Lo sport italiano è senza soldi. Il dopo Olimpiadi fa paura

Lo sport italiano è senza soldi. Il dopo Olimpiadi fa paura

Londra -100. L’obiettivo olimpico è dietro l’angolo. Si fanno analisi, si stilano tabelle e previsioni. L’Italia sarà come di consueto una delle protagoniste dei Giochi a cinque cerchi. Siamo una delle potenze mondiali, a nostro modo un miracolo sportivo considerando il rapporto tra numero di abitanti e l’atavica abitudine ad essere pantofolai passando per lo sport nella scuola che proprio non è una priorità nel nostro panorama didattico. Ma in tempi di crisi non è Londra che ci deve preoccupare. “Quel che fatto è fatto” dice Giorgio Scarso, il presidente della federscherma tradizionalmente la nostra cassaforte, quella che assicura all’Italia la maggior messe di medaglie. “Chi pensa che la scure dei tagli possa incidere sui risultati inglesi sbaglia di grosso. Il problema è il dopo”.

E allora Rio de Janeiro 2016 e le Olimpiadi del 2020 che potevano essere a Roma prima che la scure del governo Monti si abbattesse sulle prospettive della candidatura capitolina. Prima della manovra lacrime e sangue del professore, in tempi non sospetti, alla fine del 2011, la Giunta del Coni varò un programma di tagli in base al minor contributo statale passato dai 447,8 milioni di euro del 2011ai 408,9 milioni per il 2012. Il taglio maggiore alla Federcalcio che perde 16 milioni, passando da 78 a 62. Ma tutti devono stringere la cinghia. Per questo l’atletica passa a 5,125 milioni (erano 6,438), il nuoto a 4,720 (5,930), il ciclismo a 3,973 (4,991), la scherma a 3,816 (4,794), la ginnastica a 3,528 (4,432), il volley a 3,095 (3,888), il basket a 3,024 (3,799). Nessun taglio per le federazioni che ricevono il contributo sotto il milione di euro.

Ma cosa significa per il futuro? Ancora Scarso: «Significa che i nostri giovani viaggeranno di meno perché non saremo in grado di pagar loro le trasferte. Significa che i nostri tecnici non potranno avere aggiornamenti continui con omologhi di altre federazioni internazionali; significa che saranno organizzate giocoforza meno gare». E quindi la potenza di fuoco che l’Italia ha sempre rappresentato verrà meno non tanto adesso quanto in prospettiva.

Il problema, in anni di tagli, non è il presente bensì il futuro, proprio quello sul quale anche il governo Monti sta lavorando aspettando i risultati. «Per quanto ci riguarda abbiamo tagliato tutto il tagliabile» sottolinea il numero uno della federcanottaggio Gandola. È quindi ridotta all’osso l’attività del consiglio. I gettoni sono un ricordo per molti. Nelle federazioni ci si muove solo per un giorno, toccata e fuga, niente soggiorni e riunioni che cominciano all’alba per finire in tempo per tornare a casa. Se proprio le si vuole prolungare sono di meno, concomitanti ad un grande evento e con un programma fittissimo.

Sopravvive qualche programma per i giovani ma Rio è troppo lontana e sempre più un incognita. Il problema è che lo sport non si improvvisa. Se non si programma, non si vince, ed oggi il Coni e le federazioni lo possono fare con enorme difficoltà. I tagli hanno provocato molti mal di pancia perché i comitati provinciali del Coni dovrebbero sparire lasciando il passo ai delegati. E qui scatta la protesta perché in molti puntano il dito contro gli enti di promozione sportiva nati come emanazione politica nell’ambito sportivo ed oggi più o meno attivi sul territorio per la promozione dello sport. È giusto che si tagli lì piuttosto che sui comitati provinciali sottolinea qualche dirigente, ma quello che davvero preoccupa è il futuro perché dall’A di Aereo club alla V di Vela lo sport italiano è in pericolo non tanto per il suo presente quanto per il futuro. Proprio come l’Italia.