qualità del credito è medio bassa e la capacità di rimborso incerta in presenza di avverse condizioni di mercato).

A dispetto dell’emergenza, il linguaggio della compagnia dei Ligresti è ancora criptico. Al netto di qualche dismissioni e delle agevolazioni fiscali (l’affrancamento dell’avviamento, già deliberato), le «misure strutturali» fanno pensare a un vero e proprio aumento di capitale, dopo quello da 450 milioni a giugno (più altri 350 milioni della controllata Milano Assicurazioni). Poiché la famiglia Ligresti non sembra intenzionata a mettere mano al portafoglio, o per lo meno così si è comportata in occasione dell’ultimo aumento di capitale, la loro holding Premafin si diluirebbe sotto il 20% (dall’attuale 35%), perdendo così il controllo. 

La Borsa, intanto, ha già tratto le sue, micidiali, conclusioni. Il titolo Fon-Sai ha chiuso la giornata di ieri a 0,85 euro, in calo del 9 per cento. La società vale circa 350 milioni. Oggi il calo è proseguito (-5,39%). È il livello più basso degli ultimi 23 anni, ha sottolineato l’agenzia Bloomberg. Ed è il punto di arrivo di una vicenda molto tipica del capitalismo italiano, che chiama in causa tutti i principali attori del sistema. 

Fra lauti stipendi erogati agli amministratori e dividendi trasferiti ai piani alti della catena di controllo (la holding Premafin, la cassaforte Sinergia e le altre holding della famiglia), operazioni infragruppo e gestione assicurativa inefficiente, Fondiaria ha dimezzato il capitale. Sull’intera galassia che fa capo alla famiglia di costruttori-assicuratori, pesano debiti per 2 miliardi. Prima dell’aumento di capitale Fon-Sai aveva detto che avrebbe chiuso il 2011 con un utile di 50 milioni, e invece ne ha già persi 173 milioni solo nei primi nove mesi. Le responsabilità principali, ovviamente, sono di chi negli ultimi dieci anni ha gestito la compagnia, e dunque della famiglia Ligresti.

Ma non ci fanno una bella figura nemmeno le banche e i banchieri che hanno protetto o anche occasionalmente aiutato di Ligresti in questi anni. A cominciare da Mediobanca, che verso la Fon-Sai è esposta per 1,1 miliardi di euro con un prestito subordinato. Il che spiega l’attivismo di Piazzetta Cuccia. Spaventata per le sorti del suo prestito (che essendo subordinato, verrebbe intaccato dalle perdite subito dopo il capitale azionario, ma prima degli altri crediti), la banca guidata da Alberto Nagel ha proposto alla compagnia assicurativa di valutare un ulteriore aumento di capitale da 600 milioni. Una mossa che provocherebbe un duro contraccolpo sulle garanzie a favore dei creditori (Unicredit, Banco Popolare, Bpm, Ge Capital, etc.) delle società che stanno a monte della galassia Ligresti. I loro crediti (oltre 300 milioni verso Premafin e altri 300 verso Sinergia) sono infatti tutelati da un pegno su pacchetto di azioni Fon-Sai, il cui valore è scemato e scemerebbe ancora di più con un altro aumento di capitale. 

Dieci anni fa la Montedison, sotto la regia di Mediobanca, cedette nottetempo il 29% della Fondiaria alla Sai della famiglia Ligresti, che si impegnò a pagare un prezzo di 9,5 euro (Fondiaria quotava 6,115 euro per azione). Era la risposta di Mediobanca alla scalata che Fiat, Edf, Banca Intesa, Sanpaolo e Banca di Roma avevano lanciato sulla holding. Così facendo Piazzetta Cuccia passava in mani amiche una compagnia assicurativa che aveva un consistente pacchetto di partecipazioni strategiche, fra cui un 2% nella stessa Mediobanca. Questo elemento, unito al fatto che Sai mancava dei capitali per affrontare un’operazione di quella portata – cosa che nel capitalismo italiano è sempre stato un optional – è stata la scintilla di una reazione a catena che ha portato alle macerie di oggi.  

(Clicca sotto il grafico per andare alla seconda pagina)

Andamento in Borsa del titolo Fondiaria-Sai dal 14 dic. 2006 al 13 dic. 2011

Ma Mediobanca è sempre stata in buona compagnia. A inizio 2002, dopo che l’Isvap aveva negato l’autorizzazione a prendere il controllo della Fondiaria, Sai era stata aiutata da «cinque cavalieri bianchi» a guadagnare tempo. Le quote di Fondiaria che la società dei Ligresti si era impegnata a comprare da Montedison erano state rilevate da un quintetto di operatori di cui facevano parte la Jp Morgan, all’epoca guidata in Italia dal banchiere Federico Imbert, Interbanca, la Ogra del finanziere Francesco Micheli, la banca tedesca Commerzbank e dalla Mittel, holding della finanza bresciana che fa capo al Giovanni Bazoli, presidente allora come oggi anche di Banca Intesa. Imbert, nel frattempo passato al Crédit Suisse, è poi tornato sul tema proprio in questi giorni, con la proposta di conferire in un veicolo ad hoc, compartecipato dalla banca svizzera, le quote che la compagnia detiene in Mediobanca, Generali, Rcs, Gemina, Pirelli. 

