Taglio ai sussidi alla benzina, ed ecco Occupy Nigeria

Taglio ai sussidi alla benzina, ed ecco Occupy Nigeria

Se il 2011 in Africa era iniziato con la Tunisia e la Primavera Araba, il 2012 si apre con le proteste in Nigeria, lo Stato più popoloso del continente con oltre 158 milioni di abitanti. Il primo gennaio i nigeriani si sono svegliati con il “regalo di buon anno” del governo guidato da Goodluck Jonathan: l’agenzia statale Pppra (Petroleum Product Pricing Regulatory Agency) ha infatti annunciato la rimozione dei sussidi statali per l’acquisto calmierato di benzina. Un contributo che permetteva di tenere molto basso il prezzo del carburante in un paese dove benzina e diesel vengono usati non solo per gli automezzi, ma anche per generatori di elettricità e, più in generale, per sopperire alla carenza di adeguate infrastrutture.

La decisione di rimuovere il sussidio, caldeggiata per anni dall’Fmi, il Fondo monetario internazionale, è stata giustificata con la necessità di tagliare il costo elevato del sussidio: circa 8 miliardi di dollari all’anno. Jonathan ha detto che quella somma sarà usata per migliorare infrastrutture e servizi. Fra chi non gli crede Issa Aremu, vice presidente del sindacato National Labour Congress (Nlc) che di Jonathan ha detto: «Ha dimostrato di non essere affidabile».

Nonostante sia il più grande produttore africano di petrolio grezzo (più di due milioni di barili al giorno), la Nigeria è costretta ad importare il carburante. Le quattro raffinerie del Paese sono inservibili da anni a causa di malversazione e incuria ed in più la corruzione è dilagante – lo Stato africano occupa infatti il 143esimo posto nell’Indice di Corruzione di Transparency International (clicca qui per sapere come è calcolato).

Dal momento che la maggior parte della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, i prezzi calmierati del carburante erano visti come l’unico beneficio tangibile concesso dallo Stato. Nell’arco di un giorno il prezzo della benzina è schizzato da 65 naira (circa 40 centesimi) a 140 naira (circa 80 centesimi) alle stazioni di rifornimento, e da 100 a 200 naira al mercato nero, dove molti nigeriani si riforniscono. «Tutto costerà di più – ha detto a Reuters Ganiat Fawehinmi, vedova dell’avvocato per i diritti umani Gani Fawehinmi – i trasporti, le case, le rette scolastiche, il cibo, ecc. Il cittadino medio non sarà in grado di sopravvivere».

Il taglio ai sussidi viene in momento particolarmente delicato per la Nigeria. Il 25 dicembre una bomba è esplosa durante la messa di Natale nella chiesa di Santa Teresa ad Abuja, capitale nigeriana, provocando 35 morti e decine di feriti. L’attentato è stato rivendicato dalla setta fondamentalista islamica Boko Haram (la traduzione del nome del gruppo è “L’educazione occidentale è un peccato”), fondata nel 2002, responsabile di numerosi altri attentati e protagonista di un durissimo scontro (che ha causato circa 700 morti) con le forze di sicurezza nigeriane nel luglio 2009. Dopo l’attentato della capitale, il presidente Jonathan ha dichiarato lo stato d’emergenza negli stati di Yobe, Borno, Plateau e nel Delta del Niger. Ciò nonostante, dopo l’abolizione del sussidio è cominciato a girare uno scherzo nei bar della capitale. Domanda: «Qual è la differenza tra il governo e Boko Haram?» Risposta: «Almeno Boko Haram ammette la sua responsabilità nel renderci la vita un inferno».

