
Il limite di +1,5°C è diventato il simbolo sensoriale della lotta ai cambiamenti climatici: lo vediamo sui cartelloni alle manifestazioni, lo sentiamo nelle dichiarazioni dei politici, lo leggiamo nei report degli scienziati. Ma spesso i simboli si trasformano in chimere, anche a causa di un dibattito contaminato dai due principali nemici della complessità: confusione e mancanza di concretezza.
“Confusione” perché il cittadino medio, che ha sete di informazioni chiare, si scontra spesso con dichiarazioni contraddittorie che non aiutano a capire cosa sta succedendo – e cosa succederà – al nostro clima, e quindi alle nostre vite. Alla Cop30 di Belém, António Guterres, segretario generale delle Nazioni unite, ha affermato che abbiamo ancora delle possibilità di «tenere viva» la prima soglia di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli pre-industriali (+1,5°C, appunto), ma Simon Stiell, capo della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), ha corretto il tiro e spiegato che ormai ha più senso concentrarsi sulla seconda linea rossa stabilita nel 2015 dall’accordo di Parigi: quella dei +2°C, che è ancora alla nostra portata. “Mancanza di concretezza” perché spesso i due limiti di riscaldamento globale vengono trattati come numeri vuoti o sforzi politici onerosi, non come soglie di sicurezza che rischiano di catapultarci in un territorio inesplorato dalla scienza climatica. Secondo l’ultimo World Energy Outlook dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), il più autorevole organismo al mondo sui temi della transizione verde, l’umanità fallirà l’obiettivo dei +1,5°C anche negli scenari più ottimistici (ora siamo suppergiù a +1,3°C).
Il 2024 è stato il primo anno in cui la temperatura media globale ha scollinato la soglia di rischio, e questo scenario si trasformerà in una nuova normalità, facendo così fallire – tra almeno un decennio – un pezzo importante dell’accordo di Parigi. La traiettoria verso cui ci stiamo muovendo mostra un incremento compreso tra +2,6°C e +3,1°C entro la fine del secolo: non è catastrofismo climatico, ma la prospettiva basata sugli attuali piani climatici dei governi.
Sforare il target dei +1,5°C significa avere un mondo più caldo, e un mondo più caldo comporta un accumulo pericoloso di energia nei mari e nell’atmosfera. E l’energia, prima o poi, deve essere sprigionata. Il risultato concreto è un’ulteriore crescita degli eventi meteorologici estremi come alluvioni, uragani, siccità, ondate di calore. Stando alle stime dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), ogni grado in più di riscaldamento globale provocherà un aumento del sette per cento delle precipitazioni estreme giornaliere. Limitare la temperatura media del pianeta a +1,5°C anziché a +2°C potrebbe esporre 420 milioni di persone in meno agli effetti più nefasti del cambiamento climatico.
Il mancato rispetto degli obiettivi dell’accordo di Parigi – che ragiona in decenni, non in anni – potrebbe però avere conseguenze molto più ampie, che andranno al di là dell’incremento dei disastri naturali. La parola d’ordine è “tipping point”, punti di non ritorno, perché i limiti di +1,5°C e +2°C rappresentano soglie di sicurezza che, se superate, rischiano di rompere irrimediabilmente degli equilibri fondamentali per la tenuta degli ecosistemi.
Secondo Antonello Pasini, primo ricercatore e fisico del clima presso il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), «il nostro problema è che tendiamo ad accorgerci esclusivamente dei fenomeni lineari. Il riscaldamento globale di origine antropica degli ultimi cinquanta-sessant’anni è sicuramente rapido, perché in questo periodo abbiamo aumentato di 1°C la temperatura media globale. Nei passaggi tra le epoche glaciali e i periodi caldi, per guadagnare 1°C erano necessari mille anni. Tutto sommato, però, l’attuale riscaldamento è lineare, graduale. Ma nei sistemi complessi come il clima ci sono delle soglie che, una volta superate, innescano un equilibrio completamente diverso, ad esempio facendo partire per la tangente la temperatura. Quest’ultima magari può salire di 6°C o 7°C in pochissimo tempo, e a quel punto qualsiasi sforzo di riduzione dei gas serra non porterebbe a nulla».

