C’era una volta in Padania: la nuova favola è l’euroregione

C’era una volta in Padania: la nuova favola è l’euroregione

Dopo il federalismo, la secessione, la devolution e ancora il federalismo (questa volta fiscale), tutte battaglie tentate ma perse, la parolina magica della nuova vecchia Lega di Roberto Maroni, tornata tra le braccia di Silvio Berlusconi, è diventata “EuroRegione”. Il chiodo a cui appendere alleanze scabrose per la base, la giustificazione buona per digerire qualsiasi compromesso pur di conquistare il Pirellone e fare filotto in Padania: Piemonte, Veneto e Lombardia tutte in mano al Carroccio. Padroni in casa propria, il sogno di una vita. “Ci alleeremmo anche con il diavolo pur di ottenere il posto di Formigoni”, si giustifica un pezzo grosso padano, schivando le proteste dei militanti.
La scorsa estate l’Ft e il Wall Street Journal hanno parlato di un’Italia divisa in due, rilanciando la divisione tra un nord agganciato all’Europa carolingia (comprendente il cilindrone che va dalla Padania fino alla Toscana) e un sud formato Grecia. Una pericolosa miniatura del dualismo che sta spappolando eurolandia. Due anni prima era stato l’Economist a parlare di inevitabile separazione, chiamando il Meridione poco elegantemente “bordello”. “Forse che il mondo finanziario inglese e americano è diventato leghista? O più semplicemente sta prendendo atto di una situazione che da noi non è politicamente corretto descrivere…?”, si è chiesto pensoso, Gilberto Oneto, intellettuale leghista eretico, sulle pagine di Libero.

In fondo la storia del Carroccio oscilla tra il vagheggiare l’Europa in chiave anti italiana, approdo mitico per una Padania sgobbona e produttiva nata contro “Roma ladrona” e lavativa, e il combattere la Bruxelles dei tecnocrati, anti democratica, giacobina e plutocratica. Bossi parlava spesso di “Unione Sovietica europea” nei suoi comizi. Nel 2005 la definì addirittura Forcolandia: la Commissione stava studiando l’istituzione di una Super Procura giudiziaria e lui, sornione: “Non sarò certo io a consegnare un operaio della Bovisa o un cittadino di Arcore a una Forcolandia ex comunista…

Ma è solo con l’elezione a segretario di Maroni che la dimensione macroregionale acquista una sua centralità nella propaganda leghista. Sostiene l’ex delfino: “noi non siamo una forza anti europea ma neo europea”, che pesca nel pensiero autonomista dei Gianfranco Miglio e nel federalismo integrale di un Guy Héraud e di un Denis de Rougemont, che guardarono con attenzione ai primi passi della Lega e alla sua idea di Europa dei popoli. “La più autentica vocazione dell’Europa – scriveva Rougemont ― consiste nell’unire i suoi popoli secondo la loro vera indole, che è quella della diversità”.

Su questo fondale si muove tutta la strategia maroniana di questi mesi, l’EuroRegione del nord (Lombardia, Piemonte, Friuli e Veneto) come paravento per trattenere il 75% delle tasse dei cittadini sul territorio. Surrogato di una secessione impossibile. “Se fossimo autosufficienti e potessimo trattenere le risorse finanziarie – va dicendo ai suoi il segretario – risolveremmo tutti i problemi dei pagamenti. Gli investimenti, il taglio dell’Irap e il sostegno alle nostre imprese. L’Europa già le riconosce: la macroregione è il modello che vogliamo sviluppare nei prossimi tempi”.

