Lasciate stare le corna di Petraeus, Circe è la mamma d’Italia

Lasciate stare le corna di Petraeus, Circe è la mamma d’Italia

Diciamo la verità, Circe in Nord Dakota proprio non si può sentire. Incontri clandestini, forse qualche cocktail più a sud, a Tampa, raffiche di insulti via mail alla rivale in amore. Eppure è ineluttabile che in una storia di corna come il sexgate Cia, spunti fuori Circe, la figlia del Sole e di una ninfa. Specie se di mezzo c’è un pluridecorato alla David Petraeus, un reduce che se è finito allo spionaggio un po’ eroe della métis (l’intelligenza astuta) come Ulisse lo sarà pure stato. Non è certo colpa di Paula Broadwell, la quarantenne americana di buoni studi e palestra che seducendo il generale a 4 stelle ne ha stroncato la carriera. La colpa semmai è del francese Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, e del racconto Le convive des dernières fêtes dove Circe assume i tratti della femme fatale. Icona della perfida incantatrice che insidia l’integrità del maschio.

Da allora, da fine Ottocento, Circe, la signora dell’isola di Aiaie, è per tutti solamente il simbolo della donna-belva dalla sessualità vorace: “E’ come le sabbie mobili, inghiotte il sistema nervoso. Trasuda desiderio. La sua bellezza, cui si affida completamente, porta gli uomini al delirio”. E’ la condanna postuma di un mito dalle mille sfumature. La riduzione al banale di una figura altrimenti fluida e misteriosa. Perché Circe, come ogni mito, resta invece un enigma. Irriducibile e cangiante. E lo è fin dai tempi di Omero, dal modello capostipite della lunga serie di metamorfosi della temibile dea. Circe per Ovidio sarà prototipo dell’eros vendicativo e distruttivo, che infierisce sul re Pico o muta in mostro Scilla. Ma per Plutarco l’intruglio magico che nell’Odissea trasformò i greci in porci era in realtà l’elisir della felicità e l’isola di Aiaie una sorta di paradiso terrestre.

Nei secoli, Circe si trasformerà in tenera spasimante, in amante infelice, in donna abbandonata. Ma anche in meretrice, in strega demoniaca (era l’ossessione di Jean Bodin, teorico della ‘sovranità’) o in regina barbara pazza di gelosia. Giordano Bruno, nell’ultimo dei dialoghi De gl’heroici furori, la coglie addirittura come immagine iniziatica, divinità guida nel passaggio attraverso gli stadi di vedente, cieco, illuminato. E attorno a lei, nel Rinascimento, si agiteranno temi del moralismo cristiano, del misticismo neoplatonico, dell’occultismo.

Una figura, insomma, interpretata e ricomposta ad libitum. Fino a vestire i panni, nel milieu delle artiste novecentesche, della donna moderna, emancipata, della donna che ridicolizza la cultura patriarcale. Del resto, anche in Omero Circe la maga non è personaggio solo ed esclusivamente negativo: è sì ingannatrice e malvagia, e però al contempo amabile e comprensiva. Sa abbandonarsi all’amore con candore disarmante, offrendo fiducia e chiedendo fiducia. Ed è donna generosa. Quando Ulisse – smosso dai compagni, altrimenti sarebbe ancora là – dopo un anno la lascia, Circe non si lamenta, non lo trattiene, non lo minaccia. Circe lo aiuta, lo istruisce, lo allerta. Senza i suoi consigli, il re di Itaca mai avrebbe riabbracciato la fedele Penelope.

Ciò che Omero non dice ma lo raccontano storie famose nell’antichità raccolte dal mitografo Igino, è che Circe avrà un figlio da Ulisse, Telegono. Quel figlio andrà poi a Itaca per conoscere il padre, e senza saperlo lo ucciderà. Disperato, convincerà però Telemaco e Penelope a seppellire il corpo di Ulisse nell’isola di Aiaie. E qui, coup de théâtre: Telegono sposerà Penelope e Telemaco Circe. Narra Igino nelle Fabulae: “Da Circe e Telemaco nacque Latino, il quale dal suo nome impose il nome alla lingua latina; da Penelope e da Telegono nacque Italo, che diede il suo nome all’Italia”. Fondatrice della cultura italica, altro che perdere tempo dietro Petraeus…