Ecco come ho fatto la mia Transiberiana a ottant’anni

Ecco come ho fatto la mia Transiberiana a ottant’anni

Per raggiungere Krasnojarsk – piú di 4000 chilometri da Mosca – ci vogliono molte ore di treno. Siamo arrivati nella seconda regione, per estensione, della Federazione Russa, più grande di quella di Tomsk e altrettanto spopolata: quattro volte e mezza la Germania, dieci volte la Francia, cento il Lussemburgo. E due milioni e mezzo di anime.
La capitale sembra un villaggio trentino, anche perché qui ci sono, oltre ai boschi e alle colline, molte villette di legno, “seconde case” dei cittadini.

Scopriamo che in Siberia si fanno anche cose normali: per esempio, si scia (per la verità, sembra che gli sci li abbiano inventati proprio qui fin dal Paleolitico, la superficie inferiore rivestita di pelliccia per non scivolare, come si fa oggi da noi con le pelli di foca). E infatti, appena arriviamo, ci portano a Bobrovyj log, un complesso di skilift che sorge ai margini del centro urbano, accanto a una bella pista da bob. Pranziamo in un gradevole rifugio che somiglia in tutto e per tutto a una delle nostre baite dolomitiche, non fosse per il rosso delle betulle che screzia il verde delle abetaie. Percorriamo anche una strada in quota che si affaccia su quello che sembra il Lago di Misurina. Čechov, di ritorno dalla sua famosa esplorazione nella penisola di Sachalin, dove si era recato come reporter e su cui scrisse il drammatico resoconto L’isola di Sachalin, si fermò qui, sulla via del ritorno, in cerca di un po’ di riposo. Ma era ben consapevole che nessun punto della Siberia poteva essere considerato una ridente località di villeggiatura.

Degli uomini che vivono in questa regione, resa così aspra dal clima, aveva scritto che sono “eroici”, “necessari, nei nostri tempi malati, in cui le società europee sono infettate dalla pigrizia, dal tedio della vita, come lo è il sole”. Perché, in questa terra, tutto si conquista a caro prezzo. Per rendersi conto che le somiglianze con l’Alto Adige finiscono qui, basta percorrere pochi chilometri, fin dove sorge la centrale idroelettrica, rispetto alla quale quella del Vajont era un giocattolino. Per costruirla, viste le dimensioni dell’opera, ci hanno messo diciotto anni, dal 1955 al 1973, e per deviare le acque dello Enisej, il quinto fiume del mondo per lunghezza, hanno dovuto spostare navi e villaggi. Oggi possono annunciare con fierezza che si tratta della seconda centrale al mondo. La prima – ci dice l’ingegnere che ci accompagna nella visita – è quella di Assuan, sul Nilo. (L’avevo vista proprio una settimana prima, perché mi trovavo in Egitto, e capisco la fierezza con cui mi ha dato la sua informazione: anche la diga di Assuan è stata costruita dall’Urss, come testimonia un’altissima stele eretta in ringraziamento dagli egiziani).

La centrale di Krasnojarsk non fornisce elettricità solo a una rilevante parte della Russia, ma anche alle regioni del Nord della Cina. La visita al mastodonte è impressionante: stanze sorvegliatissime dove si trovano i comandi elettronici, centinaia di tecnici in camice che hanno la responsabilità di misurare costantemente la pressione dell’acqua e la tenuta della muraglia di cemento. Ma quello che è piú sorprendente non è la tecnica. Chiedo all’ingegnere a chi fa capo la centrale per sapere se si tratta di un ente regionale o federale. E invece, con mia grande sorpresa, apprendo che non è pubblica: la centrale è nientemeno che privata, proprietà di un signore russo di cui non ho afferrato il nome. Sbalordita, chiedo come ha fatto a comprarla, visto che in Urss non era previsto il possesso privato di rilevanti capitali. La risposta mi arriva secca: “Io mi occupo di tecnica, non di politica”.

