Citigroup insiste: «Rischio di default italiano o spagnolo»

Citigroup insiste: «Rischio di default italiano o spagnolo»

Due mesi fa il primo avviso. «C’è il rischio di un default per Italia o Spagna nei prossimi mesi». Ora è arrivato il secondo. Sebbene Italia e Spagna siano «illiquide ma solventi», occorre che la Banca centrale europea (Bce) aumenti il suo supporto, magari insieme al Fondo monetario internazionale (Fmi). In altre parole, un bailout, un salvataggio. In caso contrario potrebbe esserci il peggio. A dirlo è Willem Buiter, il capo economista di Citigroup, una delle voci più autorevoli del panorama finanziario internazionale. A gettare acqua sul fuoco ci pensa anche l’agenzia di rating Fitch. «L’Italia non ha bisogno di una ristrutturazione del debito», ha detto David Riley, numero uno della divisione Global Sovereign di Fitch. Tuttavia, Riley non perde occasione per ricordare che questi tassi d’interesse sui titoli di Stato italiani continuano a essere insostenibili.

Ring-fence. Questo è il termine usato da Buiter, ex membro del Monetary Policy Committee della Bank of England. Un termine che non è facile da tradurre in italiano, ma che in inglese ha un significato particolare per il mondo economico. Si può tradurre come anello di protezione, ma il concetto più adatto è forse trasferimento dei rischi, che passano da un soggetto A, debole, a un soggetto B, più forte e capace di sopportare gli shock. Buiter usa non a caso il riferimento al ring-fence per Italia e Spagna. Sa che in assenza di un grande supporto, diretto o indiretto, della Bce, dell’Ue ed eventualmente del Fmi, per Roma e Madrid potrebbe essere il peggio. Buiter lo va ripetendo da mesi, come anche l’economista della New York University Nouriel Roubini.

Per ora non ci sono ancora problemi. Ma questi potrebbero arrivare nei prossimi mesi. «Italia e Spagna devono raccogliere sui mercati circa 10 miliardi di euro per ogni settimana fra il 2012 e il 2013», spiega Buiter. Senza il fondo salva-Stati, lo European financial stability facility (Efsf), in piena operatività, potrebbe mettersi male per l’eurozona, dato che le probabilità che Roma e Madrid perdano l’accesso ai mercati è elevato. Certo, non mancano i rimedi temporanei. La Bce di Mario Draghi ha messo in campo il Securities markets programme (Smp), il programma con il quale compra titoli di Stato, e il Long term refinancing operation (Ltro), la speciale finestra di liquidità a lungo termine con la quale le banche possono essere finanziate dietro al deposito di collaterali a garanzia. Però non è ancora abbastanza. Buiter invoca ancora la possibilità che la Bce diventi un prestatore di ultima istanza, come è la Federal Reserve statunitense. Il tutto per evitare che diversi Paesi dell’eurozona possano andare in bancarotta.

In chiaroscuro, invece, l’opinione di Fitch nei confronti dell’Italia. Il rischio di un downgrade del giudizio sul debito sovrano è «molto significativo», spiega l’agenzia statunitense, la più piccola delle tre sorelle del rating. Dato per certo dagli investitori per via del cambio politico intercorso a Palazzo Chigi, il rating non è quello che spaventa di più Riley. Il pericolo è la miscela «esplosiva», così ha detto Riley, di tassi d’interesse italiani quattro o cinque volte più alti di quelli tedeschi e l’assenza di crescita economica. Con uno spread oltre i 400 punti base, quindi, il rifinanziamento del debito italiano può diventare un problema non da poco. Attualmente il differenziale di rendimento fra titoli italiani decennali e Bund tedeschi è oltre i 520 punti base. Troppo, considerato che le previsioni di crescita della Commissione europea vedono il prodotto interno lordo (Pil) italiano in crescita dello 0,1% nel 2012.

Il rischio di passare dall’essere illiquidi all’essere insolventi potrebbe aumentare nel 2012. Il Tesoro dovrà scendere sui mercati obbligazionari per 440 miliardi di euro. Il primo appuntamento è per giovedì prossimo, quando saranno collocati Buoni ordinari del Tesoro (Bot) con scadenze a tre e dodici mesi. Non solo. Il giorno successivo, venerdì 13 gennaio, si terrà un’asta di Buoni del Tesoro poliennali con scadenza a tre anni. Per entrambi i casi le aspettative sono elevate. Le ultime due aste di fine anno hanno evidenziato una contrazione dei rendimenti promessi durante le aste. Il 29 dicembre il Btp a tre anni è stato collocato con un tasso del 5,62%, in netto calo rispetto al 7,89% del 29 novembre scorso, quando si toccò il massimo dall’introduzione dell’euro. Calarono anche i rendimenti dei Btp decennali, passati dal 7,56% dell’asta di novembre al 6,98% di quella di fine 2011. E il giorno prima i Bot a sei mesi sono stati emessi a un tasso in forte calo, passato dal 6,504% dell’asta precedente al 3,251% di quella del 28 dicembre. Il problema è che sul mercato secondario i tassi sono ben differenti. Il titolo di Stato decennale continua a viaggiare oltre il 7%, a ridosso dei massimi livelli toccati il 9 novembre scorso, quando il tasso d’interesse del Btp toccò il 7,483 per cento.

«Ci attendiamo un sensibile rialzo dei rendimenti». L’avviso degli analisti di Threadneedle Investments segue a quello di altre istituzioni finanziarie, fra cui J.P. Morgan o Nomura. Le attese sono quelle di un periodo di fuoco per il debito italiano. A cavallo di gennaio e marzo, nel primo trimestre dell’anno, ci saranno diverse emissioni, sia di nuovi titoli sia di vecchi in riapertura. Secondo l’analisi di Goldman Sachs saranno 15,6 i miliardi per gennaio, 53,1 quelli per febbraio e 44,2 quelli di marzo. In sostanza, 112,9 miliardi di euro dovranno essere rifinanziati solo nei primi tre mesi dell’anno. A questi bisogna aggiungere circa 30 miliardi di euro di nuova emissione, per un totale di 142,9 miliardi entro l’inizio di aprile. «Come ricordato più volte, oltre il 7% il rendimento dei titoli italiani con maturity a 10 anni diventa insostenibile», sottolinea Goldman Sachs.

Complice la recessione, per l’Italia potrebbe aumentare il rischio d’insolvenza. «È un timore remoto, ma non escludibile del tutto», evidenzia invece la tedesca Deutsche Bank, che oggi ricorda al mondo che nemmeno la Germania è al sicuro in questa crisi dell’eurodebito. «È vicina alla recessione», dice il primo istituto di credito tedesco della locomotiva d’Europa. Per questa crisi, sistemica e non temporanea, nessuno è immune. Nemmeno Berlino. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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