Ad ogni modo, le prime proteste legate al taglio del sussidio al carburante, come riporta l’agenzia AP, si sono verificate ad Abuja e Lagos, seguite a ruota da altre città nigeriane come Kaduna, Kano e Ibadan. A Lagos, capitale economica della Nigeria, centinaia di manifestanti hanno chiuso le pompe di benzina, bloccato le autostrade e sequestrato autobus, senza però che si verificassero scontri significativi. I maggiori sindacati del paese, il Nigeria Labour Congress e il Trades Union Congress (Tuc), hanno sollecitato il governo a ripristinare al più presto i sussidi. In caso contrario, avvertono, il 9 gennaio sarà proclamato uno sciopero generale che paralizzerà l’economia del Paese. Nel comunicato ufficiale diramato dalle due organizzazioni si invitano i nigeriani «a partecipare attivamente» alle manifestazioni per «salvare il nostro paese».

Il 3 gennaio, intanto, si registra la prima vittima. È Muyideen Mustafa, studente di informatica di 23 anni, colpito a morte durante le proteste nella città di Ilorin, nello stato di Kwara. L’avvocato Abdullahi Abdullateef – oltre ad aver confermato l’identità del ragazzo nelle foto di un cadavere che stanno circolando su Internet in questi giorni – ha dichiarato alla CNN che lo studente non stava partecipando attivamente alle proteste, ma si era semplicemente “inserito” nel corteo. Su vari siti di informazione e social network della responsabilità della morte del giovane è accusata la polizia. Ma le forze dell’ordine dello Stato di Kwara negano e accusano un anonimo “militante” del National Labor Congress di aver accoltellato lo studente durante i disordini. La famiglia di Mustafa ha annunciato l’intenzione di denunciare la polizia e il governo federale.

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La morte del giovane – insieme ad un video che mostra alcuni agenti di polizia picchiare brutalmente a Lagos un manifestante inerte – accende la protesta. Ispirate dal movimento di protesta americano Occupy Wall Street, le varie manifestazioni prendono il nome di Occupy Nigeria, con tanto di hashtag e account (rispettivamente #occupynigeria e @occupynigeria) su Twitter. Il 4 gennaio, nonostante i divieti di assembramento emanati dal governatore dello Stato di Kano Rabiu Kwankwaso, centinaia di giovani si riversano nelle strade di Kano (la città settentrionale più popolosa della Nigeria) e, intonando canti anti-Jonathan e chiedendone le dimissioni, occupano la centrale Piazza della Liberazione. I manifestanti decidono di rimanere simbolicamente in piazza (che viene così ribattezzata la “piazza del Sussidio” e la “piazza Tahrir” di Kano) finché il governo non ripristinerà i sussidi. La popolazione di Kano si mostra solidale con i manifestanti e regala loro generatori di elettricità, megafoni, bottigliette d’acqua e anche cibo. Nelle prime ore del 5 gennaio (verso l’una e mezza), la polizia antisommossa inizia a sgomberare la piazza lanciando lacrimogeni e caricando gli occupanti della piazza. SecondoSaharaReporters i feriti sarebbero 42, di cui 7 trasportati in ospedale.

È ancora presto per sapere come saranno organizzate le proteste – che finora sembrano piuttosto scoordinate – e, soprattutto, in quale direzione andranno. Secondo i dati (aggiornati al 2010) dell’agenzia Onu per le telecomunicazioni “International Telecommunication Union” (Itu), in Nigeria  gli abitanti connessi sarebbero 45 milioni, il 28% della popolazione. Non tantissimo, ma abbastanza per organizzare online una mobilitazione. Il governo nigeriano, dal canto suo, ha già dovuto smentire una notizia circolata in rete sulla sua presunta intenzione di bloccare la rete BlackBerry, usata dai manifestanti in questi giorni per coordinare le proteste.

Del resto, non è la prima volta che un presidente nigeriano cerca di toccare i sussidi statali sulla benzina. I predecessori di Jonathan ci avevano provato, ma di fronte ad una vasta opposizione popolare avevano dovuto desistere piuttosto velocemente. Nel frattempo, la mattina del 5 gennaio sono esplose tre bombe nelle città di Maiduguri (capitale dello Stato di Borno) e Damaturu (capitale dello Stato di Yobe), entrambe in regime d’emergenza dalla scorsa settimana. Tra proteste senza precedenti e violenza settaria, per Goodluck Jonathan il 2012 non è certo iniziato nella maniera più idilliaca.