Cattolici, gridate adesso o tacete per sempre

Post Silvio

Cattolici, gridate adesso o tacete per sempre

Sbatti il cattolico in prima pagina. Ha la papalina di un cardinale che vive a Città del Vaticano, e spesso quella bianca di Papa. Oppure ha l’aria da vecchio lupo di mare (su yacht altrui) di Roberto Formigoni. Trafuga documenti dalle segrete Vaticane e rende noti intrighi e grane non proprio edificanti. È un banchiere cacciato dallo Ior, e vai a capire se era troppo onesto o non lo era abbastanza. È un faccendiere legato al movimento di Comunione e Liberazione, che faceva affari con la Regione presieduta dal governatore che era anche lui – si sa – del movimento.

Sia come sia, è di cattolici che si parla. Non se ne parla bene, e oggettivamente non ci sarebbe nessuna ragione per farlo. Eppure, è quella stessa parola che si usa – “cattolico” – quando si riconosce che in quartieri difficili, in pezzi di società derelitte ed abbandonate a se stesse e potenzialmente pericolose per la collettività, dove anche lo Stato non ha forza o lungimiranza per arrivare, c’è solo qualche lembo di Chiesa Cattolica. Qualche parroco, qualche suora volonterosa, e alcune migliaia di laici che, in forza del loro essere cattolici, fanno volontariato e cercano dalla Chiesa un esempio e parole di fede (come ci scrive una nostra attenta commentatrice)

Già. Solo che sempre di più i due livelli sembrano camminare su strade separate, distinte, quasi incompatibili. Da un lato, il cattolicesimo politico che – a parte qualche remota e vagamente ironica dichiarazione di affiliazione da parte del mondo berlusconiano – non ha trovato altra espressione esplicita, in questi decenni, che non fosse Formigoni e il suo “modello lombardo”. Dall’altro il terremoto di scandali che dal san Raffaele in già ha attraversato le gerachie ecclesiastiche e il cattolicesimo di potere, fino a scuotere i muri del Vaticano, angosciando Benedetto XVI che – per il dopo-Ruini – si era dato proprio la missione di una pulizia radicale per una nuova ripartenza.

Lontane, incompatibili con scelte politico-affaristiche e con una gestione del potere e del danaro del tutto disconnessa da ogni sua missione ecclesiastica, le radici – molto italiane, anche loro – di un cattolicesimo sociale che da sempre si è pensato “a sinistra”: nelle scelte antropologiche e negli stili di vita, prima ancora che nella militanza politica. È quella “voglia di comunità” dei cattolici di base: quelli che guardarono a Giuseppe Dossetti, ma anche ad Adriano Olivetti, alla comunità di Nomadelfia o alle tante esperienze gesuitiche come a modelli per una società basata (senza paura di essere retorica) sulla socialità e la condivisione e, in definitiva, su un capitalismo che vedeva nella sobrietà e nella lenta decrescita la cura dei propri mali. Parliamo di un mondo composito che appende idealmente i poster di Don Milani, che si è affascinato agli insegnamenti e all’afflato laico di Carlo Maria Martini, che vede nella finanza globale una malattia mortale e ha per preti-modello Don Gallo e Padre Zanotelli oppure – nella sua versione più “borghese” e capace di gestire il potere senza compromettervisi – di Don Virginio Colmegna e della Caritas ambrosiana.

Non sorprende, così, scoprire che un pezzo sensibile di mondo cattolico praticante – un segmento d’Italia sempre più piccolo, quel 15% circa che con regolarità frequenta le chiese – è sinceramente affascinato da Grillo: il suo grido per un’altra politica; le facce pulite di ragazzi da oratorio e non da centro-sociale, la sua piattaforma che più che di programmi sembra parlare di valori; sono perfetti per parlare a un gregge che per vocazione è “nel mondo ma non del mondo”, e che il marcio è stanco di vederlo non solo nella politica delle elezioni, ma anche in quella che vota dentro a un conclave ad ogni morte di Papa.

Ma non è solo questo cattolicesimo orientato politicamente e motivato ideologicamente, a interrogare il Vaticano e i leader politici che del proprio essere cattolici hanno fatto un tratto distintivo. Dal basso, il mondo cattolico è andato camminando, autoorganizzandosi, diventando già il “piccolo gregge”, la minoranza che si riconosce attorno a un nucleo di fede, opere e comunità. Il luogo in cui grandi maestri di spiritualità e veri capi di comunità parlano coi loro fedeli, ad esempio, della propria vita affettivo-sessuale, non necessariamente eterosessuale. Lo fanno, magari, in quegli stessi confessionali in cui, da tempo e ovviamente ancora con amplissime eccezioni, le pratiche contraccettive e le convivenze “more uxorio” hanno smesso di essere “peccato” da un po’. “Non rubare” invece, resta comandamento imperativo e la cacciata dei mercanti dal tempio una delle pagine evangeliche più amate e citate. Ai cattolici, dal capo dei vescovi all’ultimo dei laici, spetta l’ultima parola: ma se vogliono che quella parola – “cattolico” – non diventi sinonimo di ogni male, questo è il momento per dirla. A Formigoni, come in Vaticano.