Non si contano poi gli scambi di cortesie con Cesare Geronzi, lo storico presidente di Banca di Roma/Capitalia, passato poi a Mediobanca e infine delle Generali. I Ligresti erano stati membri del patto di sindacato di Capitalia, prima della fusione della banca romana con Unicredit, e avevano favorito l’approdo del banchiere a Piazzetta Cuccia. Clamorosa l’opzione put concessa dalle Generali alla Fon-Sai per la vendita della quota del 27,2% in Citylife (la società titolare del progetto di riqualificazione urbanistica della vecchia Fiera di Milano).  

Ancora, tra i rapporti importanti coltivati da Salvatore Ligresti non va dimenticato Alessandro Profumo (uno fra gli 80 soci de Linkiesta). Ligresti sedeva peraltro nel cda Unicredit, di cui il gruppo assicurativo possiede tuttora una piccola quota (0,3%), frutto della conversione della partecipazione precedentemente detenuta in Capitalia. I rapporti Unicredit-Ligresti, però, non finiscono con Profumo. E infatti, cambiato l’amministratore delegato, ad attivarsi per il primo salvataggio di Fon-Sai, varato nella scorsa primavera, sono il vicepresidente di Piazza Cordusio, Fabrizio Palenzona, e l’amministratore delegato Federico Ghizzoni. Sul piano operativo l’operazione, che ha lasciato alla Premafin il controllo della compagnia, è stata gestita dal banchiere Peluso, che poco tempo dopo accetta l’incarico di direttore generale di Fon-Sai. Conclusione: dei 170 milioni investiti da Unicredit a giugno nell’aumento di capitale Fon-Sai, resta oggi un pacchetto azionario che vale 20 milioni.

Su Fon-Sai si è consumata anche una delle peggiori figure nella storia della Consob. Nell’estate 2001, la Consob guidata da Luigi Spaventa rilevò infatti il «concerto» tra Sai e Mediobanca e decretò un’Opa obbligatoria su Fondiaria. Ma poi arrivò uno stop dell’Isvap, l’autorità preposta a vigilare sulla stabilità del settore, di fatto neutralizzando l’azione della Consob. Quando spuntano i cavalieri bianchi, la Consob di fatto lascia correre e non vede, come ebbe a scrivere più tardi il tribunale di Milano, che si trattava di «soggetti interposti».

Fu poi un’indagine dell’Antitrust a far emergere la vera natura dell’accordo fra Ligresti e i cavalieri bianchi, cui seguirono ricorsi al Tar da parte di investitori privati guidati dal fondo Liverpool, la decisione del Tar di far riesaminare alla Consob il procedimento sull’Opa, un controricorso dei Ligresti al Consiglio di stato. A luglio 2008, a distanza di sette anni dalla cessione del 29% di Fondiaria a Sai, il tribunale di Milano ha poi riconosciuto il danno subito dagli investitori privati e ha condannato Mediobanca e Premafin a risarcire 20 milioni di euro al fondo Liverpool e ad altri piccoli investitori per la mancata Opa su Fondiaria (l’appello è ancora pendente).

Per finire, anche l’Isvap non ne esce al meglio. Dopo il primo stop di dieci anni fa, poi seguito al via libera alla fusione, gli interventi dell’autorità che dovrebbe vigilare sulla stabilità del settore assicurativo, non si ricordano infatti interventi particolari. L’autorità oggi presieduta da Giancarlo Giannini si è fatta viva solo il 4 ottobre 2010, quando ha avviato accertamenti ispettivi «aventi ad oggetto principalmente l’attività svolta dagli organi sociali con particolare riguardo alle operazioni infragruppo e con parti correlate». Ma ormai era troppo tardi.

Va però notato che è solo dal 17 gennaio 2011 che l’Isvap ha esteso gli accertamenti alla gestione caratteristica. In particolare «alle procedure che regolano le principali fasi del ciclo sinistri del ramo Rc auto». È probabilmente in seguito a questi accertamenti che, nella terza trimestrale 2011 del gruppo assicurativo, emergono a sorpresa maggiori costi su sinistri avvenuti. Si scopre così che la riserva sinistri era sottovalutata per 339 milioni. Un espediente, non sconosciuto nel mondo assicurativo, per rendere i bilanci più belli. Ma soprattutto un dettaglio di cui non c’è traccia nel prospetto informativo dell’aumento di capitale approvato a giugno dalla Consob di Giuseppe Vegas. 

 lorenzo.dilena@linkiesta.it