Caro statale, hai sentito la Fornero? Forse è finita la pacchia

Caro statale, hai sentito la Fornero? Forse è finita la pacchia

24 maggio 2012

Oggi Elsa Fornero ha gelato i lavoratori statali. “Loro non stanno sul mercato, ma anche per loro dovrà valere una disciplina sul licenziamento analoga a quella che stiamo introducendo per le imprese private”. Compiaciuti per questo principio di eguaglianza finalmente riconosciuto, ripubblichiamo un nostro scritto del 22 marzo scorso, con il quale commentavamo le parole della stessa Fornero: che allora, però, erano di segno esattamente opposto. 

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22 marzo 2012

E così, caro il mio Statale, sei riuscito a sfangarla un’altra volta. Ma quale santo hai in paradiso? Solo ieri sera, dopo una giornata molto convulsa, in cui voci contraddittorie su di Te si sono rincorse freneticamente, dove il ministro della Funzione Pubblica, Patroni Griffi, prima ha detto «sì, la riforma si applica anche agli statali» poi si è rimangiato tutto, la ministra Fornero ha posto fine all’agonia: questo impianto non si applicherà ai dipendenti pubblici. Aggiungendo anche una sadica postilla: è così vero, ha detto la signora Elsa, che il ministro competente non lo abbiamo neppure invitato al tavolo. Tiè.

Era così alta la tensione nell’aria che nella puntatona di Porta a Porta dedicata al lavoro in prima serata, un raggiante Vittorio Feltri ha persino sventolato come un vessillo la sua prima pagina del «Giornale», che titolava così: «Panico fra gli statali». Panico, capite? Illuso il Vittorio, come tutti quelli che come lui avevano immaginato una piccola rivoluzione culturale. Illusi anche noi, che abbiamo creduto nel governo.

Un paio di giorni fa, anche con un certo anticipo, qui a Linkiesta ci eravamo posti il problema. Un semplice problema di equità sociale, niente di più, niente di meno. Ci sembrava che in presenza di un autentico cambiamento dei rapporti tra impresa e dipendenti, che certamente ci pone nel solco tracciato dall’Europa, una grande fetta di lavoratori come quella rappresentata dai dipendenti pubblici (in tutto tre milioni e quattrocentomila, il 5,7% della popolazione) non potesse star fuori. E vi abbiamo rivelato i nostri dubbi, in maniera anche colorita, in un corsivo che ha catturato immediatamente grande attenzione, ma che soprattutto ha scatenato la parte meno tollerante di Voi (statali). Ci avete accusato di tutto: di demagogia, di scrivere in forma anonima (ecco qui una firma, nome e cognome autentici), ci avete persino detto che eravamo degli irresponsabili perché fomentavamo una «guerra tra poveri».

Abbiamo preso, incartato, e portato a casa. Ma quel corsivo, come avete visto, era perfettamente sulla notizia, appropriato giornalisticamente e, se vogliamo, anche socialmente inevitabile. Personalmente, poi, ero reduce da una puntata de L’Infedele di Gad Lerner, in cui una persona seria e corretta come Andrea Ichino, che insegna economia all’Università di Bologna, si era rivolto a una leaderina dei precari in modo molto onesto: «Io vorrei che tutti i miei privilegi, e sono tanti, mi venissero tolti, azzerati. Anche se io non facessi nulla, non lavorassi, nessuno mi potrebbe cacciare dall’Università». Lui medesimo ne era francamente incredulo. Voi no?

Ma torniamo alla «guerra tra poveri», che secondo Voi costituirebbe l’elemento più infame del nostro corsivo. Il senso, se ho capito bene, sarebbe questo: siamo tutti lavoratori, guadagniamo tutti molto poco, stiamo vivendo (tutti) una condizione di grande disagio economico-sociale, la gestione personale e familiare è sempre più difficoltosa, ma cosa vi viene in mente di metterci l’un contro l’altro, poveri contro poveri, mentre là fuori ci sono signori che sgavazzano impunemente, che rubano, che fanno strame della dignità di un Paese? No, troppo comodo, cari signori statali. Non è onesto usare come scudi umani i lavoratori privati che in questo momento, francamente, sono più sotto attacco, mentre su di voi non aleggia neppure un refolo del ventaccio malefico.

Spiegatemi una cosa, di grazia. Ve lo chiedo con una domanda semplice e diretta. Persino infantile. Spiegatemi, allora: come si fa a licenziare un dipendente statale? Naturalmente, essendocene i presupposti, mica così a capocchia. Per cui parliamo di un dipendente infedele, o non produttivo, un dipendente molestatore, un dipendente che ruba, e altre tipologie a piacere. Ebbene la risposta è: NON SI PUO’.

Abbiamo visto come nella triste storia della nostra Italia, è capitato che non si potesse cacciare via neppure un dipendente che ruba! Quindi adesso, in presenza di licenziamenti obbiettivamente più facili per i “privati”, non dovremmo parlare di due pesi e due misure? Ma per favore.
Sul Corriere di oggi potete trovare (pag. 2) il punto critico della questione. Titolo dell’articolo: «La parità del ’93 con il settore privato e la deroga (necessaria)». Si parla di alcune sentenze della Cassazione «che hanno sancito la piena applicabilità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ai dipendenti pubblici, a cominciare dagli statali». Per poi arrivare a oggi, con questa riforma, che porterà a scrivere inevitabilmente una nuova norma che, dicono al ministero di Patroni Griffi, «tenga conto della specificità del lavoro nella pubblica amministrazione». Ma neppure quella norma, scrive ancora il Corriere, «eviterà di incorrere in una sospetta illegittimità in base al principio di uguaglianza tra cittadini sancito dall’articolo 3 della Costituzione».

Avete capito bene: articolo 3 della Costituzione, principio di uguaglianza tra cittadini. A questo ci siamo rifatti, qui a Linkiesta. Semplicemente a un pilastro della nostra Carta.

Ps. In un Paese culturalmente attrezzato sarebbe una postilla ridicola, ma da noi è (ancora) indispensabile: questo articolo di giornale si applica solo e soltanto ai dipendenti statali meritevoli di licenziamento. La gente che sgobba può anche evitare di leggere.   

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