Ma sulle fabbriche inutili ha ragione Marchionne

Ma sulle fabbriche inutili ha ragione Marchionne

«Se le attuali capacità di assorbimento in Europa resteranno uguali nei prossimi 24-36 mesi, c’e uno stabilimento di troppo in Italia». Questo, a noi che molto spesso ne critichiamo le intemerate politiche, è il Sergio Marchionne che ci piace. Un Sergio Marchionne che parla chiaro dei veri fattori di mercato, e non si nasconde dietro alla Fiom. La verità, brutale, è questa: il mercato europeo delle macchine va male, da anni, e Fiat va sempre un po’ peggio del mercato. Quindi, inutile nascondersi: è ora di scelte radicali. Inutile perdersi in chiacchiere sulla poca produttività degli stabilimenti, inutile chiamare altri referendum sindacali, inutile anche – arrivati a questo punto – prendersela con una politica che alla Fiat qualcosa ha dato, lungo i decenni.

L’idea di chiudere uno stabilimento italiano è probabilmente solo l’inizio. Se Sergio Marchionne potesse dirla tutta, in verità, si spingerebbe oltre e riconoscerebbe che, alla fine di un processo lungo ma neanche troppo, per il bene della Fiat, in Italia, dovrebbe rimanere uno stabilimento, uno solo. Se Fiat fosse un’impresa come tutte le altre, se non portasse addosso tutti i simboli (e gli aiuti) che negli anni ha ricevuto il simbolo della fabbrica italiana che ha fatto da welfare e da ammortizzatore sociale, uno stabilimento basterebbe, anche perchè non è in Europa che ci sono i margini più ampi per crescere in futuro.

Se Marchionne volesse agire a mani libere da manager che sa fare industria, insomma, procederebbe a fare efficienza e a razionalizzare e concentrare gli sforzi. Dando corso agli investimenti promessi in innovazione, da un lato, ma senza paura di dichiarare finita l’esperienza di stabilimenti che, oggettivamente, non sono più economicamente sostenibili. Lavorerebbe per chiudere linee produttive che fanno macchine che restano invendute, e investirebbe i soldi risparmiati in ricerca e sviluppo per lanciare – sarebbe ora – nuovi modelli e per aggredire gli spazi di mercato che si aprono: in Occidente solo con l’innovazione, il risparmio energetico e il basso consumo, nei paesi emergenti con macchine in grado di diventare status symbol della nuova piccola borghesia come fu a suo tempo la 500 (quella vera).  

Noi che da queste parti l’abbiamo spesso criticato perchè nascondeva con le sue polemiche coi sindacati una fatica strategica che dipendeva dall’azienda, oggi ne capiamo perfettamente le parole e la prospettiva. Difficile dargli torto. E anzi, lo invitiamo a fare di più. Se la Fiat ce la può fare con meno Italia, è giusto che prenda la sua strada. L’Italia – la storia di Torino in fondo lo dimostra – può farcela anche con meno Fiat. È ora di dirselo con chiarezza e di guardare oltre, lavorando perché Fiat riprenda ad essere – dati i perimetri odierni di mercato – un’occasione di sviluppo e di innovazione, e non l’ammortizzatore sociale travestito da impresa che nessuno si può più permettere, e che finisce con l’essere un’ottima scusa per tutti. A cominciare da Marchionne e dalla Fiom.