Ma Unicredit è pronta per un capo azienda indiano?

Ma Unicredit è pronta per un capo azienda indiano?

AGGIORNAMENTO a lunedì 9 gennaio 2012 – h.14:30. Da questa mattina azioni e diritti di opzione sull’aumento di capitale di Unicredit quotano separatamente. Dopo un lieve rialzo in apertura, le azioni sono precipitate nuovamente. Alle 14.30 il titolo perdeva circa il 12% a 2,3 euro (qui il grafico) rispetto al prezzo di riferimento rettificato (2,622 euro) di venerdì scorso. I diritti vengono invece scambiati intorno a 0,6 euro, in calo di oltre il 50% rispetto al valore teorico di venerdì scorso calcolato da Borsa Italiana (1,36 euro).
A fine giornata, l’azione Unicredit ha chiuso a 2,28 euro (-12,81%), il diritto a 0,47 euro (-65,4%).

Prima pubblicazione: 6 gennaio 2012 – h. 11:30

Fra ieri e l’altro ieri, da quando cioè sono state annunciate le condizioni dell’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, il titolo Unicredit ha perso il 30 per cento. In giornate già complicate per le tensioni internazionali, il crollo borsistico della banca di Piazza Cordusio ha generato allarme e titoloni sui giornali. Solo ieri le quotazioni sono scese del 17,27% a 4,48 euro, ai minimi degli ultimi 20 anni, contro i 6,33 euro registrati alla chiusura di martedì 3 gennaio.

Questa mattina il calo è proseguito in modo brusco e il titolo è andato in asta di volatilità, segnando una perdita teorica del 10%, intorno alle 10.30. Riammessa un’ora dopo alla contrattazione continua, Unicredit segna una perdita dell’11,38% a 3,97 euro. Da ieri, comunque, la Consob ha avviato i consueti accertamenti per verificare se è stato aggirato il divieto di vendita allo scoperto. Nel mirino, i soliti “hedge fund stranieri”. Ovviamente in Borsa i furbi non mancano, e non sarebbe una novità che trovino appoggi compiacenti negli intermediari finanziari (banche e broker) per vendite allo scoperto fatte in barba ai divieti. Ma è un fenomeno che non va ingigantito.

La discesa a rotta di collo delle quotazioni di Unicredit è infatti fisiologica, ed è l’effetto del combinato disposto fra la partenza ravvicinata delle operazioni di aumento (lunedì 9), dell’entità delle risorse chieste al mercato (7,5 miliardi), del prezzo stabilito per l’aumento (1,943 euro per azione) e del fatto che Unicredit arriva buon ultima in un mercato già saturo di aumenti di capitali bancari e sempre più diffidente verso il settore. La disaffezione fra gli storici investitori istituzionali Unicredit è alta, e la quota degli azionisti esistenti (per lo più fondazioni) che si sono già impegnati formalmente a partecipare all’aumento è bassa rispetto al totale (14%, che potrebbe salire di un altro 10%). Molti investitori attuali potrebbero perciò decidere di non aprire il portafoglio, accettando la diluizione della quota posseduta.

È plausibile perciò che una grande quantità di diritti di opzione (la prelazione dei soci esistenti a partecipare all’operazione), ognuno dei quali consente di sottoscrivere due nuove azioni al prezzo fissato, venga messa in vendita da lunedì prossimo, provocandone una discesa del prezzo di mercato sotto il valore teorico del diritto (2,925 euro), In uno scenario di questo tipo, ai soci attuali conviene vendere subito il titolo, come in effetti sta accadendo, e comprare dopo i diritti di opzione per sottoscrivere l’aumento. Ovvero, vendere subito e riacquistare le azioni successivamente. 

Chi fra i soci attuali ha fiutato il vento è corso ai ripari per tempo. Sul finire dell’anno, la Blackrock, fra le principali società di asset management al mondo, ha dimezzato la sua quota. Altri hanno accelerato in questi giorni. La discesa del titolo potrebbe perciò continuare in direzione del suo prezzo teorico ex diritto (Terp), che è di 3,4 euro, o ancora verso il prezzo di emissione delle nuove azioni (1,943 euro) che è stato fissato con un sconto del 43,34% sul Terp.

