Lo strano caso del signor Bersani, simpatico ma un po’ fuori dal mondo

Lo strano caso del signor Bersani, simpatico ma un po' fuori dal mondo

Strano, perché è simpatico Pier Luigi Bersani. Ed è anche emiliano, il che gli vale un bonus. E generalmente le persone simpatiche stanno «dentro» la società, hanno gli strumenti dell’anima per interpretarla, la leggerezza dell’ironia (e dell’autoironia, vedi Crozza), la lievità della consapevolezza, il decoro di fermarsi per strada e rispondere alle domande dei cittadini. Prima della birretta solo soletto, che ne ha fatto una piccola icona della modernità politica, era facile incontrarlo a piazza Farnese, centro di Roma, giornale nelle mani e caffè di mezza mattina. Uno così – pensi – può sbagliare su tutto, può deragliare sugli argomenti più diversi, ma di sicuro non cannerà il senso della vita, quell’impasto di sollecitazioni magari impercettibili che tutti i giorni ti piovono sulla scrivania da ogni parte d’Italia e che compongono ciò che abitualmente si definisce «il polso della situazione». Insomma, com’è finita lo sapete tutti, altro che polso, dopo Genova il segretario si è fratturato anche due gambe e adesso è in trazione al pronto soccorso del Partito Democratico.

Perché la persona che avrebbe più strumenti per capire la società sia, in questo momento, quella meno adatta per intercettarne i sentimenti, è mistero assai gaudioso, che non si può spiegare troppo banalmente con la sua collocazione a sinistra, né usando la via giustificazionista di collaboratori piuttosto scarsi (anche se è comunque un primo rilevatore d’allarme). Tornando indietro negli anni, conviene ricordare anche la parabola di Massimo D’Alema, il quale, da primo presidente del Consiglio post-comunista (post?), prese una scoppola memorabile a quelle elezioni regionali del 2000, che il suo indimenticabile Cerchio magico (Velardi, Rondolino, Cascella, ecc.) gli aveva prospettato invece come trionfali. Ma si sa, il vecchio Max aveva una certa diffidenza per gli umani, e dunque qualcuno faceva per lui. Con gli esiti che sappiamo.

Oggi i giornali sono ancora teneri con il segretario del Pd, adombrano la necessità di un ricambio della classe dirigente, considerano di una gravità senza pari quello che è successo a Genova (dopo Milano, Napoli, ecc.), ma nessuno ha ancora il coraggio di dirgli in faccia: dai Pier, fatti da parte, è arrivato il momento.

Forse, quella che si avvicina di più è proprio l’ex direttora dell’Unità, Concita De Gregorio, oggi tornata a Repubblica. «Il punto – scrive – è la distanza tra chi prende queste decisioni e il suo elettorato. L’incapacità di leggere la realtà e di capirla. La difesa della ditta non può essere fatta a dispetto di chi quella ditta deve sostenere». E se ancora non dovesse bastare, De Gregorio affonda poco dopo: «Di più chiaro ancora potrebbe esserci solo un disegno: cambi la classe dirigente, si faccia spazio a una generazione nuova, si azzerino le guerre intestine di corrente, le rendite di posizione e di apparato. Ci si prepari a tornare alla politica, anche a livello nazionale, affidandosi alle competenze, alle passioni, ai talenti: l’Italia ne è colma ». Non è forse un avviso di sfratto, questo di Repubblica?

Strano, perché è simpatico Pier Luigi Bersani. E tra l’altro, proprio Repubblica l’altro giorno gli ha fatto un regalo inaspettato, quanto meritato: ha messo in parallelo le liberalizzazioni del governo Prodi e quelle del super-mega-giga-governo di Nembo Monti, per scoprire che quel simpatico ministro di Prodi aveva messo all’incasso più liberalizzazioni del Passera strombazzato. Quindi il nostro sa lavorare, eccome. Però non conosce altrettanto bene la vita degli uomini e delle donne, le esigenze quotidiane, le aspettative che hanno sulla politica, l’insopportabilità maturata per una casta di intoccabili, di funzionari che la fanno da padroni su quelli che lavorano, quei funzionari che possono e disfano in barba al merito e alle competenze. Ma come mai, Bersani?

E allora, per capire, per immaginare uno straccio di luce, laggiù al fondo, bisogna forse tornare alla storia comunista da cui proviene il segretario. Per forza. Sta lì il segreto, in quello scrigno politico che nessuno ha mai aperto davvero, come una finestra spalancata al vento fresco che arriva dal mare. C’è ancora – ed è una tara che invariabilmente si perpetua da anni e anni – quell’idea di una primazia morale e delle idee, quel filo di arroganza che si annida nelle pieghe persino di una bonomia emiliana, quell’attimo di superiorità, magari inconsapevole, che ti fa perdere l’attimo, e con l’attimo anche il senso della società che ti circonda.

E come nello sport, anche in politica la scelta di tempo è tutto.