Italia e Usa in crisi? Sì, ma loro crescono

Italia e Usa in crisi? Sì, ma loro crescono

In paziente attesa della fase due del governo di Mario Monti – il contenuto della quale, che ci auguriamo non malinconico, commenteremo quando sarà finalmente rivelato – vale la pena di chiedersi se la diagnosi che ho dipinto la settimana scorsa per l’Italia sia un’esclusiva del nostro paese o si applichi, seppure con accenti diversi, anche ad altri paesi avanzati.

Executive summary: siamo fra i più mal ridotti ma non siamo soli, anzi siamo ben accompagnati. I punti dolenti sono ovunque gli stessi:

  • (I) Bassa crescita della produttività (quindi dei salari) specialmente nelle fasce meno educate della forza lavoro
     
  • (II) Crescita anemica del tasso di occupazione (di nuovo, in particolare fra le fasce meno educate)
     
  • (III) Debito impagabile con i tassi di crescita attuali del reddito nazionale
     
  • (IV) Uno stato del benestare (in senso lato) insostenibile perché troppo costoso [vedi (III)] ma anche politicamente irrinunciabile [vedi (I) e (II)].

Una specie di Catch-22 (definizione) globale che noi stiamo sperimentando in maniera solo più drammatica del resto della combriccola. Lasciamo comunque stare l’Italia, per oggi, e riflettiamo un attimo sul resto degli altri paesi occidentali. Mi prendo il lusso di trascurare il Giappone il quale – per una serie di ragioni troppo lunghe da illustrare ma sintetizzabili, se ce ne fossimo scordati, nel fatto che sta comunque in Asia – è abbastanza un caso a se, anche se soffre d’alcuni problemi simili ai nostri.

Prendiamo, come punto di riferimento, il paese che sta relativamente meglio fra quelli qui considerati, ossia i soliti Stati Uniti d’America. A ben guardare l’economia degli Stati Uniti è uscita da tempo dalla recessione del 2008-09 ed i dati degli ultimi mesi sembrano suggerire che anche sul piano occupazionale le cose stiano cominciando ad aggiustarsi. Il seguente esercizio, abbastanza noto negli ambienti della Riserva Federale, potrebbe suggerire che i problemi dell’economia Usa, anche se particolarmente gravi, fossero comunque temporanei e non strutturali. Si prenda una tavola Input-Output e la si usi per “eliminare” – l’esperto dovrà perdonare le semplificazioni e credermi sulla parola: l’esercizio che riporto è stato replicato svariate volte – il settore delle costruzioni ed i suoi effetti indiretti sul resto dell’economia.

Questo permette di vedere che, fatta appunto eccezione per il settore delle costruzioni, il sistema economico americano è tornato da tempo sul suo sentiero di crescita pre-crisi ed ha superato i livelli del 2007 sia in termini di valore aggiunto che di produttività del lavoro. Insomma, il tanto conclamato crollo della domanda aggregata è un problema del passato, se mai lo era stato, ed occorre semplicemente (si fa per dire) assorbire il grande eccesso di produzione accumulato dal settore residenziale. Ci vorranno altri cinque anni, ma ci si arriverà.

Tutto risolto, dunque? No, evidentemente. Il tasso di disoccupazione Usa rimane anormalmente alto; il tasso di crescita della produttività e dei salari per (vado a spanne) almeno la metà inferiore della forza lavoro rimane debole; la diseguaglianza dei redditi (attenuatasi con la crisi) riprende a crescere generando pressioni redistributive; non esiste, infine, margine alcuno per aumentare in modo sostanziale il gettito fiscale in modo tale da mettere sotto controllo un deficit federale abnorme sia oggi che, ancor più, nel futuro. Con un debito che ha oramai raggiunto livelli quasi italiani, questo insieme di fattori concorre a dipingere un quadro quasi italiano per l’economia Usa la quale dovrebbe tagliare in modo drastico e riformare strutturalmente la spesa pubblica ma non sembra capace di farlo. Più di qualche commentatore se ne sta rendendo conto ed i paragoni con il nostro paese cominciano ad affiorare un po’ dovunque.

Questo, sia ben chiaro, non vuol dire che lo stato dell’economia americana sia paragonabile a quello dell’italiana, né che il loro debito pubblico corra i rischi che corre il nostro: le differenze quantitative, in economia, contano assai. Vuol dire però che, dall’altro lato dell’oceano come nel Bel Paese, i problemi sono fondamentalmente strutturali: continuare a discettare, come il 95% degli addetti ai lavori fa, di politiche fiscali e della domanda o, per gli irriducibili, di ulteriori “stimoli monetari” vuol dire aver perso il lume della ragione. O essere degli incoscienti.

Se si attraversa l’Atlantico e si salta sopra a quel basket-case che chiamiamo Portogallo (la nostra fotocopia in scala 1:6) arriviamo in Spagna dove la storia è letteralmente la stessa che negli USA con due varianti italiche. Pur avendo un rapporto debito/Pil ancora lontano dal 100%, la Spagna sembra incapace di tappare la falla dei propri conti pubblici: dopo un -8% circa nel 2011, per il 2012 ci si aspetta, rebus sic stantibus, un deficit di circa il 6% o più. Al contrario degli Usa, ma come l’Italia, il “resto” dell’economia spagnola non è per nulla ritornata alla situazione pre-crisi, ragione per cui il governo di Rajoy si trova di fronte ad un settore delle costruzioni in condizioni americane e ad un resto del sistema economico in condizioni italiane.

D’altro canto, anche se il tasso di occupazione spagnolo è ancora di qualche punto maggiore dell’italiano, esso sta convergendo rapidamente al nostro, ragione per cui sembrano politicamente impraticabili tagli sostanziali allo stato del benestare mentre, allo stesso tempo, sembrano ugualmente impraticabili sostanziali aumenti della pressione fiscale. Chiusa in questa tenaglia italo-americana, l’economia spagnola temo affronti un destino simile alla nostra visto che, anche se in termini leggermente meno drammatici, ci accomuna una stretta creditizia figlia della crisi del debito sovrano.

Lo spazio per continuare questo viaggio dell’orrore manca ma la situazione migliora solo marginalmente una volta che si attraversino i Pirenei e poi il canale della Manica: anche se quantitativamente meno drammatici i fattori di crisi son quelli elencati all’inizio sia in Francia che nel Regno Unito. Molti amano pensare che i guai finiscano lì e che all’altro lato del Reno e del mare del Nord scorrano latte e miele, ragione per cui devono essere i “tedeschi” (termine estensivo che include tutti i biondi…) a salvarci. Basta, continuano a spiegarci Paul Krugman ed i suoi epigoni europei, che la smettano d’essere “egoisti” e si diano alla pazza gioia fiscale. E se non lo fanno li puniremo: farneticazioni, ma di questo alla prossima puntata.  

*Department of Economics  Washington University in Saint Louis