Una legge “ad poliziam” e i risarcimenti della Diaz li pagheremo noi

Una legge “ad poliziam” e i risarcimenti della Diaz li pagheremo noi

A volerla inquadrarla sotto la luce della solidarietà e del patriottismo, potrebbe suonare quasi nobile, alle orecchie soprattutto delle vittime straniere del blitz alla Diaz, dire che saranno tutti gli italiani a pagare per quei soprusi subiti durante il G8 nel 2001. A volerla inquadrare però sotto un’altra luce, pare quasi una beffa che i funzionari e i dirigenti di polizia che vollero, autorizzarono e parteciparono all’irruzione e alle violenze nella scuola Diaz non pagheranno un euro di tasca propria. Grazie a una legge che ha istituito un fondo statale apposito. 

A pochi giorni dalla sentenza dei giudici della Suprema Corte di Cassazione su quei fatti, tornati di grande attualità anche grazie al film di Daniele Vicari che ha raccontato quell’irruzione, in un periodo nel quale tanto si parla tanto di casta e di spending review, lo strappo “made in Police” potrebbe risultare ancor più fastidioso per molte delle vittime che attendono ancora giustizia, e per i cittadini italiani cui non piacerà sapere che i circa dieci milioni di euro stimati tra spese processuali e risarcimenti, saranno presi dalle casse del ministero. Il decreto legge che contiene la “leggina” che salva liquidazione e prelievo forzoso del quinto dello stipendio per gli eventuali responsabili in solido, è di fine 2010. A qualche mese dalla lettura del dispositivo di sentenza della Corte di Appello di Genova, si è voluto mettere al sicuro, oltre che la carriera, anche il denaro, visto il rischio di una conferma definitiva in Cassazione.

Il blitz legislativo del 12 novembre 2010 porta il numero 187 e ha per titolo “Misure urgenti in materia di sicurezza”. Tra una disposizione urgente per la sicurezza nelle manifestazioni sportive e un rafforzamento di misure di contrasto alla criminalità organizzata è stato infilato un anonimo articolo 2-bis dal nome aleatorio “Fondo di solidarietà civile”. «A favore delle vittime di reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive ovvero di manifestazioni di diversa natura – si legge nel testo della legge – è istituito presso il miniestro dell’Interno il Fondo di Solidarietà civile. Il fondo è alimentato da somme riscosse per le sanzioni amministrative pecuniarie e da contribuzioni volontarie e lasciti. Il fondo – chiarisce la norma – provvede nella misura del 30% all’elargizione di una somma di denaro a titolo di contributo per il ristoro del danno subito a favore delle vittime di reati commessi con l’uso della violenza su persone o cose in occasione di, o a causa di manifestazioni sportive e dei soggetti danneggiati dagli stessi reati». Tradotto dal burocratese: chiunque sia vittima di un danno da parte di qualcuno che abbia utilizzato la forza durante una manifestazione pubblica (la polizia), sarà risarcito da questo fondo per il 30 per cento del totale. La lettera “b” del testo, quella più interessante, specifica poi che i risarcimenti saranno pagati «nella misura del 70% nei confronti delle vittime di azioni delittuose avvenute in occasione o a causa di manifestazioni diverse da quelle di cui alla lettera “a”». È questo il passo della legge che per modalità, opportunità e tempistica pare costruito “ad poliziam”, per salvare i responsabili dei fatti di Genova.

I giudici della Corte dei Conti, nella relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 2011, avevano manifestato lo scarso senso di giustizia che questo passaggio della legge comportava, in aggiunta al danno economico per un organo dello Stato. Anche per questo motivo, già in occasione dell’approvazione, la legge provocò polemiche che ora, in un quadro politico istituzionale completamente diverso, torneranno di attualità.

In Appello la sentenza era stata inasprita. Molte le condanne inflitte anche a chi in primo grado era stato assolto. Come ad esempio il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri, all’epoca direttore dello Sco, condannato a quattro anni, e assolto in primo grado. Così per l’ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini che ha incassato cinque anni, per l’ex vicedirettore dell’Ucigos Giovanni Luperi, oggi all’Agenzia per le informazioni e la sicurezza interni (i servizi segreti) condannato quattro anni, per l’ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola, ora vicequestore vicario a Torino, condannato a tre anni e otto mesi, o per l’ex vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi, oggi il capo, tre anni e otto mesi. Altri due dirigenti della Polizia, Pietro Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono stati condannati a tre anni e nove mesi. Non sono stati dichiarati prescritti i falsi ideologici e alcuni episodi di lesioni gravi, a differenza dei reati di lesioni lievi, calunnie e arresti illegali. Complessivamente sono state inasprite anche le pene per 13 poliziotti condannati in primo grado.

Adesso, oltre un anno e mezzo dopo l’approvazione, quella legge potrebbe assicurare i suoi benefici ai poliziotti, se giovedì 5 luglio, data in cui è prevista la decisione della Cassazione, dovessero essere confermate le condanne. 

La notizia non contribuirà a migliorare l’immagine della polizia, ultimamente segnata da alcune vicende. Dalla pubblicazione degli stipendi di alcuni funzionari, tra cui il capo della polizia Antonio Manganelli, che hanno fatto storcere il naso a qualcuno. Ai guai giudiziari, su tutti la condanna della scorsa settimana ai danni di quattro poliziotti per l’omicidio (colposo) del 18enne ferrarese Federico Aldrovandi, cui si è aggiunto pochi giorni dopo l’arresto di due agenti delle volanti della questura di Milano, accusati di aver massacrato senza alcun motivo un 65enne. 

Che la situazione sia tesa è noto agli stessi poliziotti, e testimoniato anche dalla circolare arrivata in ogni ufficio di polizia dal ministero: “In concomitanza con la proiezione di numerose pellicole cinematografiche che affrontano la ricostruzione storica di eventi relative ad attività di polizia in situazioni ordinarie e straordinarie”, come Diaz e Aldrovandi “ribadisce che qualsiasi intervista, partecipazione a convegni o dibattiti va autorizzata da questo dipartimento”. 

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