Tornare a nascere, ecco cos’è l’albero di Natale

Tornare a nascere, ecco cos'è l'albero di Natale

Ben poco a conti fatti accade per caso, l’importante è tenerlo a mente e mettere ordine nei fatti e nelle storie. Il Natale bussa alle porte, da tempo ormai si lascia annunciare con lunghe settimane d’anticipo attraverso la pubblicità, le promozioni, la rincorsa ai regali. Le luminarie vengono accese ancor prima che l’attesa venga concepita come tale, che la gente si soffermi per un attimo a decifrare il significato della festa. Nell’epoca del bianco e nero – da una parte o dall’altra, chi crede e chi no – è dura farci caso, ma il 25 dicembre ha attraversato culture e civiltà e poco importa se si corre il rischio di passare per superstiziosi, tradizionalisti, fondamentalisti. Vale la pena dare un’occhiata a ciò che è stato e che continua ad essere, oggi.

Nel giorno del solstizio d’inverno (21 dicembre) la luce del giorno registra la sua durata minima nell’anno. A mezzogiorno si trova all’altezza minima del suo moto lungo l’eclittica, è allo Zenit lungo il Tropico del Capricorno nell’Emisfero australe. Da lì in poi, la durata della luce riprende giorno dopo giorno a recuperare terreno sul buio, sulla notte. L’occhio umano inizialmente non se ne rendo conto, con il trascorrere delle settimane se ne fa un’idea. L’evento del solstizio era celebrato dagli antenati, dalle costruzione megalitiche delle popolazioni celtiche alle incisioni rupestri che si trovano anche in Val Camonica. Ne hanno scritto Eraclito, Omero, Virgilio. In Egitto, nei giorni del solstizio, si ricordava la nascita del dio Horus e si riteneva che suo padre Osiride fosse nato nello stesso periodo. Nel Messico precolombiano nasceva il dio Quetzalcoatl. In Grecia il dio Bacco, oltre che Ercole e Adone. Al Nord il dio Freyr, figlio di Odino. Zarathustra in Azerbaigian. In Persia il dio guerriero Mithra, detto il Salvatore. I Romani, costruttori di un impero globale, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre festeggiavano la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti, all’interno delle Saturnalia, celebrazioni dedicate a Saturno, il dio dell’età e dell’oro.

(Flickr – Shandi-lee)

«La notte è sempre più buia prima dell’alba», dice il procuratore distrettuale Harvey Dent nel film “Il cavaliere oscuro”, ultimo capitolo in ordine di tempo della saga di Batman. Nell’oscurità, così come nelle difficoltà e incertezze, ci si aggrappa inevitabilmente alla fede, alla speranza. Lo fa nella propria intimità anche il più testardo dei razionalisti. L’umanità si è mossa, spostata e con essa i cristiani sono venuti a contatto con le tradizioni di culture, popoli, civiltà. Il 25 dicembre è Natale, il momento in cui Dio manda il Figlio tra gli uomini, fatti a sua immagine e somiglianza. Nell’attesa della luce («Cristo, Luce del mondo!», scandisce il celebrante durante la veglia pasquale, quando attraversa la chiesa immersa nel buio con il cero tra le braccia), si accendono le luci.

Nella vulgata comune, l’albero è dei pagani, il presepe dei cattolici. Gira diversamente la faccenda: è cristiano. Non ha un’origine antichissima, non risale a prima del Medioevo quando alla vigilia si mettevano in scena rappresentazioni che raccontavano del peccato originale: nei calendari antichi, al 24 dicembre venivano abbinati i nomi di Adamo ed Eva. In Renania (Germania) durante lo spettacolo comparivano il diavolo e un albero, quello del frutto di cui Dio aveva ordinato di non mangiare. Nella Bibbia non c’è un riferimento preciso alla specie e finiva per essere identificato con le piante locali. In Renania si trattava di un melo, ma non se ne trovano in fiore in pieno inverno. Non è un sempreverde come un abete che quindi veniva decorato per l’occasione con delle mele (il frutto del peccato) accompagnate dalle ostie, il corpo del redentore. Risale all’incirca al 1605 una testimonianza da Strasburgo dove si aggiungevano delle rose, altri antichi simboli del Natale: “Un germoglio spunterà del tronco di Iesse, / un virgulto germoglierà dalle sue radici” (Antico Testamento, Isaia 11, 1).

Un’anticipazione di tutto questo passa dall’usanza medievale di appendere rami di sempreverdi (che resistono all’appassire della natura nel freddo invernale) nelle abitazioni nei giorni del solstizio, dell’arrivo del nuovo e di san Nicola, il 9 dicembre. Santa Claus, Babbo Natale insomma. Ben poco accade per caso. Il 25 dicembre, che ci si trovi da una parte o dall’altra delle barricate, la speranza comune è di tornare a (ri)nascere dopo un altro anno alle spalle.

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