Le banche europee non vogliono fare la fine di Unicredit

Le banche europee non vogliono fare la fine di Unicredit

Unicredit annaspa sotto pesanti ondate di vendite, trascinando al ribasso Piazza Affari, ma è una giornata di passione per tutto il comparto bancario europeo. L’indice di settore, lo Stoxx Europe 600, che cede il 2,35% alle 15.30. Il titolo dell’istituto guidato da Federico Ghizzoni è stato più volte sospeso e riammesso alle contrattazioni finendo ripetutamente in asta di volatilità e segnando ribassi teorici del 15 per cento. Male anche Banco Popolare (-10,07% alle 15.30), Banca Mps (-7,39%), Intesa Sanpaolo (-7,09%), Ubi (-8,09%) e Bper (-8,6%). Sul fronte di Ca de’ Sass e Piazza Cordusio pesa anche la situazione in Ungheria, dove entrambi gli istituti di credito hanno una forte presenza. 

A contribuire ad affossare i bancari l’asta con cui la Francia ha collocato complessivi 7,9 miliardi di bond con scadenza a dieci e trent’anni, con il rendimento degli Oat 2021 (4 dei 7,9 miliardi) che sale al 3,29% rispetto al 3,18% dell’ultima emissione di dicembre scorso, ma soprattutto con un rapporto tra domanda e offerta sensibilmente peggiore, da 3,05 a 1,64 volte. Non sono andati quindi a ruba, penalizzando soprattutto Société Générale, che alle 14.15 cede il 3,24%, Bnp Paribas (3,30%) e Crédit Agricole (2,58%).

Le tensioni, tuttavia, non sono riguardano soltanto Roma e Parigi, ma anche Madrid. Il neoministro dell’Economia iberico Luis de Guindos ha chiesto agli istituti del Paese accantonamenti per 50 miliardi di euro al fine di neutralizzare le minusvalenze sugli attivi legati all’immobiliare, pari complessivamente a 338 miliardi di euro, 176 dei quali, secondo le cifre della Banca centrale spagnola, sarebbero problematici. Un invito che ha pesato sulla performance delle due principali banche spagnole: il Banco Santander (-2,87% alle 14.22) e il BBVA (-3,66%). A Francoforte la musica non cambia: Deutsche Bank (-3,63% alle 14.22) e Commerzbank (3,98%) trascinano al ribasso il Dax. 

La coda lunga delle ricapitalizzazioni imposte dall’Eba, il regolatore comunitario, continua a far sentire i suoi effetti. Ieri Unicredit ha alzato il velo sullo sconto rispetto al prezzo ex diritto delle azioni che sarà applicato all’imponente aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, e pari al 43% del loro valore al 3 gennaio scorso. Non considerando gli effetti del raggruppamento delle azioni ordinarie e di risparmio, dal 15 novembre scorso, data in cui il top management ha annunciato la volontà di reperire mezzi freschi sul mercato, Unicredit ha perso il 40% del suo valore.

Un segnale per nulla incoraggiante: l’esito dell’operazione deliberata da Piazza Cordusio, tanto per le sue dimensioni quanto per il posizionamento strategico della banca, è considerata da analisti e osservatori la prova del nove per l’intero comparto bancario europeo. In una nota diffusa oggi, la banca d’affari Nomura afferma: «Con un settore bancario che sta affrontando una fuga dei capitali causata in parte dagli stress test e dalla qualità degli attivi, ci aspettiamo degli aumenti di capitale significativi rispetto alla capitalizzazione degli istituti, e per questo saranno offerti a forte sconto per avere successo alle attuali condizioni di mercato».

Non la pensa così l’International financing review della Reuters, secondo cui l’attenzione allo sconto sul Terp è troppo alta rispetto al suo peso reale: gli esperti dell’agenzia anglo-canadese spiegano come l’unico rischio per Piazza Cordusio sia di diventare come Piazza Meda. Cioè che le azioni esistenti siano scambiate – com’era accaduto alla Bpm – a un valore inferiore rispetto a quelle di nuova emissione. Per capire il livello degli scambi dei diritti d’opzione relativi all’aumento bisognerà pazientare ancora qualche giorno, precisamente lunedì prossimo, e già si potrà avere qualche indicazione in proposito. Proprio Nomura, che nel suo report non cita il caso di Unicredit, consiglia a chi vuole vendere i propri diritti di farlo immediatamente.  

Da chiarire, infine, la questione relativa alla quota (2,5%) detenuta dalla Libyan investment authority, che rimane congelata, «Pertanto lo stesso non potrà esercitare i relativi Diritti di Opzione fatto salvo che non sia in grado di reperire eventuali risorse finanziarie in Libia», come si legge sul prospetto informativo pubblicato ieri. Il che significa una diluizione del 66,7 per cento. Piccola curiosità: nel prospetto, tra i rischi, si cita anche il possibile collasso dell’Eurozona, come evidenzia Bloomberg

In un’intervista pubblicata oggi sul Sole 24 Ore, Ghizzoni ha detto: «Chi non ricapitalizza, e la sensazione è che in Europa siano in molti a resistere, starà nei parametri riducendo gli attivi. Con seri rischi di credit crunch». Gli occhi dell’Europa sono su Unicredit, che non è certo immune, e l’ultima pulizia di bilancio l’ha dimostrato, da notevoli riduzioni degli attivi.

Twitter: @antoniovanuzzo