Bankitalia: severa con gli Amici della Bpm, morbida coi patti di sindacato

Bankitalia: severa con gli Amici della Bpm, morbida coi patti di sindacato

Ci sono momenti della storia dove la tragedia si rivela agli astanti come farsa. E ci sono momenti epifanici, ossia di apparizione e disvelamento delle più profonde corde della natura di un attore sociale, persona o istituzione ch’essa sia. Questi due momenti sono uniti drammaticamente allorché ci si dispone alla lettura del documento inviato dalla Banca d’Italia alla Banca Popolare di Milano il 4 gennaio e pubblicato anche sui giornali quotidiani nella sua integrità.

La sostanza del documento risiede nell’accusa formulata nei confronti dell’Associazioni Amici della BPiemme di configurarsi come, udite udite, «accordo parasociale in forma associativa ai sensi e per gli effetti dell’art.20 comma 2, del TUB. La mancata comunicazione all’ autorità di vigilanza di tale accordo integra una violazione dell’articolo 20, comma 2, del TUB», ossia del Testo Unico Bancario. Ecco la farsa. Un accordo tra soci che vanno in assemblea contribuendo a quello straordinario fenomeno di democrazia economica unico in Italia che sono le assemblee, appunto, delle banche cooperative, popolari o di credito cooperativo ch’esse siano, viene scambiato per un accordo parasociale che ha di solito per attori azionisti e non persone che hanno dei limiti predeterminati al possesso azionario e che votano per capita.

L’ epifania è il disvelamento, non nuovo per me, in verità, che coloro che nel seno dell’Autorità di Vigilanza seguono “vigilando” le banche cooperative non sanno evidentemente nulla dei loro processi decisionali e tanto meno della prassi che può quindi assumere la democrazia economica. E fin qui poco male. Vi sono schemi ideologici dinanzi ai quali, come diceva Schiller, anche gli dei hanno torto. Qui non si tratta di dei, ma di piccoli operatori e quindi rasseniamoci.

Il problema risiede nel fatto che si guarda la pagliuzza nell’occhio mentre non si vede la trave. Infatti questa forma di persecuzione ideologica contro la cooperazione avviene in un capitalismo come quello italico, relazionale per eccellenza, omofiliaco per formazione storica, collusivo per natura sua propria, dipendente dal potere situazionale di fatto per costituzione organica dei suoi fondamenti. Un capitalismo in cui i patti di sindacato – che sono la peggior offesa che si possa fare al libero mercato e alla trasparenza e all’uguaglianza di opportunità tra azionisti di minoranza e di maggioranza – sono la norma e lo sono in primo luogo nelle e per il controllo delle banche che l’Autorità suddetta deve “vigilare”.

Non credo ai miei occhi. Consigliare chi votare è normale ed è doveroso per chi si costituisce in organizzazione. Se i partiti – come diceva Ostrogorskij il piu grande studioso dei partiti moderni con Duverger e Calise – sono la democrazia politica che si organizza, le associazioni sono la democrazia economica che si organizza nelle assemblee, per limitare le asimmetrie informative, per combattere le debolezze che il votoper capita e l’eccesso di deleghe, quando c’è, possono provocare in riunioni spesso tumultuose e complicate.

Naturalmente i fatti che si denunciano sulle promozioni, sulla corruzione in merito agli avanzamenti di carriera, ai compensi ecc, sono gravissimi e sono una vergogna a cui porre fine. È triste che un’” autorità di vigilanza” debba occuparsi di ciò. Un’“Autorità di Vigilanza” dovrebbe vigilare che sia rispettata la natura di banca cooperativa allorché una banca cooperativa dichiara di voler essere tale: e allora dovrebbe vigilare su incursioni spregiudicate che possono mettere a repentaglio i valori della cooperazione.

*Docente di storia dell’Economia all’Università Statale di Milano

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