Attento Israele, dopo Assad arrivano i “talebani”

Attento Israele, dopo Assad arrivano i “talebani”

Nelle ultime settimane la situazione politico militare in Siria era andata costantemente deteriorandosi. Una prima svolta è avvenuta domenica 15 luglio, quando la guerriglia si è estesa con estrema violenza ad un gran numero di quartieri, non solo periferici, ma anche semi centrali e centrali della capitale. “Damasco sembra una città occupata” afferma una militante dell’ opposizione. Il 17 un portavoce dell’Asl, Kassem Saadeddin afferma “ la battaglia per la liberazione di Damasco è cominciata e i combattimenti non avranno fine che con la caduta della capitale”. I combattimenti si erano concentrati specialmente nei quartieri di Midan e Tadamon.

La grande offensiva governativa aveva l’intendimento di stroncare l’azione ribelle prima dell’inizio del sacro mese di Ramadan il 20 luglio. Ma, in realtà, proprio l’inizio del Ramadan sta facendo da volano all’offensiva della resistenza, prevalentemente sunnita. L’ ulteriore e decisiva svolta alla lotta della resistenza islamica sunnita siriana ( è inutile nascondersi dietro un dito e negare la forte prevalenza dell’ elemento sunnita al suo interno e l’ importanza delle componenti salafite) è stato il grande attentato kamikaze proprio nei palazzi del potere che ha falciato i vertici dell’apparato di sicurezza e repressione dello Stato. Una bomba o, forse, più bombe, azionate da kamikaze all’interno delle guardie del corpo dei vertici hanno portato alla morte del ministro della Difesa Daud Rajha, a quella di Assef Shawkat, cognato di Bashar Al Assad ed ex capo dello spionaggio militare, e di Hassan Turkmani ex ministro della Difesa ed eminenza grigia dell’apparato di sicurezza dello Stato. Infine, ieri la televisione di Stato ha ammesso che il capo della sicurezza generale e membro cerchia elitaria di Bashar, Hisham Ikhtiar, è morto in seguito alla gravità delle ferite subite nell’attentato suicida di mercoledì scorso.

Alcune conseguenze politico – confessionali cominciano a diventare evidenti. Il generale Daud Rajha era un cristiano e rappresentava un elemento di equilibrio e rappresentatività tra le minoranze etnico – religiose che in qualche modo sostenevano sin qui il regime. Oggi questo fattore potrebbe avere minor peso. Si potrebbe assistere ad un ulteriore scollamento politico, sociale, religioso del regime. Con i cristiani che cominciano a prendere le distanze da un regime che non riesce più a garantire un minimo di sicurezza e stabilità. Si va allargando la discrepanza tra l’atteggiamento ancora filo regime del clero cristiano e quello assai più preoccupato e spaventato della gente comune.

Un altro chiaro indizio è l’estensione della guerriglia ai quartieri anche centrali delle grandi città come Damasco ed Aleppo. Ciò è segno che la tradizionale borghesia delle libere professioni e mercantile delle grandi città, solitamente quietista e pacifica, visto il rincrudimento della repressione del regime, ha preso le parti dell’ opposizione, lasciando il regime solo con i duri a morire della minoranza alawita. Dai ranghi di quest’ ultima provengono quella sorta di squadroni della morte formata da avanzi di galera e teppisti, chiamati gli “ shabiha” ( i fantasmi) che compaiono dopo i bombardamenti aerei o i mitragliamenti degli elicotteri o le cannonate dei mortai su quartieri e villaggi uccidendo la gente a sangue freddo, per dare l’ esempio, costringere la popolazione a fuggire e ad abbandonare le case e i villaggi a decine e decine , mettendo in atto, anche con saccheggi e devastazioni, una vera e propria pulizia etnica all’interno del paese, abbastanza sul modello serbo – jugoslavo degli anni Novanta.

Non si può escludere che dove vige la legge del taglione, un domani ad essere vittime di pogrom, pulizie etniche, quando non genocidi, possano essere gli alawiti e, in minor misura, gli stessi cristiani, soprattutto quelli che si sono attardati nel prendere le distanze dal regime. Sono molti altri gli aspetti di questa guerra civile. Le vittime hanno ormai raggiunto la cifra di 17 mila. Si ritiene che solo nelle ultime 48 ore tra 8500 e 30 mila damasceni siano fuggiti in Libano, raggiungendo una popolazione di rifugiati di altri 112mila registrati in Libano, Turchia e Giordania. Secondo gli operatori umanitari stranieri 250 mila circa sarebbero i siriani fuggiti oltreconfine, mentre potrebbero essere circa 1.500.000 i siriani costretti alla deportazione all’interno del paese. Lungo la strada che va dalla Giordania fino alla Turchia, passando per Damasco, Homs, Hama, Aleppo ecc. si sono formate varie zone controllate dai ribelli nell’area più abitata e fertile del paese (la cosiddetta Mezza Luna Fertile) tra l’Oronte e le catene del dell’Anti – Libano e del Jebel al Ansar.

I governanti e gli stati maggiori israeliani si compiacciono della crisi del tradizionale nemico siriano e delle sue forti armate. La crisi del regime siriano sottrae un prezioso alleato all’Iran, soprattutto in funzione dei rapporti di quest’ultimo con gli sciiti duodecimani dell’Hezbollah libanese, strategico alleato dell’Iran cui è legato, spesso, anche per ragioni di parentela e di frequenza scolastica ed universitaria. Si indebolirebbe anche il rapporto dell’Iran con Hamas e la Jihad islamica palestinese. Francamente, però, è un rallegramento che sarebbe destinato a durare lo spazio di un mattino. Se, a breve termine, il regime di Assad dovesse cadere esso sarebbe sostituito, checchè ne pensino gli ambienti occidentali e la signora Clinton, da una coalizione in cui l’elemento dominante potrebbero essere in parte forze del tipo dei Fratelli Musulmani, che in Siria, probabilmente, sono meno moderati che in Egitto, in parte forze più chiaramente Salafite e più vicine al messaggio intransigente wahabbita incoraggiato dai finanziatori sauditi, in parte ancora, gruppi di ispirazione ancor più diretta ispirazione Salafita – Jihadista – Qaedista.

Infine sul piano militare c’è da rilevare che per difendere le grandi città truppe di incerta combattività sono state ritirate dal Golan, sottraendo così al regime une delle ragion d’essere del proprio nazionalismo ed irredentismo pan arabo ed anti israeliano. D’altro canto il ritiro di altre truppe dalla regione di Deir Ez Zor e della Jeziret rischia di sottrarre al regime il controllo del già scarso petrolio siriano e quindi dell’ alimentazione degli stessi consumi interni, civili e militari. Secondo alcune notizie , non bene confermate, sarebbero caduti in mano ai ribelli anche alcuni posti di frontiera al confine con l’Iraq e uno con la Turchia. Al regime di Bashar Al Assad rimangono i corpi speciali blindati della quarta brigata, della Mukhabarat ( polizia politica armata), degli elicotteristi e dei carristi. La gran parte degli altri corpi dalla fanteria, all’aviazione ecc. sono formati da sunniti che rappresentano i due terzi della nazione e non sono assolutamente affidabili per il regime, che, quindi, sembra, oggi, di fronte ad un destino oscuro a cui non può certo bastare l’appoggio della Russia, o quello più mitigato della Cina o dell’Iran.

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