Francia in crisi nera, a Sarko di colpo piace l’Italia

Francia in crisi nera, a Sarko di colpo piace l’Italia

Nubi nere s’addensano sulla Francia. Nonostante l’iperattivismo sarkoziano nel cercare di allontanare lo spettro della crisi ed il suo ergersi – con precisa lungimiranza pre-elettorale – a paladino dell’euro e a picconatore della germanizzazione della BCE (che ora parla sempre più italo-francese e molto meno tedesco), sulla Francia s’allungano le ombre della crisi economica. Una crisi strisciante che si è cercato in tutti i modi di scongiurare ma che ora bussa prepotentemente alla porta. Del famoso motore franco-tedesco che muove l’economia europea e che rassicura i mercati internazionali resta ben poco. Solo il baluardo della Germania sembra resistere all’avanzata, inesorabile, della crisi.

“Non indietreggerò mai di fronte alla disoccupazione” ha assicurato Sarkozy la settimana scorsa con il piglio da eroe spavaldo di un romanzo di Alexandre Dumas. Anche nei tradizionali auguri di fine anno, il presidente francese ha mostrato un pacato ottimismo collocando la disoccupazione tra le priorità del 2012 del suo governo. Ma i dati della Borsa Internazionale del Lavoro (BIT) sono a dir poco allarmanti. Il tasso di disoccupazione nel corso del 2012 dovrebbe toccare in Francia il 9,6% (10% se si considerano anche i Territori d’Oltremare). Nella zona euro solo la Spagna (22,8%), la Grecia (18,3%), il Portogallo (12,9%), l’Irlanda (14,3%) e la Slovacchia (13%) stanno peggio. La Francia, che vuole sempre essere la prima della classe, deve ingoiare il rospo di essere pure dietro l’Italia di Monti (8,6%). La realtà è però drammatica. Nel solo mese di Novembre quasi tre milioni di francesi si sono messi in fila presso gli sportelli degli uffici di collocamento e secondo un sondaggio della radio RTL per nove francesi su dieci la principale preoccupazione in questo momento è cercarsi un lavoro. La verità è che i margini di manovra sono sempre più ridotti per Sarkozy, il cui governo ha sbandierato una crescita del PIL dell’1% nel 2012 mentre l’OSCE prima e la Commissione Europea poi hanno immediatamente raffreddato i bollori presidenziali prevedendo una ben più timida crescita per il 2012 (rispettivamente dello 0,3% e dello 0,6%).

Parigi si è intanto impegnata a riportare il debito pubblico al 4,5% del PIL nel 2012 e al 3% nel 2013, e ciò significa che proprio nel mezzo della campagna elettorale Sarkozy sarà costretto ad effettuare tagli drastici ed impopolari. Rimandare infatti a dopo le elezioni significherebbe irritare le agenzie di rating e la Francia rischierebbe di perdere anche la sua famosa tripla A, unico feticcio oramai in mano agli economisti sarkoziani per allontanare lo spettro della recessione. Un altro dato allarmante per i cugini d’oltralpe è poi il calo vistoso degli investimenti da parte delle imprese che hanno sempre maggiori difficoltà ad aprire linee di credito con le banche. Secondo le stime dell’INSEE (Istituto Nazionale delle Statistiche francesi) questo porterà alla soppressione di circa 61.000 posti di lavoro nei primi sei mesi del 2012. La Francia inoltre andrà incontro ad una stagnazione economica che durerà almeno fino al Giugno prossimo.

Le banche poi, dal canto loro, non stanno messe molto meglio. La Société Générale, fiore all’occhiello del panorama bancario francese, ha appena annunciato la soppressione di ben 1580 posti di lavoro di cui 880 nel solo ramo finanziario e degli investimenti (BFI), il che significa la sparizione del 13% dei suoi effettivi su suolo francese. Gli altri 700 posti saranno tagliati presso le filiali all’estero. La direzione della banca ha cercato di edulcorare la propria pillola offrendo possibilità di riqualificazione e re-inserzione a tutti coloro i quali decidessero di andarsene spontaneamente. Questo spiega perché i principali sindacati (SNB-CGG, CGT, FO e CFTC) si siano affrettati a firmare un accordo in cui sono previste immediate misure sociali in concomitanza con i previsti licenziamenti. In questo la Société Générale ha voluto seguire il virtuoso ma ingrato esempio di altre grandi banche francesi ugualmente in cattive acque. La BNP-Paribas già prevede infatti la soppressione di 1396 posti di lavoro di cui 373 in Francia mentre il Crédit Agricole s’appresta a sollevare la scure su 2350 posti di cui 850 in Francia. Anche la banca Natixis ha annunciato un piano di reinvestimenti e di tagli. A rischio oltre 4.000 posti di lavoro di cui 2815 nella sola Francia. Insomma, una vera e propria ecatombe dalla quale sarà difficile rimettersi.

