Ci servirebbe il sistema elettorale francese, ma chi convince i partiti?

Ci servirebbe il sistema elettorale francese, ma chi convince i partiti?

L’Italia potrebbe trarre enormi benefici dall’introduzione del modello elettorale che governa la V Repubblica francese. Le esigenze di protagonismo democratico dell’opinione pubblica, di superamento della frammentazione endemica della realtà partitica, di efficacia e incisività di governi forti di una legittimazione popolare, verrebbero tutte garantite da un assetto collaudato da decenni e in grado di proiettare alla presidenza un rappresentante socialista, trentuno anni dopo la vittoria epocale di François Mitterrand. Un meccanismo virtuoso, esemplare, applicabile nel Belpaese.

Peccato che le ragioni della politica, della necessità del compromesso, della pratica parlamentare, impediscano la realizzazione di un simile progetto. È la conclusione a cui sono giunti Enrico Letta e Gaetano Quagliariello nel corso di un confronto animato dal politologo e analista del Sole 24 Ore Roberto D’Alimonte all’Università Luiss di Roma, in occasione del convegno organizzato dalla School of Government dell’ateneo, dedicato al voto presidenziale d’Oltralpe e alle possibili lezioni per l’Italia.

Lo studioso di scienza della politica e direttore del Centro italiano di studi elettorali, in piena consonanza con le valutazioni dei suoi colleghi Marc Lazar, Pascal Perrineau, Renaud Dehousse e Sofia Ventura, ha messo in luce le profonde affinità esistenti tra la realtà partitica del nostro paese e quella francese, connotate entrambe da una forte frammentazione ed eterogeneità oltre che dalla mancanza di formazioni grandi e assolutamente dominanti, come avviene da anni in Germania, Spagna, e da secoli nel Regno Unito.

Il tessuto variegato e composito del panorama politico d’Oltralpe, osserva D’Alimonte, è emerso in forma palese al primo turno delle elezioni presidenziali. Ma qui è intervenuto il fattore peculiare e qualificante dell’architettura istituzionale disegnata da Charles De Gaulle e dal suo entourage fra il 1958 e il 1962: il doppio turno con ballottaggio che ha concentrato su due personalità l’attenzione e il consenso degli elettori, favorendo un processo di aggregazione e canalizzazione delle forze in una dinamica pienamente bipolare. A

Attraverso l’adozione del meccanismo maggioritario a due turni su una base personale e uninominale, a livello presidenziale e parlamentare, la Francia è riuscita a superare e governare il pluralismo partitico e le tendenze centrifughe. Al contrario, rimarca lo studioso, in Italia la frantumazione politica figlia della prima Repubblica è stata solo imbrigliata e congelata attraverso leggi elettorali locali che prevedono l’investitura popolare del governo e un voto proporzionale con un premio di maggioranza per la formazione delle assemblee territoriali. Filosofia che con il tempo si è affermata anche sul piano parlamentare, grazie all’affossamento del collegio uninominale maggioritario introdotto dal referendum dell’aprile 1993 e all’avvento del Porcellum e delle sue aberrazioni.

Per D’Alimonte oggi il nostro paese ha un bisogno vitale del modello francese, l’unico in grado di offrire una risposta convincente alla domanda di governabilità e di sovranità effettiva attraverso la sua capacità manipolativa e distorsiva della rappresentanza. Ma sulla strada per Parigi resta l’ostacolo finora insormontabile della paura del Pdl di non riuscire a mobilitare il proprio elettorato in due tornate di voto. Un timore privo di riscontri empirici a livello nazionale, a giudizio dell’editorialista del Sole, il quale incalza Quagliariello e Letta sulla validità del modello d’Oltralpe e sulla possibilità di una sua adozione in Italia.

Il ragionamento e le parole dei due rappresentanti politici rivelano una apertura sincera e convinta alle ragioni dell’uninominale maggioritario a doppio turno. Apertura che però stride clamorosamente con la direzione scelta dall’asse Alfano-Bersani-Casini nella discussione sulla riforma elettorale. Enrico Letta appare entusiasta della proposta di D’Alimonte ed evidenzia la capacità del meccanismo di voto della V Repubblica di ridimensionare e neutralizzare il potenziale distruttivo delle formazioni populiste ed estremiste. Poi lancia un interrogativo: «Perché non riflettiamo sulla possibilità di estendere a livello parlamentare il ballottaggio previsto per i primi cittadini?».

Il vicesegretario del Pd pone un unico veto all’adozione del modello francese, ribadendo un no convinto al semi-presidenzialismo che «rischia di creare effetti perversi nell’eventualità sempre possibile della coabitazione». Ma arriva a prefigurare come carta per la rigenerazione in chiave democratica delle istituzioni europee l’elezione diretta del capo del governo della Ue, così come avviene da oltre due secoli negli Stati Uniti. Ragionamento ripreso anche negli accenti da Quagliariello, rappresentante del Pdl al tavolo delle trattative per il nuovo meccanismo di voto, che propone di costruire un’architettura comunitaria capace di consentire ai cittadini della Ue una scelta chiara tra due visioni alternative di Europa e di sviluppo.

Un modello che «senza dubbio non può improntarsi a criteri speculari e fotografici, come quello che rischia di indebolire la dinamica e la forza delle istituzioni d’Oltralpe se venisse corretta in direzione proporzionale la legge elettorale per l’Assemblea nazionale». Ma proprio quando sembra prendere piede l’ipotesi di un radicale cambiamento di rotta nell’esame della riforma, arriva la brusca frenata e un ritorno alla realtà italiana. Già, perché le cose non sono semplici e limpide come appaiono nei ragionamenti degli studiosi, peraltro confortati dai dati empirici. Il senatore del Pdl lo confessa candidamente: «Per il nostro paese dobbiamo privilegiare il compromesso con tutte le forze che appoggiano il governo Monti e che potrebbero reagire sabotando l’esistenza dell’esecutivo. Quindi è prioritario trovare un accordo con i partigiani del proporzionale», il che equivale all’abbandono dei sogni d’Oltralpe.

La strada da intraprendere, come già indicato da Massimo D’Alema, è «una legge che valorizzi e aiuti a costruire l’identità dei singoli partiti, rispetto a un modello in grado di incoraggiare alleanze e aggregazioni di governo tra forze differenti». Eppure un’estrema possibilità per il modello francese Quagliariello la vuole tenere accesa: «Una riforma complessiva delle istituzioni e della legge elettorale che affianchi al doppio turno di collegio l’elezione popolare del Capo dello Stato con responsabilità di governo. Sarebbe un’opzione che richiederebbe un passo in avanti, un atto di coraggio simultaneo da parte di Pdl e Pd». Lo spiraglio che tiene aperte le porte per Parigi non è ancora chiuso. Sarà forse l’esito dei ballottaggi per i sindaci a stabilire se potremo avvicinarci alla Francia, o se proseguiremo il cammino verso Berlino, Madrid. E verso Atene.  

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