Quando parlano di Euro Regione, la nuova eldorado, i leghisti intendono la cosiddetta macroregione Alpina varata la scorsa estate a Bad Ragaz, Svizzera interna, tra territori appartenenti a Italia, Svizzera, Austria, Germania e Francia. Una grande area tra le più ricche ed industrializzate del pianeta, dove vivono 70 milioni di cittadini e sono insediate le principali realtà industriali del vecchio continente. Stiamo parlando di regioni che vanno dalla cosiddetta Padania leghista alla Baviera, passando per Carinzia, Provenza e Rhone-Alpes. Chiaro l’intento: avviare politiche comuni e collaborazioni sovranazionali su temi di area vasta come energia e ambiente, mobilità e trasporti, mercato del lavoro e competitività delle imprese per orientare la programmazione 2014-2020 dell’Unione europea. Il principio ispiratore è quello dei Gect, i gruppi europei di cooperazione territoriale, che dal 2006 possiedono personalità giuridica direttamente applicabile in tutti i 27 stati membri. Bruxelles infatti stanzia parecchi miliardi di euro per quei territori capaci di presentare progetti transfrontalieri.

I governatori verdi Luca Zaia e Roberto Cota ne sono entusiasti. Roberto Maroni e Andrea Gibelli, fino ad un mese fa vice Formigoni al Pirellone, ne stanno facendo una bandiera. La nuova frontiera dell’autonomismo padano. Alla firma in Svizzera non è voluto mancare nemmeno Umberto Bossi, che ha salutato l’accordo come uno dei più grandi risultati nel cammino verso la formazione della tanto agognata Europa dei popoli. Quasi a suggellare la presa che il vecchio Senatur, fresco neo candidato in Parlamento, continua ad esercitare sulla sua creatura passata di mano al delfino di una vita.

Al summit di Bad Ragaz è seguito a settembre quello di Poschiavo (sempre in Svizzera) e a ottobre quello di Innsbruk. Prossima tappa: Milano. La data è ancora da fissare ma i leghisti sperano di ospitare tutti al Pirellone espugnato. Ad ogni incontro ci sono commissioni e gruppi di lavoro dedicati alla governance e alle strategie della macroregione sul modello di realtà già esistenti come l’Euroregio Germania occidentale-Olanda; l’eurometropole Lille-Kortrijk-Tournai o la comunità di lavoro Norte (Portogallo)- Galizia (Spagna).

“Più la crisi erode quote di sovranità nazionale, più nuove entità territoriali come le Euroregioni faranno da contraltare all’Ue, imponendo regole per uno sviluppo basato sulla centralità di cittadini e imprese”, spiega il politologo d’area Stefano Bruno Galli. “La territorialità, unico elemento non intaccato, anzi consolidato dalla globalizzazione, s’impone così come nuovo soggetto della politica, come unità omogenea e organica dal punto di vista economico e produttivo. È questa la nuova Europa su base macroregionale di cui la Padania è uno dei motori, come ha rilevato anche il Financial Times”.
Se prima la Lega separava identità e spazio socio economico, adesso la prospettiva neo europeista unifica i due aspetti. Europa dei popoli e delle imprese alleate contro l’Europa dei tecnocrati e della finanza di cui Mario Monti è l’emissario italiano. Ecco la traduzione spicciola che ne fanno i leghisti nostrani alla vigilia del voto.

“Non c’è dubbio che gli Stati nazionali siano in dissoluzione in tutto il mondo. Sarà probabilmente una Europa delle Grandi Regioni a scontare la dissoluzione degli Stati”, spiega un attento osservatore come Piero Bassetti, primo presidente della Regione Lombardia e autonomista convinto. Ma resta un malinteso di fondo. Prima Bossi e adesso Maroni si servono del territorio per dividere. “La Lega in questo modo non interpreta la questione settentrionale. Ne fa solo una questione di introversione, di difesa dagli immigrati e di revanchismo anti tecnocratico e anti romano, declinando la questione locale in termini di localismo.” Altro è lo spirito di regioni come la Baviera o il Rhone-Alpes che partecipano al progetto macroregionale con approccio glocal, cioè locale ma nella globalità”. Valorizzando i legami transfrontalieri per sviluppare al meglio progetti comuni, non antagonisti con i rispettivi stati centrali o nella logica strumentale del “padroni a casa nostra” leghista. Sempre più un paravento per rilanciare ossessioni infrante come la mitica secessione (o almeno il federalismo), e per coprire nuovi e vecchi gattopardismi…