Ancora i vandali alla scuola Falcone dello Zen di Palermo: “forse è meglio che chiudiamo”

Ancora i vandali alla scuola Falcone dello Zen di Palermo: “forse è meglio che chiudiamo”

Storia di ordinaria periferia. Sembra il titolo di un film, magari di quelli che vogliono trascinare lo spettatore all’interno di una realtà dalle dinamiche complesse e raccontarne storia e tradizione attraverso le parole e le esperienze di chi la vive giorno per giorno.

Capita poi di leggere le parole di Giovanni Di Fatta, preside, dal 2007, della scuola Giovanni Falcone nel quartiere Zen di Palermo, e comprendere quale valore può assumere una storia di periferia. «È stato colpito il cuore della scuola: hanno distrutto e saccheggiato la presidenza e la segreteria. Comincio a chiedermi che senso abbia tenere ancora aperto qui questo istituto». Una dichiarazione di resa o forse solo una esplicita richiesta d’aiuto?

Tutto ciò, dopo l’ennesimo atto vandalico che ha colpito l’istituto scolastico durante il ponte di Ognissanti. «Da quando sono qui ho subito più di cento attacchi, una media di venti all’anno tra furti, incursioni e devastazioni» spiega a Linkiesta, con tono dimesso, Di Fatta. Un’azione, quest’ultima, che ha portato all’inevitabile sospensione delle attività didattiche nel plesso della scuola media dove sono presenti tutti gli uffici. Un’azione, peraltro, che assume un fortissimo valore simbolico per la realtà palermitana e non solo.

Lo Zen infatti è quello che si può definire un quartiere dormitorio:   sorto nel 1969, si tratta di un’area costituita interamente da fabbricati di edilizia popolare risultando quasi un’entità separata rispetto alle aree circostanti, una sorta di compartimento stagno isolato dal resto della città. Non ci sono supermercati, non ci sono negozi, solo qualche mese fa è stata costruita una caserma dei carabinieri; inoltre è notoriamente afflitto da problemi di degrado sociale e ambientale con altissimi livelli di criminalità e infiltrazione mafiosa. Colpire la scuola Giovanni Falcone significa colpire il simbolo di quella parte di popolazione che ha voglia, forse non più la forza però, di ricominciare e di affrancarsi da un’appartenenza obbligata. Ma significa anche sferrare un attacco diretto ad un simbolo rappresentativo delle istituzioni inserito in un contesto storicamente appannaggio della criminalità. 

Ecco perché, in quest’ottica, assume un valore simbolico lo sfogo del preside palermitano: «Sono deluso, stanco. Non vedo una via d’uscita, se non quella di spostare la scuola altrove. È anche diseducativo verso i ragazzi, che vedono demolita ogni alternativa possibile». Le istituzioni hanno fatto sentire la loro vicinanza, con la visita del ministro della Pubblica Istruzione Francesco Profumo lo scorso 25 febbraio. «Il mio sfogo rappresenta una voluta provocazione: con le mie dichiarazioni intendo dare una scossa a tutte quelle persone  che credono ancora nel cambiamento in questo quartiere, ma anche lanciare un chiaro segnale alle istituzioni affinché ci facciano sentire costantemente la loro presenza.»

Non una resa, ma la convinzione, ora più che mai, di continuare a credere in questo progetto. I primi sono i genitori degli alunni. Oggi infatti si è svolta, nei locali della scuola, un’assemblea – in presenza del preside stesso e dell’assessore comunale alla pubblica istruzione, Barbara Evola –  a cui hanno partecipato tutte quelle mamme che vogliono, e si battono ogni giorno, affinché la scuola rimanga nel quartiere Zen.

Nonostante tutto però il preside Di Fatta non perde la sua fiducia nelle istituzioni, e nonostante le parole del Prefetto di Palermo Umberto Postiglione che  aveva sentenziato: «La via d’uscita è insistere e tutelare maggiormente la scuola, ad esempio predisponendo un efficace sistema di recinzione. L’istituto Falcone è una scuola d’avanguardia che cerca di dialogare con un territorio difficile; ma se si è in missione non ci si può lamentare dei motivi per cui si è scelto di stare in trincea. Abbiamo fatto tutti gli sforzi, ma non posso chiedere alle forze dell’ordine di pattugliare ogni notte gli istituti scolastici, considerate le emergenze del nostro territorio. Con delle misure di difesa passiva si possono contenere le scorrerie».  Parole che hanno colpito il dirigente scolastico: «sono stupito dalle parole  del prefetto  e in realtà spero che sia stato solo male interpretato ciò che lui ha detto».

Infine a pochi giorni dalla conclusione delle elezioni regionali siciliana un invito viene rivolto al neo presidente Rosario Crocetta: «spero vivamente che il nuovo presidente della regione possa un giorno venire a farci visita per prendere coscienza della realtà nella quale viviamo» e magari, aggiungiamo noi,  poter raccontare, in futuro, una storia diversa, quella di una scuola che, nonostante tutto, ha resistito. Magari una storia a lieto fine. Comunque, una storia di ordinaria periferia