Futbologia: “Abbasso la tecnologia, il calcio ha diritto all’errore”

Futbologia: “Abbasso la tecnologia, il calcio ha diritto all’errore”

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. Tanto da poter cambiare la percezione della realtà, e a volte anche da condizionarla, in un processo inverso in cui è il racconto a formare il vissuto è non viceversa. Ed è quel che sta avvenendo al calcio italiano, la cui narrazione – sempre più pervasa da polemiche, accuse incrociate e dietrologia – ha finito per travolgere e sporcare quello che fino a pochi anni fa veniva ancora considerato il campionato più bello del mondo.

È una lettura non scontata quella che arriva da Bologna, dove si tiene la prima edizione di Futbologia, un convegno di malati di calcio che intendono parlare di pallone in un modo diverso, come oggi è sempre più difficile fare. “Il declino tecnico ed economico del nostro calcio, che oggi è sotto gli occhi di tutti, inizia con il declino del discorso sul calcio, con la degenerazione della qualità media del modo di parlarne – dice Luca Di Meo (Wu Ming 3) – Nonostante vi sia tanto muoversi attorno al pallone, il livello del discorso in Italia è molto basso. I due assi portanti della discussione, entrambi beceri, sono le polemiche arbitrali infinite e un altrettanto infinito calciomercato, che copre tutto l’anno, togliendo spazio a ogni altro tipo di considerazione”. Da qui il bisogno di un nuovo modo di raccontare, un New Football Writing, come già avviene da tempo nel mondo anglosassone e solo più di recente dalle nostre parti.

Non sono però nostalgici quelli di Futbologia, semplici cultori dei bei tempi andati. “Il passato ci dà storia – spiega ancora Di Meo – ma non ci interessa un approccio nostalgico. Del resto la nostra storia è piena di partite truccate, bilanci gonfiati e via dicendo. È pericoloso aggrapparsi a un passato mitico che non è mai esistito. A noi interessa tenere presente che quando parliamo di calcio siamo sempre all’interno di un’ambivalenza, di una contraddizione: da una parte la passione, le storie, i miti, le forme di aggregazione e anche le meravigliose esperienze educative che ruotano attorno a questo mondo; dall’altra i soldi che girano attorno al pallone, la droga sociale o la violenza che esso può rappresentare. Tutto il meglio e tutto il peggio. Vogliamo muoverci e lavorare dentro questo binario, con un approccio sistemico che non dimentichi mai questa dicotomia”.

Per l’occasione a Bologna sono arrivati in tanti, simpatizzanti e personaggi noti, giornalisti e scrittori che da mesi hanno lavorano per il progetto Futbologia e che hanno animato il suo blog futbologia.org. John Foot, docente di storia contemporanea al dipartimento di italiano dell’University College di Londra e autore di “Calcio – Storia dello sport che ha fatto l’Italia”, fa notare che nel nostro paese si è scritto e si scrive molto di calcio, ma è difficile trovare studi specifici, frutto di approfondimento e di ricerca. “Eppure – ricorda Foot – il calcio è una materia seria, che merita di essere studiata, perché non si può capire la storia italiana recente prescindendo dal calcio”. Anche per comprendere gli ultimi anni diventa centrale la maniera di narrare il pallone, che ha accompagnato e guidato la sua evoluzione. Basti pensare al ruolo esercitato dalla televisione a partire dagli anni ottanta, agli sguaiati e litigiosi programmi televisivi di quegli anni, tra processi del lunedì e appelli del martedì. È evidente come quel modello televisivo abbia influenzato non solo il discorso sul calcio ma anche la comunicazione politica e il talk show elettorali degli anni più recenti.

Nel frattempo l’identità stessa del calcio sta cambiando, in maniera sempre più rapida. “Oggi un percorso come il mio, in cui la politica e la partecipazione hanno avuto un ruolo, non sarebbe possibile – dice Paolo Sollier, bandiera del Perugia anni settanta – Non è che prima andasse tutto bene, i problemi nel mondo del calcio sono sempre esistiti. Il fatto è che adesso l’impatto della tv è sempre più devastante. Ci hanno tolto la giornata di calcio, le partite tutte lo stesso giorno. Prima il calcio era un fenomeno di aggregazione, ti spingeva a uscire di casa, adesso che ci sono partite a ogni ora accade il contrario”.

“Aver chiuso lo spazio sociale del tifo come momento di aggregazione può aver cambiato il modo di vivere il calcio – concorda Valerio Mastrandrea – Tolta la goliardia della trasferta, il tifoso implode. E il dramma aumenta”.

Nel frattempo il discorso dominante sul calcio resta ancorato all’eterno tema delle sistematiche polemiche sugli arbitraggi e alle ricorrenti teorie del complotto. Un’anomalia tutta italiana che difficilmente può spiegarsi se non alla luce della atavica diffidenza degli abitanti della penisola nei confronti dell’istituzioni in genere e dei suoi rappresentanti. «Lo Stato italiano, sin dalla sua nascita, ha avuto una sorta di crisi di legittimazione semi-permanente. Le “regole del gioco” non sono mai state accettate dalla maggioranza degli Italiani, come parte integrante di una gestione “razionale” da parte dello Stato e del sistema politico», ha scritto Foot. Difficile quindi le stesse istituzioni acquistino credibilità quando si parla di calcio. Accade così che l’arbitro in Italia sia visto come corrotto a priori, a prescindere da quello che fa.

In questo senso, servirebbe uno scatto culturale, mentre a poco serve l’aiuto della tecnologia, gli arbitri di porta o la moviola in campo. “Cagate – le definisce Sollier – Se si inizia così non se ne esce più. Invece il calcio ha diritto all’errore”.

Ecco, adesso c’è Juve Inter, sarebbe il caso di ricordarsene.
 

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