La sinistra scopre che quello di Monti è un governo di destra

La sinistra scopre che quello di Monti è un governo di destra

È chiaro che a uno come Nicola Latorre, che il posto fisso in Parlamento ce l’ha da tempo e che di quella monotonia istituzionale ha fatto praticamente un costume di vita, non poteva piacere quell’espressione con cui «nonno Mario» ha battezzato la noia di un lavoro garantito, tanto che l’ha considerata «una delle peggiori performance televisive del Presidente del Consiglio. Teorizzare che il posto fisso è noioso credo sia discutibile, e io non la penso proprio così».

Più il premier procede nel suo cammino, più le questioni politiche si fanno chiare. Questa mattina, prima la sottolineatura del ministro Passera sull’articolo 18, – «la cui abolizione è sul tavolo» – poi l’intervento di Elsa Fornero, che ha ribadito l’intenzione dell’esecutivo di «andare avanti anche da soli», portano acqua al mulino di chi vede in questa pattuglia di professori/manager/uomini di stato la sintesi più brillante di un governo di destra. Sarebbe più giusto dire un governo liberale, ma in questo Paese le semplificazioni pagano, per cui destra è più diretto e comprensibile. Non al punto, però, di identificare questo governo con la destra attuale, lontana mille miglia da ogni più piccolo refolo liberale e proprio per questo incredibilmente refrattaria a far «suo» il governo, come consiglierebbe un minimo buon senso. (Lì, da quelle parti, siamo ancora con Verdini che organizza piazzate contro i magistrati, rob de matt!).

Ma facciamo un piccolo gioco di società, del tutto immaginario, pensando a un Mario Monti che si candida. Oggi con chi scenderebbe in campo (pistola alla tempia) e in nome di quale idea politica, visto che siamo ancora in un maggioritario assai imperfetto? Esaminiamo cronologicamente le fasi temporali che hanno accompagnato la nascita di questo esecutivo e, forse, troveremo la chiave d’accesso. Di getto, appena fatto, questo governo era interamente appannaggio del centro-sinistra, se non altro perché aveva detronizzato il Tiranno dopo lunghi anni di pena e il popolo naturalmente più orgoglioso non poteva essere che quello. Gli altri, cadaveri ambulanti.

Il professor Monti, con rara perfidia, all’inizio ha lasciato credere ai dilettanti della sinistra che lui agiva in nome e per conto dei vendicatori della libertà ritrovata, e perché l’azione avesse anche una sua definizione più evidente, la prima espressione che ha speso a larghissime mani è stata «equità sociale». I destri, al solo apparire del concetto, si sono chiusi in una depressione senza pari. Il ritorno della tassa sulla casa ha fatto il resto.

In questi casi, la sinistra ha sempre e soltanto un riflesso condizionato: butta a mare il cavallo vecchio (in questo caso il povero Bersani) e abbraccia il nuovo senza porsi neppure il minimo problema di identificazione politica. È il cosiddetto entusiasmo non motivato. Un mix di cattiveria e ingenuità, apparentemente inconciliabile, che si traduce nell’equilibrio precario che conosciamo bene. Alzino la mano, coloro i quali, nel segreto delle quattro mura, non hanno fatto un pensierino a Mario Monti leader di un centro-sinistra credibile, e che nel momento in cui il Professore ha lasciato capire che mai si sarebbe ammattito a tal punto, hanno dirottato speranze e aspettative sul cavallino di riserva Passera. Su questa fragilità di pensiero politico, Monti ci ha sguazzato il tempo che serviva. Poi ha buttato a mare sinistra e popolo di sinistra.

La destra berlusconiana per un po’ ha sbandato paurosamente, polverizzata da questi professori alla «risolvo problemi». La società civile, cinica quanto basta, ha fatto il resto, opponendo alla sguaiataggine del passato quella melanconica idea di sobrietà incarnata perfettamente da nonno Mario. Il cotechino e le lenticchie della signora Elsa hanno fatto il loro.

Con lo scorrere dei giorni, è accaduto un fenomeno suggestivo e, in buona parte, paradossale. È stato il governo Monti ad appropriarsi della destra, più di quanto la destra lo volesse con tutte le sue (pochissime) forze. L’introduzione del tema lavoro, sulle prime con il tatto necessario per via dei conflitti sociali, ma poi con sempre più decisione, ha portato l’esecutivo direttamente in quella terra liberale che peraltro Monti non aveva mai abbandonato. Anche il (parziale) contrasto alle lobby dei professionisti, attraverso le liberalizzazioni, la destra l’ha vissuto in totale apnea, trattenendo il fiato per tutto il tempo delle decisioni. Alla fine, ha dovuto concludere che difendere le categorie solo per un interesse «commerciale» (consenso elettorale), non può essere un modo dignitoso di far politica. Ma quando ri-governerà, tornerà regolarmente a pensarlo.

Ecco, in questo scenario, alla testa di chi si candirebbe Monti? Naturalmente, di nessuno dei presenti. L’uomo è saldo e non ancora pazzo. E dunque la domanda andrà ribaltata: chi voteremmo noi cittadini? Se ci fosse un Mario Monti con il suo governo liberale, depurato di fascistoni, assistiti e statalisti, staremmo lì dove lui indicherebbe. Ma lui non ci sarà (al massimo si concorrerà per il Colle). E il cavallino di riserva Passera ancor non ci convince. Dunque, riavremo le nostre vecchie, care, debolezze. Questa destra e questa sinistra. Con quei sindaci a cui Peppino Caldarola annette un peso non trascurabile.

Ma resta un fatto, evidente: questa sarebbe un’occasione imperdibile per la destra e soprattutto per Berlusconi. Ma non la coglierà, avverte tutto il peso di Monti, ne percepisce l’autorevolezza, ma rifiuta l’idea d’esserne il puro, semplice, intelligente continuatore.  

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