Quanta fretta per lo sgombero della Torre Galfa. C’entrerà Ligresti?

Quanta fretta per lo sgombero della Torre Galfa. C’entrerà Ligresti?

La polizia dev’essere diventata cazzutissima in questi ultimi anni, così come l’autorità prefettizia milanese deve aver assunto piena consapevolezza di sé (dopo le corsie preferenziali con cui si premia una cittadina impeccabile come Marysthell Garcia Polanco), se in dieci giorni appena da quando è in piedi la faccenda della Torre Galfa, la risolviamo con un piglio quasi manageriale, spazzando via in un’unica soluzione quei rompiballe che indebitamente l’occupavano. Una perfetta dimostrazione di come si possa far rispettare l’ordine costituito. Peraltro, facendosi ridere dietro.

Chi scrive si è ciucciato (professionalmente) molti degli anni caldi che hanno animato il Leonka. E sono stati anche anni di destra, politicamente parlando. Quel centro sociale era paradossalmente simbolo di ribellione sociale e purissima convenzione borghese. Allo stesso tempo. Si giocava alla rivoluzione, ma nel contempo ci si «beava» d’averlo in città come contrapposizione politica e giovanile, giusto per sentirsi un po’ vivi in mezzo a tante anime morte. C’era la liturgia della manifestazione con relativa tensione cittadina, ci si scannava in consiglio comunale per le sorti del Leonka e poi, regolarmente, quel centro sociale rimaneva là, fermo come il semaforo di Prodi evocato da Corrado Guzzanti.

Con lo sgombero della Torre Galfa, così rapido così imperioso, abbiamo ampiamente superato il muro del ridicolo. Cosa si voleva dimostrare, che a Milano le leggi si rispettano, per cui se io occupo suolo che non è mio, ma suo (di Ligresti), allora il trombettiere poliziotto suona immediatamente la carica? Ma dai. Sarebbe dovuto intervenire proprio lui, il Cavaliere 2, a implorare che quei ragazzi restassero lì, a restituire ai suoi grattacieli in rovina fisica e spirituale quel po’ di anima che nessuno più gli attribuisce. E gli avrebbe fatto persino gioco in questo momento in cui il baratro finanziario è lì, praticamente da toccare. Invece niente, Ligresti è rimasto nel suo ufficio e il prefetto ha fatto ciò che doveva. Prefetto che risponde, si sa, al ministero dell’interno, guidato dalla ministro Cancellieri e madre di quel Piergiorgio Peluso che è direttore generale di Fondiaria SAI. Cioè, del cuore del gruppo Ligresti. 

Un rapido sguardo a ciò che ha scritto su Linkiesta l’ex assessore Masseroli evidenzia in maniera impeccabile cos’è stata la cultura secondo la destra milanese. Sedetevi, perché il contraccolpo sarà forte: Piano City Milano, Radio Italia, la Settimana del Mobile. Questo è quanto. Noto che anche il lettore Jamesnach ci è rimasto un po’ male, al punto da definire «surreali» le suggestioni del medesimo Masseroli.

Il sindaco, peraltro anche fischiato, non è si nascosto dietro un’ipocrisia. Se sgombero era stato deciso, impensabile che fosse il primo cittadino a opporsi. Pisapia ha subito offerto un’altra area, l’ex Ansaldo, come un rapido cambio merce. È perfettamente comprensibile la diffidenza dei manifestanti, che viene da una liturgia antica, per cui negarsi (almeno sul breve) alle soluzioni proposte dalle istituzioni. Proprio perché sull’onda di un’emergenza, di una polemica politica, e dunque non esattamente spontanee e genuine.

E poi, parliamoci chiaro. Macao a suo modo proponeva cultura, non era una copertura per giri loschi, e neppure luogo di gente sbandata senza arte né parte. Dovremo forse far pace con l’idea secondo cui tutto ciò che nasce da qualcosa di irregolare (sì, anche fuori dalla legge), alla fine non possa produrre un bene. Perché in questo modo negheremmo la storia straordinaria di persone illuminate.

Siamo andati avanti anni, anni, e anni con l’ammuina del Leonka e adesso facciamo finta di essere orgogliosi per uno sgombero immediato di non-facinorosi. Terze vie, più virtuose, se ne possono trovare, volendolo. Si tratta di capire che idea abbiamo di Milano «che banche, che cambi». Possiamo riportare il potere rivoluzionario di ripensare la città in carico ai cittadini, almeno in termini di istanze, di passioni, di aspettative, o dobbiamo rassegnarci alla condizione subalterna vissuta in questi ultimi vent’anni?

Ps. Poi, per carità, c’è anche una via legalista. Nel senso che da adesso in poi, da questo sgombero in poi, la legge a Milano sarà davvero uguale (e severa) per tutti. Per tutti, è chiaro?  

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta