Addio al presidente bipartisan, ora Obama punta a dividere la destra

Addio al presidente bipartisan, ora Obama punta a dividere la destra

Con il giuramento di ieri, Obama ha cominciato il secondo mandato, riuscendo in un’impresa riuscita solo a sedici presidenti prima di lui. Quattro anni fa, nel corso del suo primo discorso inaugurale, pregò i membri del Congresso di «mettere da parte gli atteggiamenti infantili». Era un modo per biasimare la partigianeria e il settarismo che avvelenavano Washington. D’altra parte, nel corso della campagna elettorale, aveva promesso di combattere le divisioni ideologiche che paralizzavano il Paese. Parole vane: negli ultimi quattro anni il Congresso è stato ancora più diviso che in passato.

Ora Obama dà l’avvio al secondo mandato con un atteggiamento completamente diverso. Smesse le vesti del presidente bipartisan, il nuovo Barack sostiene che se il Congresso non funziona è colpa degli ideologi estremisti che si sono impossessati del partito repubblicano. Il cambiamento è maturato nel corso della recente campagna elettorale. Obama ha vinto le elezioni accusando il partito avversario di essere nemico degli immigrati (e della classe media) e amico dei miliardari. Dal giorno delle elezioni, i repubblicani moderati hanno già dovuto abbassare la cresta in un paio di occasioni. La prima volta alla fine di dicembre, quando hanno dato il via libera all’aumento delle tasse ai più ricchi. La seconda volta un paio di giorni fa, con un accordo che rende possibile aumentare il tetto del debito pubblico.

La cautela messa in campo da Obama nei primi quattro anni aveva un obiettivo persino ovvio: la rielezione. Uno scontro frontale con i repubblicani, in una situazione economica ancora precaria e la disoccupazione al nove per cento, avrebbe compromesso il suo secondo mandato. Così il presidente ha esibito un lucido e talvolta cinico pragmatismo evitando di collezionare troppe sconfitte nello scontro perdente contro la maggioranza repubblicana alla Camera. Questo non gli ha impedito di centrare alcuni dei suoi obiettivi più ambiziosi (una storica riforma della sanità, la fine della guerra in Iraq, l’uccisione di Bin Laden) ma gli ha legato le mani su altri fronti: non è riuscito a varare una riforma dell’immigrazione, non ha chiuso il carcere di Guantanamo e non ha combinato quasi nulla sul fronte del riscaldamento globale. Ma adesso avvia il secondo capitolo della sua presidenza da una posizione di forza, e sembra meno propenso ai compromessi. 

Gli americani sono dalla sua parte. Secondo i sondaggi del Pew Research, il 52% approva il suo lavoro e il 60% ha una buona opinione su di lui; il 52% è favorevole al matrimonio gay e il 54% all’aborto. Inoltre la maggioranza degli americani (pur con diverse percentuali sui singoli punti) vede di buon occhio un controllo più rigido sulla vendita delle armi, specie quelle “d’assalto”. 

Sapendo di avere il vento a favore, Obama punta a dividere il partito repubblicano obbligando i moderati a prendere le distanze dai radicali del Tea Party e della National Rifle Association. I repubblicani sanno che se sceglieranno la strategia del muro contro muro, nel novembre 2014 (quando si svolgeranno le elezioni di medio termine) perderanno il controllo della Camera e diventeranno irrilevanti. Obama ha già lanciato la sua offensiva per imporre regole più stringenti per il possesso delle armi: le ultime stragi gli hanno dato una posizione di vantaggio. Presto farà una proposta per regolarizzare la posizione di dodici milioni di immigrati illegali, e i repubblicani dovranno cedere per recuperare terreno nell’elettorato ispanico. Sulle tasse Obama usa toni sempre più indignati, ed è probabile che si appresti a lanciare una crociata culturale contro gli estremisti che vogliono strangolare il ruolo dello Stato.

Non è chiaro che cosa farà per rilanciare la battaglia sul riscaldamento globale, un argomento su cui negli Stati Uniti è sceso un penoso silenzio. Il Presidential Briefing Book (“Big Bets and Black Swans”) pubblicato dal think tank progressista Brookings Institutions, legato a doppio filo con l’entourage di Obama, crea poche aspettative: il documento ignora le proposte europee e si limita a suggerire, in cambio dell’autorizzazione a nuove trivellazioni, una modesta tassa sulla produzione di olio e gas, da impegnare in nuove ricerche per combattere il global warming e conservare il primato americano nelle energie rinnovabili. 