Il ritardo con cui l’attuale gruppo di comando della banca ha affrontato il tema della ripatrimonializzazione potrebbe avere conseguenze forti nella compagine azionaria, e poi a valle sulla governance e anche sulle strategie del gruppo. Per i nuovi potenziali entranti, si sta creando una situazione favorevole: potrebbero, infatti, far ingresso a prezzi di favore, facendo leva sulla parte di aumento rimasto inoptato. Ben inferiori ai 3,4 euro teoricamente necessari per sottoscrivere una nuova azione (1,943 più 2,925/2). La reazione del mercato, rileva Fabrizio Bernardi, analista di Fidentis, sta spingendo Unicredit a «multipli di valutazione ancora più convenienti», risvegliando l’appettito di investitori istituzionali liquidi ma sonnecchianti. «In questo momento di sfiducia verso le banche, conta il valore relativo delle valutazioni, chi ha investito in una banca può disinvestire e magari andare su un’altra che offre multipli di prezzo più interessanti», osserva un altro analista.

Non ci sarebbe da sorprendersi se spuntasse qualche nuovo investitore di peso, al termine dell’aumento. L’amministratore delegato Federico Ghizzoni ha più volte lanciato segnali di apertura verso nuovo investitori. Molti sono alla finestra e potrebbero comparire all’ultimo momento, come è accaduto con il fondo Time & Life di Raffaele Mincione, che ha rilevato parte dell’inoptato e ora ha una quota dell’8% della Popolare milanese. Ma stavolta più che il classico finanziere potrebbe essere la volta di fondi sovrani. Fonti di mercato segnalano che l’imponente consorzio di garanzia preparato per l’aumento sta corteggiando con insistenza gli organismi di investimento governativi dei paesi del Golfo, della Cina e di altri paesi dell’Estremo oriente.

«Siamo alla vigilia di un grosso rivolgimento dell’azionariato e quindi dello schema di governance della banca, che ha avuto il suo pivot nelle fondazioni», rileva un banchiere d’affari. Non è detto, e anzi c’è chi esclude espressamente, che ci siano intenzioni ostili. Ma è difficile che dal Qatar, da Singapore o da Pechino possano capire il senso di certe operazioni di sistema all’italiana o certi vaneggiamenti sulla «banche di territorio», se poi si finisce per perdere denaro. I soldi si investono dove rendono, è la logica: Varsavia o Verona, per citare due piazze rilevanti per Unicredit, poco importa. L’intervento da 170 milioni congegnato la scorsa primavera in soccorso dei Ligresti scatenerebbe le ire di qualunque gestore. Come pure le strutture burocratiche elefantiache in giro per l’Italia, buone solo per ingraziarsi le fondazioni di questa o di quella città.

Ghizzoni oggi può contare sulla fiducia delle fondazioni italiane, che avranno il 12-14% del capitale post-aumento, ma dovrà guadagnarsi quella dei futuri azionisti. Con una compagine azionaria molto più globalizzata e costituita da investitori silenziosi ma non passivi,molto cose dovranno cambiare in Piazza Cordusio. L’assetto da multinazionale del credito imporrà scelte non facili con l’obiettivo di tenere su le quotazioni del titolo.

Diversamente, si aprirebbero due scenari inediti per Unicredit. Il primo è che una platea internazionale di investitori potrebbe imporre una cambio di timoniere: e data la carenza di manager di profilo internazionale non si può escludere che a Piazza Cordusio possa arrivare il “papa straniero”. Un chief execitive officer estero, magari proveniente da paesi emergenti, ma conosciuto e stimato nella City o comunque sulle principali piazze finanziarie europee. Non sarebbe comunque un dramma: Unicredit rinnoverebbe il suo top management, restando una multinazionale bancaria con quartier generale in Italia.

L’altro scenario potrebbe essere persino più drastico. Se Ghizzoni non sarà in grado di rendere più efficiente la banca, tagliando i costi, creando valore e in definitiva tenendo su le quotazioni, qualche banca rivale potrebbe farsi avanti proponendo una fusione. Magari seguita da uno spezzatino parziale, come è accaduto qualche anno fa con Abn Amro. Un break up potrebbe infatti generare valore visto che Unicredit è sottocapitalizzata al livello di capogruppo, ma non nelle controllate più importanti. La partecipata tedesca Hvb, per esempio, ha un coefficiente patrimoniale di base (tier 1) del 15% contro l’8,7% consolidato dichiarato dal gruppo a fine settembre. Il break-up di Unicredit, dunque, potrebbe essere un’ipotesi non troppo peregrina.

Si intravede dunque lo sgretolamento di un sistema di potere sullo sfondo dell’aumento di capitale. Un regime change che interroga Piazza Cordusio. Ma non solo. La scossa minaccia di propagarsi, investendo gli assetti di potere che fanno perno su Unicredit, a cominciare dalla partecipata Mediobanca fino alle Assicurazioni Generali.

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Twitter: @lorenzodilena

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