Brutte notizie anche per l’editoria francese. Per racimolare circa 1,8 miliardi di euro il governo francese ha deciso di aumentare l’imposta sui libri da 5,5% a 7%. Una misura che il Sindacato Nazionale dell’Edizione francese (SNE) giudica inopportuna soprattutto perché giunge nel momento più critico per l’editoria. Per alcuni specialisti la misura potrebbe addirittura significare la fine dell’editoria indipendente. Un avvenire tetro attende invece il giornale economico La Tribune. Il 5 Gennaio scorso la direzione del giornale ha depositato i libri contabili in tribunale nonostante i diversi e disperati tentativi di salvataggio. Su decisione del tribunale di Parigi, il quotidiano è stato messo in vendita. Irrisorie le offerte finora pervenute. Solo il giornale gratuito “20 minutes” si è offerto di riprendere 30 giornalisti. Le altre offerte (Hi-Media, France Économie Régions) vorrebbero trasformare il quotidiano in semplice sito internet. A rischio ci sono 165 posti di lavoro di uno dei più importanti e prestigiosi quotidiani economici d’Oltralpe (secondo per tiratura solo a Les Echos).

Acque agitate per la compagnia marittima SeaFrance che fa la spola tra Calais e Dover. E non è a causa delle conrrenti avverse che, si sa, nella Manica fanno brutti scherzi ai naviganti. Negli ultimi quattro anni la compagnia di navigazione francese ha creato un buco spaventoso di circa 100 milioni di euro nel proprio fatturato. Da Novembre scorso le navi sono dunque ferme nel porto di Calais. Non si sa ancora quale sarà il destino dei quasi 1.000 dipendenti (880 in contratti a tempo indeterminato) ma le prospettive non sono certo rosee. L’unico candidato ‘papabile’ a rilevare la compagnia sarebbe la nemica sorella « Brittany Ferries », anch’essa francese, la quale però chiede una riduzione drastica del personale. Immediata la creazione di una società cooperativa e partecipativa (Scop) in cui sono gli stessi dipendenti a divenire gli azionisti di maggioranza. Ma di fronte alla possiblità d’incassare una liquidazione di circa 50.000 euro a testa e di andare a casa quanti saranno quelli che reinvestiranno i propri soldi in una società dal futuro più che incerto ? Sembra dunque che l’avvenire di SeaFrance debba ripercorrere quello dell’Invencibile Armada di Filippo V di Spagna : il naufragio al largo delle coste inglesi. Anche perché le competitors britanniche hanno già fiutato l’aiuto di stato e promettono battaglia presso le istituzioni europee nel caso in cui Sarkozy accorresse al capezzale di SeaFrance (ci ha già provato la compagnia madre ferroviaria SNCF, con scarsi risultati). Intanto a poche centinia di chilometri di distanza un altro destino è in bilico.

Quella della raffineria Petite-Couronne. La compagnia petrolifera Petroplus, che ha sede in Svizzera, ha perso circa 415 milioni di dollari nel corso dei primi novi mesi del 2011. In questa situazione la compagnia non riesce più a comprare greggio in quanto le sue banche hanno bloccato tutte le linee di credito (che ammontavano a quasi un miliardo di dollari). Risultato, tre delle sue cinque raffinerie sono ferme. A rischio circa 550 impiegati che ora minacciano azione aggressive. Di fronte a queste notizie drammatiche che scuotono la Francia, Sarkozy prova a giocare la carta del protezionismo (in tempi di crisi non è peraltro una novità). Non si spiega altrimenti la reintroduzione dell’IVA sociale. Una misura che ha come obbiettivo principale quello di rilanciare la competitività delle imprese e di arginare la disoccupazione ma che colpirà soprattutto i prodotti importati dall’estero. L’unico difetto è che questa imposta potrebbe far aumentare in maniera vertiginosa l’inflazione e potrebbe provocare l’erosione del potere d’acquisto. Forse per la prima volta potremmo guardare i poveri cugini dall’alto in basso.   

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