Del furto, il più grande furto della storia compiuto all’inizio degli anni ’90 da un gruppo di oligarchi sovietici ai danni del popolo di questo Paese, dove almeno sulla carta ogni cittadino era titolare della proprietà nazionale collettiva, qui si preferisce non parlare. Si ha persino la sensazione che la ruberia non sia stata avvertita come tale. In effetti, ha avuto una copertura formalmente legale: quando furono destatalizzate le imprese, Anatolij Čubajs, ministro eltsiniano iperliberista, fece dare a tutti i lavoratori un voucher, una sorta di azione dell’azienda in cui erano impiegati. Ma erano gli anni catastrofici della transizione, in cui la produzione subì un crollo perché tutta la vecchia struttura gestionale e amministrativa si disperse. E gli operai, di quell’azione, valutata a un prezzo reso ridicolo dall’inflazione, non sapevano che farsene: valeva poco e loro avevano perduto il posto perché l’azienda era ferma. È stato cosí che chi aveva il know-how e i contatti giusti con la vecchia nomenklatura ancora al comando – i direttori degli stabilimenti, ma anche gli alti gradi militari (gli “uomini in divisa” che oggi siedono nei trecento CdA piú importanti del Paese) – ha potuto acquistare per qualche rublo le inutili azioni dei lavoratori. O accaparrarsi quelle offerte nelle aste non proprio limpide promosse dallo Stato per ottenere un rapido incasso, ritrovandosi cosí, facilmente e in poco tempo, padrone di immense proprietà. Ottenendo, per di piú, anche la gratitudine degli espropriati, contenti che qualcuno si occupasse di rimettere in moto la produzione e ricominciasse a pagare i salari.

Nel seguito della visita, l’ingegnere diventa un po’ piú loquace e aggiunge che, in fondo, la centrale è pur sempre dello Stato, perché senza il sostegno statale il proprietario non avrebbe potuto acquisirla. “Sono la stessa cosa,” aggiunge lapidario, ma è evidente che non sta parlando di “beni comuni”. Non si azzarda tuttavia a usare l’espressione che invece circola fra i piú avveduti, che la privatizzazione la chiamano prichvatizatsija, cioè “privatizzazione d’arraffo”. E anzi, l’idea che l’impresa torni di proprietà pubblica all’ingegnere non piace affatto: “Perché quando una cosa è collettiva, nessuno è responsabile della gestione e cosí non funziona niente”.

Il fiume, com’era prima della costruzione della centrale, lo vediamo nei quadri del pittore Surikov, anche questi collocati nella sua piccola casa natale di legno diventata museo. Pure qui, fiori nei vasi amorevolmente sostituiti dalle custodi-forse-parenti, che ci spiegano nei dettagli come viveva e dipingeva; e anche che era il nonno di Nikita Michalkov, il grande regista russo (suo è anche il famoso Barbiere di Siberia) che adesso è presidente della Mosfilm, gli importanti studios moscoviti, e rappresenta l’area dei cosiddetti conservatori illuminati.

Nel giardino dove sostiamo per un piccolo rinfresco a base di frutta e torte krasnojarskesi, ci sono una quantità di cinesi intenti a dipingere sui loro cavalletti. Fanno parte di una delegazione della scuola d’arte di una città poco oltre la vicina frontiera (“solo” qualche migliaio di chilometri!), sono venuti per vedere dal vivo i quadri di Surikov e ora vogliono ritrarre il luogo dov’è vissuto. Sbirciamo sopra le loro spalle: alcuni sono astrattisti, altri realisti, non manca nessuna delle correnti moderne.

Vasilij Ivanovič Surikov è stato un pittore illustre a Pietroburgo e a Mosca nell’Ottocento. Poi, all’approssimarsi del nuovo secolo, ha avuto nostalgia della sua terra – la Siberia profonda – dove i suoi antenati cosacchi erano arrivati già nel XVI secolo al seguito del conquistatore Yermak. E, tornato a Krasnojarsk, non si è piú mosso di lí abbandonando le tematiche auliche a favore della natura. Un tratto comune a molti intellettuali russi, anche contemporanei, una silenziosa opposi- zione alla cultura “maledetta” della capitale. Nella stessa Krasnojarsk, non lontano dalla centrale idroelettrica, visitiamo un villaggetto di legno – Ovsjanka – dove ha vissuto fino alla sua morte, non molti anni fa, lo scrittore Viktor Astaf’ev, che, come il suo assai più anziano concittadino pittore, aveva scelto la campagna, la natura, la Siberia, la piccola comunità rurale come patria vera. Politicamente è un tratto ambiguo, e comunque sfruttato da Putin che ad Astaf ’ev ha reso omaggio prima che morisse, e che fra i pochissimi scrittori ammessi nella sua cerchia annovera Valentin Rasputin, capofila dei cantori della Siberia incontaminata dalla corruzione dell’Occidente (non da quella russa, sottaciuta) e alfiere di un paese euroasiatico, che sarebbe anche un’idea buona e realistica se non fosse utilizzata per marginalizzare ogni proposta democratica. A Rasputin, Putin ha conferito la decorazione dell’Ordine al merito per la Patria.

