Platone contro le escort, consigli per il buon uso dell’indignazione

Platone contro le escort, consigli per il buon uso dell'indignazione

Non c’è società civile senza giustizia. Un’affermazione di per sé accettabile. Forse vaga e anche abusata nelle sue parole componenti. Ma, in realtà, lo sguardo che rivolge Roberta De Monticelli (una delle più importanti figure del panorama filosofico italiano e non solo, con studi fra Oxford, Ginevra e la Normale di Pisa) ne La questione civile, sul buon uso dell’indignazione, edito da Raffaello Cortina Editore, è più luminoso, e illuminante, sulla questione.

Innanzitutto si può dire che il libro, più che un trattato – o un’invettiva – è una scena di teatro. Non nella forma del dialogo, (almeno, non diretto). Ma gli attori sono molti, e di ogni risma: da Socrate/Platone a Immanuel Kant, e poi Bobbio e Simone Weil. Ma, al centro della scena, quasi origine e motore primo di tutto il libro, c’è lei, Terry De Nicolò. Sì, la prostituta, la donna di Tarantini, quella che frequentava Berlusconi (ma anche Frisullo). Più di lei, ci sono le sue opinioni, le sue verità snocciolate con nonchalance e che rivelano una visione del mondo tanto inquietante quanto diffusa. Che sia un punto centrale, lo rivela perfino la volontà, da parte della De Monticelli, di non pronunciare il nome della donna, accostandola all’Imperatore. Che, sarebbe a dire, Silvio Berlusconi, ma forse anche di più. Un simbolo, un segno del potere assoluto, violento e al di sopra delle regole che spazza via ogni forma di giustizia, di diritto. E insieme, di ogni dignità umana. Parole forti, ma non incoerenti tra loro.

Tutto il libro è una ricerca, severa, della giustizia e del suo valore. Di fronte ci sono molte battaglie. La prima è contro la devastazione della bellezza del paesaggio. Non è peregrina. L’autrice considera lo scempio della bellezza sintomatico di uno stato di malattia delle coscienze. L’imbruttimento, l’abuso edilizio, lo spreco del valore della bellezza sono, senza dubbio, fonti di sdegno intuitive. Cosa vuol dire? Che nessuno ne resta immune, perché la bellezza, si sa, si mostra esistendo. Ma la sopportazione di questo spreco e distruzione è rivelatore di un malanno peggiore: l’abitudine alla rassegnazione. Un’indifferenza depressiva. Uno stato di perdita di senso che si può risolvere solo in un modo: con esercizi di disgusto.

Cominciare a capire cosa è il bene, e cosa è il male, insomma. È l’esercizio ultimo del vivere umano. Meglio ancora, del vivere civile. De Monticelli non ha dubbi. L’esigenza di giustizia è già in sé la sua presenza, o almeno il suo riconoscimento di valore essenziale. E allora occorre coglierla attraverso la bellezza della natura, deturpata dagli abusi. Un’operazione che implica la scoperta del valore dell’ordine, della giustezza che richiede una misura, una posizione, un rapporto pe ogni cosa. “a ognuno il suo”, fondamento del diritto latino e poi, com’è ovvio, di ogni diritto europeo moderno.

Ma non basta, perché, in tutto questo, esiste Terry De Nicolò, e la sua concezione di giustizia. Il suo fondamento è che il più forte prevalga. Per prevalere, poi,è lecito che si possa passare sopra ai cadaveri. Un nemico inaspettato che richiede un alleato di antico valore. E chiama in scena Platone, e la Repubblica. Terry De Nicolò allora diventa, nelle parole dell’autrice, la trasimachina (dal nome di Trasimaco, uno degli avversari di Socrate nel dialogo), e contro di lei si oppone il rifiuto dello stato di natura come fonte della giustizia. Platone, si dice, forse non riuscirà mai a confutare Trasimaco (e si ha l’impressione che nessuno potrà mai confutare la De Nicolò), ma di sicuro lo supera. La giustizia, in effetti, come concetto, supera la necessità. E non può fondarsi solo (e di sicuro esaurirsi soltanto) sullo stato delle cose.

Platone è un’ancora di salvezza sicura. Ma seguendolo si va lontano, e forse troppo: si rischia di finire nella sua Città Ideale, dove ogni cosa è disposta da una sapienza superiore, e l’ordine regna sovrano. Dove insomma, ognuno ha il suo. Anche questo, però, è inaccettabile: la giustizia non può esistere senza la libertà, e l’interesse dell’individuo non va offuscato con quello della collettività, almeno non a livello morale. Per questo motivo entra in scena Immanuel Kant, che pone un ultimo caposaldo: è l’individuo a poter scegliere, in ultima analisi, della propria condotta. È lì che si compie la moralità (e la responsabilità morale) del soggetto, che non può essere demandata ad altri, né rapinata. Solo così si compie un agire giusto, nei confronti della propria essenza. E solo così si può essere liberi nel proprio agire, anche nella disobbedienza alla legge (che non è necessariamente giusta, o non percepita come tale – lo spiega anche con l’esempio ad Antigone -).

Insomma, le conclusioni che si traggono, sono numerose. La chiamata a una vita civile dipende dal senso della giustizia, che va vissuto, incarnato. Anche come tensione verso qualcosa di più grande, che per la De Monticelli può essere Dio. O anche verso il richiamo a una vita attiva nella decisione delle norme con cui si sceglie vivere (un richiamo a uno stile di vita socratico), che sappia restituire, comunque, il senso delle cose. L’amore per la bellezza, per la giustizia e la libertà. Insomma, per se stessi. 

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