Pasini ha aggiunto che il grado e mezzo è «un tasso di sicurezza piuttosto importante per evitare effetti ancora più estremi. I due gradi sono altresì una soglia di sicurezza, ma che potrebbe implicare maggiori danni». Nel suo ultimo rapporto di valutazione, l’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) ha individuato otto tipping point del nostro sistema climatico: dalla fusione della calotta glaciale della Groenlandia al degrado irreversibile della foresta Amazzonica. È di ottobre 2025 la notizia che il primo di questi punti di non ritorno – la decomposizione e la perdita delle barriere coralline – verrà sicuramente raggiunto.
Stando al Global Tipping Points Report 2025, condotto dall’Università di Exeter, «se non torneremo a temperature medie globali superficiali di 1,2°C il più velocemente possibile, non riusciremo più a mantenere barriere coralline d’acqua calda sul nostro pianeta su una scala significativa». Le barriere coralline, deturpate da mari sempre più acidi e roventi, ospitano più del venti per cento delle specie marine del pianeta, e il loro declino inarrestabile causerà (e sta già causando) più di un problema alle popolazioni costiere che vivono soprattutto di pesca.
Secondo il report, ci sono inoltre tre tipping point considerati «sull’orlo» del raggiungimento: il disfacimento della foresta amazzonica, la perdita irreversibile delle calotte glaciali in Antartide e Groenlandia e il collasso delle grandi correnti oceaniche. «L’acqua dei ghiacciai in fusione è dolce, quindi si mescola all’acqua marina e la rende meno salata, e meno pesante. Quest’acqua potrebbe non avere più la forza di inabissarsi e potrebbe rallentare la corrente del Golfo. Cosa potrebbe succedere? Mentre tutto il mondo va verso un riscaldamento globale e il Mediterraneo diventa rovente, la Scandinavia e le isole britanniche potrebbero cadere in una mini era glaciale. Ci sarebbe un’Europa tagliata in due: bollente nella parte mediterranea, ghiacciata nella parte settentrionale», dice Antonello Pasini.
Tornando al grado e mezzo, il report dell’Iea citato all’inizio dell’articolo ha mostrato uno scenario da non sottovalutare: raggiungendo le emissioni nette zero entro metà secolo, potremmo ancora riportare l’aumento della temperatura sotto 1,5°C nel lungo periodo. È quindi tecnicamente possibile sforare la soglia di sicurezza e poi tornare indietro, grazie a una massiccia riduzione della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera (misurata in Ppm, parti per milione). Per farlo, bisogna abbandonare i combustibili fossili – non citati all’interno del deludente testo finale della Cop30 – e sperare in tecnologie come la cattura, il trasporto e lo stoccaggio della CO2 (Ccs) e la rimozione diretta del carbonio dall’atmosfera (un sistema, di fatto, ancora non disponibile e molto controverso).
«Il problema – sottolinea Pasini – è che quando superi una soglia di sicurezza potrebbero comunque partire dei tipping point. Ecco perché dovremmo sempre rispettare quei confini: è per una questione di sicurezza. Uscire e rientrare è uno scenario possibile, ma può essere pericoloso. Ora l’obiettivo è stabilizzare la temperatura, non tornare all’epoca pre-industriale. L’importante è evitare i guai peggiori del riscaldamento globale, limitando l’aumento degli eventi estremi. Io mi accontenterei anche di rimanere al di sotto dei 2°C». Il clima, infatti, ha un’inerzia: sono necessari decenni per notare gli effetti delle azioni di mitigazione. «Se tu immetti in atmosfera dieci molecole di anidride carbonica, tra cent’anni ne trovi ancora tre o quattro, tra mille anni ancora una. È difficile fermare completamente questo accumulo e tornare indietro. Ma dovrebbe essere un incentivo ad agire subito», prosegue il fisico del Cnr.
Pasini e i più importanti scienziati al mondo continuano a ribadire che la temperatura media globale resta un indicatore cruciale per capire lo stato di salute attuale e futuro del clima, a differenza da quanto scritto da Bill Gates, fondatore di Microsoft, nel suo ultimo articolo dal titolo “Three tough truths about climate”. Il dibattito mediatico e politico è dominato da una narrazione riduzionista e remissiva, che reputa il taglio delle emissioni uno sforzo ormai inutile rispetto alle pratiche per adattarci all’emergenza climatica. «È una strategia perdente nel lungo periodo, perché l’adattamento ha dei limiti. Fino a un certo punto ci si può adattare, ma senza mitigazione arriveremo a scenari ingestibili. Io dico sempre che bisogna gestire l’inevitabile». E lo possiamo fare con un pacchetto di soluzioni che già conosciamo perfettamente.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.