In politica interna dunque (salvo l’emergere di imprevisti black swans, i cigni neri evocati dal rapporto di Brookings), la strada di Obama sembra ragionevolmente prevedibile. Diversa è la situazione in politica estera. Tutti i presidenti che arrivano al secondo termine sanno che è il momento giusto per fare qualcosa di importante a livello internazionale, e lì Obama incontrerà gli ostacoli più difficili. Il problema numero uno è la Cina, che all’inizio del 2017 avrà un pil maggiore di quello Usa. Obama non ha ancora incontrato il nuovo numero uno di Pechino, e sa che sarà un incontro difficile. La Cina sta diventando un partner sempre più complesso da gestire. Nessuno crede che le tensioni crescenti con il Giappone possano portare a una guerra, ma è possibile che spingano Tokyo verso un riarmo che per Obama sarebbe una sconfitta personale. Molti degli uomini dello staff di Obama – e la Gran Bretagna – spingono verso una zona di libero mercato con l’Europa, non solo per rilanciare la crescita nei prossimi anni, ma anche per contenere la crescita di Pechino. Ma diversi paesi europei si oppongono. 

Il mondo arabo, dopo una promettente primavera, è sull’orlo del collasso. Egitto e Tunisia rischiano di andare sotto il controllo degli islamici, la Siria è nel caos. La pragmatica cautela mostrata nel primo mandato non ha fatto fare molti passi avanti in Medio Oriente. Fin qui Obama ha cercato di responsabilizzare i partner europei per evitare coinvolgimenti diretti. In Siria non solo ha escluso interventi sul campo, ma non ha voluto imporre una no-fly zone e non ha distribuito armi ai ribelli, non essendo persuaso delle reali intenzioni degli insorti. 

Anche le scelte relative al suo staff indicano una linea di cautela. Al Dipartimento di Stato e alla Difesa, Obama ha sistemato due anziani veterani del Vietnam, l’ex candidato presidente John Kerry e l’ex senatore repubblicano Chuck Hagel, noti per la loro moderazione. Con questi due uomini alle spalle, appare davvero improbabile che Obama scelga la strada dell’intervento armato contro l’Iran, seguendo le sollecitazioni del premier israeliano Nethaniahu, per impedire che Teheran entri nel club atomico. 

Anche in Palestina Obama si è mosso con il piombo ai piedi. Un paio d’anni fa Hillary Clinton (che si è ritirata dalla Segretaria di Stato con un indice di gradimento al 69%) gli chiese di scendere in campo per imporre la firma di un trattato di pace basato sulla creazione di uno Stato palestinese. Ma Obama rifiutò. Era troppo rischioso e un fallimento avrebbe probabilmente nuociuto alla sua immagine. O forse, più semplicemente, i grandi gesti e le forzature non fanno parte della sua visione politica, fatta invece di piccoli passi basati su un misurato realismo.

Nel corso del primo mandato Obama non è riuscito a chiudere il carcere di Guantanamo, che pure considera un orrore etico e giuridico. Avrebbe potuto farlo, ma avrebbe dovuto operare molte forzature e temeva l’effetto boomerang: la sua immagine ne avrebbe certo risentito se un terrorista uscito da quella prigione si fosse macchiato di un attentato contro gli Stati Uniti. Ora che ha intascato la rielezione, forse deciderà di rischiare di più, e molti scommettono in una rapida chiusura del supercarcere.

Fin qui, si tratta di ipotesi. Ma c’è un punto oscuro e controverso della politica di Obama che resterà immutato. Per combattere il terrorismo, il presidente ha sostituito la politica interventista di Bush con centinaia di azioni segrete effettuate da droni guidati a distanza. In questo modo ha ordinato l’uccisione di centinaia di terroristi e questo ha causato pesanti perdite collaterali: decine di innocenti sono stati uccisi, tra cui un gran numero di bambini. Il presidente analizza ogni singolo caso e sigla personalmente ciascuna condanna a morte nel corso di riunioni a cadenza settimanale. Questa strategia ha ottenuto brillanti risultati nella lotta al terrorismo, ma viene perseguita in deroga a qualunque trattato internazionale. Se i terroristi di Al Qaeda avanzeranno nel Mali, si può star certi che la risposta di Obama sarà ancora una volta questa: colpire i nemici dall’alto, con precisione chirurgica, inviando aerei senza uomini a bordo, sapendo che anche i droni sbagliano, e le vittime innocenti sono un duro prezzo da pagare. Nessuna protesta si leva a livello internazionale perché – in linea di massima – le destre sono d’accordo con questi metodi, mentre le sinistre non riescono ad alzare la voce contro un presidente progressista, e in fondo sono tutti contenti che qualcuno, con la faccia per bene, tolga a tutti le castagne dal fuoco.

Obama è un personaggio complesso, un politico difficilmente inquadrabile all’interno di schemi tradizionali, ed è probabile che ci stupirà nel corso del suo secondo mandato. In un brillante ritratto del presidente pubblicato ieri dal New York Times Jodi Cantor scrive: «Questo è un presidente che non ha ancora invitato a cena alla Casa Bianca Bill e Hillary Rodham Clinton, ma ama trattenersi a pranzo con il premio Nobel Eli Wiesel per discutere di filosofia morale».  

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