Gentilmente, poiché sono la piú anziana e cammino con l’aiuto di una stampella, l’ufficio del Comune incaricato di accoglierci mi ha fornito alcuni angeli custodi che, a turno, mi accompagnano per entrambe le giornate di permanenza. Sono bellissimi studenti biondi che operano come volontari. Loro sanno dieci parole di inglese, io dieci di russo, ma riusciamo a comunicare. Anche perché hanno molta voglia di sapere che strane bestie vivono in Occidente – non devono aver incontrato molti turisti da queste parti e non hanno ancora viaggiato. La sera mi requisiscono per farmi molte domande. A loro interessa soprattutto la cultura giovanile, quali sono i cantanti in voga, il modo di vivere dei teenager italiani, dove si ritrovano e come – invece, niente della politica e dell’economia. Io gli parlo dell’Arci e sono assai interessati, da loro una cosa simile, che mischia il divertimento all’impegno, non c’è. (Non erano passati due giorni dal mio rientro che già mi avevano mandato un’email per non interrompere i contatti con quella che forse è stata per loro la prima minuscola finestra su un mondo diverso. E alla fine sono persino venuti in Italia, ospiti dell’Arci: al campeggio antirazzista di Cecina hanno visto per la prima volta il mare e forse dei neri; poi, i concerti rock a Milano, persino la Scala; Reggio Emilia – la “nostra piccola Urss” –, Firenze, Roma. Si sono dichiarati “putiniani”, ma, fuori da Mosca, è difficile trovare una grande varietà politica. In definitiva, dei simpatici bravi ragazzi che dal loro viaggio hanno dedotto che l’Italia era comunista, la Russia no).

Sono russi, ma alcuni nati nelle repubbliche asiatiche ora indipendenti. Le famiglie, dopo la secessione, si sono trasferite perché lí, mi dicono con amarezza, “a noi russi ci odiano”. Il fatto di essere stati degradati a cittadini di secondo livello e, in particolare nelle repubbliche baltiche, privati di molti diritti politici e civili, è la ferita piú sanguinosa rimasta aperta dopo il crollo dell’Urss. Perché da molti secoli la Russia non aveva piú frontiere nell’immenso territorio che Mosca governava e dove, grazie a massicce migrazioni interne, le popolazioni si erano mischiate. Oggi i russi vivono il nuovo assetto come una mutilazione: sia i cittadini della Repubblica Federale, sia i 25 milioni che continuano a vivere, ormai da lunghissimo tempo, nelle repubbliche diventate indipendenti. Come in Occidente, il razzismo, formalmente negato, dilaga sullo sfondo.
Ogni mio tentativo di intrecciare un discorso politico sull’oggi e su ieri, sulla storia della loro famiglia, su quanto si aspettano, cade nel vuoto. Neppure al traumatico passaggio dal socialismo sovietico al capitalismo russo sembrano essere interessati, tutt’al più affiora il disprezzo per la corruzione. Quanto alla libertà, sembra sia servita solo a rendere disponibili i famosi calzoni americani e a moltiplicare caffè e discoteche, assai poco – almeno al momento – per farne un uso politico-culturale generalizzato. In Siberia, il dibattito politico di Mosca e Pietroburgo arriva molto attutito. Sicché sembra quasi che, se Brežnev avesse importato qualche tonnellata di blue jeans e consentito l’apertura di qualche locale notturno, sarebbe forse persino sopravvissuto.

La parola “libertà” – si intuisce – ha qui un sapore ambiguo, perché se n’è fatto un uso spropositato e anche imbroglione: invocata contro il dispotismo putiniano dai più politicizzati, viene vista con sospetto quando è riferita a chi l’ha usata per accaparrare fortune; o a chi – lo sparuto gruppetto liberale dello Jabloko – non sembra aver capito la dimensione e la natura delle privazioni – non tutte economiche – che il modo in cui è stata conquistata ha imposto.
Gli “angeli” mi accompagnano in giro per la città dove cerco di rintracciare la vecchia toponomastica descritta nei libri che raccontano la guerra civile che anche qui ha avuto uno dei suoi epicentri: il viale dei Soviet e, parallele, le vie Marx, Engels, Lassalle, Marat, Robespierre, lo storico quartiere dei ferrovieri rivoluzionari Terza Internazionale, collocato a sud della città, mentre a nord c’era il quartiere La Comune di Parigi. Qualcosa è rimasto, ma non tutto, anche perché in città sono sorti moltissimi nuovi grattacieli e quartieri moderni.

Cerchiamo inutilmente un negozio dove vendano il più bel copricapo del mondo: il colbacco. Tutti l’hanno promesso a mogli e figli. Ma non si trova, come se il famoso berretto di pelo non fosse mai stato visto da queste parti. Scoviamo però una magnifica modisteria fornitissima di cappelli da signora, di pelliccia e di lana, stile primo Novecento. Non perché démodé, ma come civettuolo revival retrò. Carinissimi.

