Per salvarsi, Fincantieri vuole comprare il colosso delle piattaforme

Per salvarsi, Fincantieri vuole comprare il colosso delle piattaforme

La notizia pubblicata da Bloomberg ieri pomeriggio non è stata commentata da Fincantieri, ma la possibilità che davvero l’azienda navalmeccanica di Stato sia nella shortlist degli offerenti rimasti in gara per acquisire il 50,75% di STX OSV Holdings Ltd., azienda norvegese quotata a Singapore appare tutt’altro che campata per aria.

E, naturalmente, non solo perché – come ci eravamo chiesti anche su Linkiesta – come mai, alla luce della crisi della cantieristica, Fincantieri non avesse sfruttato la comunanza di azionariato con la Saipem di Eni per entrare nel promettente comparto dell’offshore. È stato infatti lo stesso amministratore delegato Giuseppe Bono, in occasione del varo della fregata Virgino Fasan lo scorso 31 marzo, a parlare della necessità di affiancare una nuova “gamba”, l’offshore appunto, a quelle tradizionali di crociere, militare e maxiyachts. Tanto che il Secolo XIX aveva fiutato l’abboccamento con STX.

Ad ulteriore conferma della decisione di Fincantieri di entrare nel settore il fatto che, da pochi giorni, sul sito dell’azienda l’offshore è stato inserito fra le linee produttive, con la pubblicazione, inoltre, di un articolata e recente brochure dedicata alla strategia che si intende seguire per affermarsi nel settore. Incentrata, parrebbe, su quattro cardini: focalizzazione su alcune tipologie produttive con elevati margini di competitività (unità di perforazione tradizionali e semisommergibili), offerta innovativa e tailor-made, creazione di un “Polo Offshore” in cui rientrerebbero anche alcune aziende di subfornitura italiane (Blue Edge, Drillmec, Goriziane Group, Meccano net, Navalimpianti, Navalprogetti e Rosetti Marino) ed estere (NLI, Ulstein, F&G, Frigstad e Gustomsc) e, soprattutto, individuazione degli stabilimenti italiani dedicati in quelli di Sestri Ponente, Ancona e Palermo, a cui si aggiungerebbero non meglio precisati “other external partner shipyards”. Che potrebbero essere proprio gli stabilimenti (9 fra Norvegia, Romania, Vietnam e Brasile, per oltre 9mila dipendenti) di STX OSV, specializzata nella produzione di navi di appoggio alle strutture offshore (quindi complementari a quelle che Fincantieri vorrebbe produrre in house), un mercato che, secondo l’analista inglese Douglas-Westwood potrebbe valere nei prossimi cinque anni circa 232 miliardi di dollari.

Certo è che acquisire STX OSV sarebbe ben più che la semplice partnership finora ventilata, del resto difficilmente ipotizzabile con la società in mano ad uno dei più accesi rivali di Fincantieri in ambito crocieristico attraverso le controllate europee (STX France sembrerebbe aver appena perso un ordine per due nuove unità proprio a causa dell’interferenza di Fincantieri). Il 51% di STX OSV è infatti in mano al gruppo navalmeccanico coreano STX, che a gennaio avrebbe deciso di vendere per racimolare 1,1 miliardi di dollari necessari a coprire i debiti derivanti da altre attività. Una cifra relativamente non lontana dagli 809 milioni di dollari che la quota in questione varrebbe secondo la valutazione di ieri a Singapore. Ma, al di là di un prevedibile sovrapprezzo, Fincantieri dovrebbe sborsare anche di più, dal momento che per acquisire il 51% di una quotata a Singapore è necessaria un’opa sul resto del capitale.

Senza contare che, sebbene i risultati ufficiali debbano ancora essere presentati all’assemblea degli azionisti (il prossimo 25 aprile), STX OSV, il cui titolo è cresciuto del 44% dall’inizio dell’anno, porterebbe in dote (oltre a un know-how eccezionale, essendo la società emanazione dello storico cantiere norvegese Aker, acquisito nel 2009 da STX) numeri importanti, fra cui un fatturato 2011 di 12,4 miliardi di corone norvegesi (circa 2,14 miliardi di dollari), un Ebitda in crescita del 19% e un portafoglio ordini valutato 16,7 miliardi di corone norvegesi (circa 2,88 miliardi di dollari). Inoltre, secondo Bloomberg, Fincantieri dovrà vedersela con almeno un altro offerente (un fondo d’investimento non identificato), mentre nei giorni scorsi erano emersi anche i nomi di altri colossi della navalmeccanica come Keppel, Sembcorp e Samsung Heavy Industries.

Resta da capire l’impatto che l’operazione avrebbe sull’occupazione nei cantieri italiani: se davvero Fincantieri riuscisse a portarla a termine in parallelo allo sviluppo di un’attività navalmeccanica dedicata all’offshore da condursi in Italia – come le parole di Bono e la brochure farebbero pensare – le prospettive per gli stabilimenti oggi maggiormente toccati dalla crisi (con l’eccezione di Castellammare di Stabia) potrebbero migliorare radicalmente (posto che si risolvano i problemi di produttività da sempre lamentati dal management di Fincantieri). In caso contrario, l’investimento in STX OSV potrebbe avere comunque un senso industrialmente, in ragione del fatto che è sempre più forte la tendenza (il Brasile è un esempio in ambito offshore, ma per gli Usa è avvenuto lo stesso in campo militare e non a caso Fincantieri ha acquisito alcuni stabilimenti negli Stati Uniti in passato) a pretendere che certe commesse navalmeccaniche vengano assegnate a cantieri domestici. Ma è evidente che tale evenienza sarebbe assai meno rosea per Sestri, Ancona e Palermo.