“Il discorso del Re”, Napolitano è sempre più il monarca

"Il discorso del Re", Napolitano è sempre più il monarca

Chi ha visto quel bel film, “Il discorso del re”, avrà trovato accenti non dissimili nel messaggio di fine anno del nostro Presidente della Repubblica. Al netto infatti della lotta personale contro la balbuzie, il segnale pubblico che arriva da questo “King George” è, come quello, carico di pathos nazionale, di prospettive non facili, di chiamata ad un impegno collettivo di sacrifici e di dolorosi cambiamenti.

Là c’era la guerra, qui lo smarrimento di un Paese fiaccato dalla crisi finanziaria e dalle infinite contraddizioni irrisolte e accumulatesi nei decenni passati. Al di là del prevedibile giubilo dei laudatores professionali e interessati, colpisce però come il Presidente, quasi un monarca senza corona, si sia posto come unico riferimento di un popolo, saltando tutte le mediazioni fisiologiche nei checks and balances di una democrazia che resta costituzionalmente parlamentare.

Come se il difficile ripristino di un circuito fiduciario tra popolo e istituzioni passasse da una sola persona, confortata dal seguito avuto nelle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia e sostenuta dall’impalpabile eppur decisivo consenso internazionale. E pure nella necessità di riparare profondamente la macchina inceppata dello Stato (“cresciuta troppo e che spende troppo”), sono sparite quelle spinte che avevano contrassegnato i messaggi precedenti relative alla coraggiosa revisione dell’architettura istituzionale barocca e inadeguata.

Infatti il compito additato alle forze politiche è limitato ai deficit della convivenza civile: le carceri disumane, il dissesto idrogeologico, la condizione dei bambini immigrati che restano stranieri. Quasi che il resto (ovvero il rischio di recessione, la crescita stentatissima, la lotta a corruzione ed evasione fiscale) passasse tutto da altre mani, impegnate a suscitare lo sforzo collettivo dell’intera comunità nazionale.

D’altronde a queste emergenze ci pensa il governo nato da una stringente necessità temporale e costruito intorno al prestigio del Colle. Tra “Re Giorgio e Super Mario” il messaggio che viene ripetuto è chiarissimo : è la sola strada possibile per riuscire, senza farsi illusioni, a tirar fuori il Paese dal pantano. E d’altra parte è spesso sfuggita l’abitudine dei due a lavorare di conserva: una frequentazione assidua nata a Bruxelles quando l’uno era Commissario europeo alla Concorrenza e l’altro presidente dell’importantissima Commissione Affari Costituzionali dell’Europarlamento.

Ed è alla scommessa europea che, anche con queste esperienze personali, punta la guida di fatto della nazione: l’ancoraggio all’Europa deve essere ricambiato dal riconoscimento che in Italia, adesso, “si fa sul serio” e che va aiutato il processo difficile di rinascita economica e civile, il “balzo in avanti” che il Quirinale sprona e promette. E in un discorso certamente alto e nobile, in cui era evidente lo sforzo a superare l’antica freddezza dell’aplomb anglo-partenopeo (magari aiutato dalla bonaria umanizzazione di Crozza che ha reso familiare il presidente con il tormentone dei corazzieri), colpiva altresì l’assenza di una qualsiasi risposta alle critiche pur legittime sulla “sospensione della democrazia” o sull’attivismo diplomatico e telefonico con gli interlocutori di oltre confine.

Perché sul terreno più propriamente politico, con questo messaggio Napolitano ha coronato l’ambizione a costituirsi come il baricentro del sistema, il crocevia ineliminabile del processo istituzionale e insieme il diretto ed esclusivo riferimento popolare della comunità nazionale, peraltro dimostrato dal gradimento nei sondaggi. Con qualche concessione alla sua storia politica (la cravatta rossa, l’affettuoso ricordo degli operai delle fabbriche di Napoli) quello che è stato “l’unico comunista ospitato a Washington” si accredita come il solo vero leader di una sinistra italiana in cerca d’autore, che però ha allargato il consenso in altre direzioni e in aree di moderato e fattivo riformismo. Dimostrando altresì che le sue proverbiali prudenze (spesso scampiate per ignavia permalosa) lo hanno temprato all’esercizio sempre educato e tuttavia concretissimo del potere reale.

Resta esplicito un dubbio: la svolta politica consumatasi in questo fine anno è un futuro già cominciato oppure la dignitosa ultima pagina di una stagione al tramonto? Chissà. Forse i nuovi e più giovani interpreti che emergeranno all’orizzonte ricorderanno con simpatia quel “nonno Giorgio” che gli ha aperto la strada. Anche se si sussurra che, come è accaduto per proprio tutti gli inquilini del Quirinale, si accarezza la tentazione l’anno venturo di un raddoppio del settennato….