La taiga c’è anche nella regione di Krasnojarsk, immensa, senza confini visibili, infinita. È attraversata da quel fiume possente che è l’Enisej. Mi piacerebbe percorrerlo su un battello fino al Mare Artico, dove si butta. Poco lontano da qui, più a sud, dove scorre l’affluente Abakan e le montagne e le foreste rendono il luogo impenetrabile, sono stati trovati, nel 1982, gli ultimi eremiti della storia: una famiglia di “vecchi credenti”, i Lykov. Sono rimasti tagliati fuori dal mondo dal 1938, quando si autoesclusero dalla già isolatissima comunità siberiana in cui vivevano con altri famigliari, per sottrarsi ai rapporti “col secolo” e osservare i principi dettati dai vecchi padri, che si erano ribellati allo zar Alessio e al suo successore Pietro il Grande a metà del XVII secolo: rifiuto dell’autorità dello zar, della legge governativa, del denaro, del servizio militare, di ogni documento ufficiale. Per poterlo fare, bisognava nascondersi e vivere senza alcun contatto col mondo. In un paese dotato di spazi così sconfinati, era possibile.
I Lykov, dalla fase piú drammatica della storia – la Rivoluzione, la Seconda Guerra Mondiale, lo stalinismo, Gagarin – non sono stati toccati, anzi, non ne hanno mai saputo niente, nascosti su un costone dove a stento hanno potuto costruire una capanna e coltivare un pezzetto di terra scosceso fra gli arbusti, nutrendosi di qualche frutto selvatico che cresce in questa terra chiamata “Siberia italiana”, perché meno matrigna delle altre.

Un gruppo di geologi che sorvolava con un elicottero la zona, intravide dall’alto per caso il padre e i quattro figli e poi li raggiunse grazie a una faticosa marcia nei boschi. Vivevano a 250 chilometri dal centro abitato piú vicino e, grazie al fortuito incontro, riscoprivano gli umani.
La loro storia è raccontata da un giornalista della Komsomol’skaja Pravda, Vasilij Peskov (Actes Sud, in Francia, ha pubblicato con grande successo il suo libro Eremiti nella taiga). Per più di un decennio ha tenuto contatti stabili con loro e ne ha riferito ai suoi lettori che a decine di migliaia si sono appassionati alla vicenda, facendo a gara nell’inviare consigli e aiuti materiali, e sperando di indurre almeno la più giovane, la straordinaria Agafia, a rompere il suo isolamento. Ma lei prima si incuriosisce, poi, alla fine, si ritrae.

Per Agafia quanto è vivo nella memoria tramandata è ancora solo l’epoca in cui la Russia si sbranò su come ci si dovesse fare il segno della croce – se con due dita o con tre –, tutto il resto è ignorato. (Per questa diversità liturgica venne tagliata la lingua a migliaia di persone, mentre decine vennero bruciate vive o si autoimmolarono). E però Agafia riesce a conservare una serena saggezza e intelligenza del vivere. Ecco, la taiga è anche questo: un luogo dove ci si puo occultare, sparire, perdere; dove una moltitudine di microcomunità umane è stata inghiottita, sottraendosi alla storia. Ci vuole la Siberia, per questo: non sarebbe possibile in nessun’altra parte del mondo.

Luciana Castellina
Siberiana
nottetempo editore
pagine 184, euro 13,50

Sulla linea ferroviaria più lunga del mondo, che da Mosca arriva al Mar del Giappone, un gruppo di scrittori e giornalisti italiani attraversa la Russia asiatica. In occasione della Fiera del libro di Mosca, la delegazione viene accompagnata attraverso i profondi cambiamenti della Russia, dal centro alle periferie dell’impero, cinque fusi orari e seimila chilometri da Mosca. La convivenza nei vagoni della Transiberiana, affacciati per centinaia di chilometri sui boschi di betulle, trasforma presto gli ospiti in una brigata allegra che colora il viaggio con i toni di un’inattesa gita scolastica. La cronaca di Luciana Castellina ha la ricchezza di uno scavo archeologico – e come quello riserva molte sorprese – attraverso i diversi strati che l’aspra terra siberiana rivela allo sguardo acuto della scrittrice: all’esplorazione di un presente aperto e contraddittorio si sovrappongono la memoria personale di una testimone e la storia di popoli, avvenimenti e personaggi scoperti tra le pieghe del passato. Al ritorno, resta alla viaggiatrice un agrodolce “mal di Russia” e il “rovello che ti lascia una società difficile da capire. E infatti, poi, non si smette di cercare”.

*Luciana Castellina, giornalista e scrittrice, grande militante politica, si è iscritta al Pci nel 1947, partito da cui è stata radiata nel 1969 quando, con Magri, Natoli, Parlato, Pintor e Rossanda, fondò il manifesto. Con nottetempo ha pubblicato La scoperta del mondo che è entrato nella cinquina finalista del Premio Strega nel 2011.